Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

“Non ho mai fatto le cose a metà. O mi piacciono o non mi piacciono”, diceva Mademoiselle Coco. A Karl Lagerfeld, invece, deve piacere il lungo Senna visto dalla rive gauche, che, probabilmente, talvolta, osserva dalle finestre dei suoi appartamenti in cui vive con la gatta Choupette, se ha deciso di riprodurlo perfino nell’allestimento in scena nella consueta cornice del Grand Palais per la haute couture autunno-inverno 2018-2019 di Chanel. Non solo i chioschi, chiusi da lucchetti, dei bouquiniste, ma anche un luogo simbolo del quartiere: l’Institut de France all’interno del quale si trova anche l’Académie Française, dove nel 2008 è stata eletta Simone Veil, che è stata sepolta il 1 luglio nel Pantheon per volere del presidente Emmanuel Macron. Secondo un gioco di associazioni, la politica francese ha, spesso, indossato il marchio di rue Cambon. E se, come già si è visto su altre passerelle, la tendenza è quella di mostrare le grandi abilità artigianali nascoste negli atelier parigini, lo stilista sceglie di sdrammatizzare i tailleur rigorosi in tweed con spacchi zippati laterali, bordati con ricami di passamaneria su tessuto bouclé che, nella loro tridimensionalità, scoprono fodere di raso lucido, bluse di chiffon plissettato, guanti di pelle senza dita e stivaletti, sempre coordinati, zippati anch’essi posteriormente e ripiegati o di coprire le trasparenze dei leziosi abiti chemisier o a palloncino con orli di piume, fiocchi o bagliori di paillette che ricordano le luci notturne della capitale francese. Rimane una sola domanda ossessiva: cosa rappresenta, adesso, la couture? Il suo punto di vista è chiaro: esclusività! Del resto, sarà un caso che molte griffe abbiano deciso di asserragliarsi nei saloni più sontuosi dei migliori hotel di lusso della città per essere svelate a un pubblico sempre più ristretto? Ogni valutazione è lecita, ma è altrettanto innegabile, considerando molte sfilate di prêt-à-poter, che l’eleganza, ormai, sia davvero per pochi.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

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Qual è la funzione della haute couture? Considerando il numero molto ristretto di donne che possono acquistarla, probabilmente, è quella di fornire un percorso educativo. Emblematico, infatti, è il successo crescente delle mostre dedicate alle famose maison francesi che riempiono i musei e stimolano l’interesse generale. Per fare un esempio, “Christian Dior: Couturier du Rêve”, presentata lo scorso anno al Musée des Arts Decoratifs di Parigi che si trasformerà in “Christian Dior: Designer of Dreams”, in scena dal 2 febbraio al 14 luglio 2019 al Victoria & Albert Museum di Londra, per raccontare il profondo legame tra il creatore e il Regno Unito. Ma anche una sfilata può raccontare molto, secondo Maria Grazia Chiuri, che per l’autunno-inverno 2018-2019 riparte dall’atelier, estratto, probabilmente, dalla mostra parigina e ricostruito al Musée Rodin, alla ricerca di quei significati che solo uno studio attento possono rivelare: il valore della lavorazione, della ricerca, della sartorialità, dell’unicità, dell’immaginazione e della bellezza. Un progetto di valorizzazione del sogno costruito sull’essenzialità delle forme, dei tagli e dei volumi, ma sull’esclusività dei dettagli, dei tessuti e delle lavorazioni. Le giacche Bar blu navy hanno le maniche ad ali di pipistrello, i completi con i pantaloni tuxedo sono in tessuto tappezzeria dorato, i cappotti in camouflage o in velour au sabre per disegnare fantasie di fauna o flora, le tuniche sono impreziosite da plissé soleil, gli abiti nude che si adattano ai diversi colori della pelle sagomano il corpo con delicate profilature e si allungano in una gonna a pieghe, in tulle, satin double, organza intessuta di fili d’oro e sovrapposizione di pizzi floreali. Un nuovo corso per la maison francese? Sicuramente, una separazione da un prêt-à-porter facile, veloce e instagrammabile, imperante in questi anni. La couture, al contrario, deve essere complessa, lenta e privilegiare l’essenza all’apparenza. Un lusso personale e autentico. Del resto, vestirsi è prendersi cura di sé. Rimane un dubbio: se Alison Bancroft in “Fashion and Psychoanalysis” si chiede quanto la couture possa essere rinnovata pur rimanendo fedele alle sue regole, questa collezione che, a tratti, sembra una continuazione delle precedenti non riesce a dare una risposta concreta. Si deve solo sperare che, se le vere rivoluzioni sono quelle silenziose, per cambiare davvero bisogna sempre pensare al futuro.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Come si può rinnovare la tradizione? Non è un’impresa facile se si considera un marchio come Schiaparelli, la cui anima è strettamente correlata con la straordinaria personalità della fondatrice. Al posto dei saloni del headquarter di place Vendôme, per la sfilata haute couture autunno-inverno 2018-2019, Bertrand Guyon, al timone creativo dal 2015, sceglie l’inedita cornice dell’Opéra Garnier trasfigurata simbolicamente attraverso una luce rosa shocking. In un’atmosfera onirica, porta in passerella una “Animalia Fantasia” che, guardando agli archivi, rende omaggio agli animali cari a Elsa e separa organicamente, per la prima volta, il giorno dalla sera. Il primo è preciso e rigoroso, quasi total black, in cui i tailleur che segnano il corpo, in lana o in velluto lavorato come il pizzo, svelano inaspettatamente surrealistiche mani scolpite di bronzo o lucchetti come abbottonature, i cappotti lunghi in raso animalier sono dotati di maxi tasche e i pantaloni moiré si confondono con le gonne. La seconda è ironica e vivace, funambolicamente colorata, in cui la pelliccia multicolor ricorda quella di scimmia tanto cara alla stilista italiana, ma francese d’adozione, il cui volto è stampato in bianco e nero sul caftano, le cappe si riempiono di fenicotteri e sono abbinate agli immancabili cappelli-maschera che citano lo stesso animale, gli abiti si riempiono di farfalle tridimensionali o cristalli luminosi che alla fauna accostano la flora. Una femminilità immancabilmente graffiante, come quella (auto)raccontata in “Shocking Life” che, partendo da un esercizio di fantasia, arriva a una pragmatica concretezza, l’unica che può garantire di raggiungere il successo. Audacia e praticità, dalla vita alla moda, pensata da una donna libera e determinata. E, se il futuro si crea dal passato, niente come questa dicotomia, che è l’essenza della maison di proprietà di Diego Della Valle, così radicata nel desiderio di ogni donna può decretarne davvero la svolta decisiva. Sarà arrivato il momento del rilancio? Chissà! Sicuramente, un nuovo volto può consentire una comunicazione più trasversale per aprirsi sempre di più al consumatore contemporaneo.

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Foto/photos: courtesy Azzaro