In un mondo sempre più disorientato non rimane altra strada che quella che conduce a se stessi. Ma cos’è l’identità? Una domanda che, al raggiungimento di quella maturità professionale segnata anche dall’apertura, qualche mese fa, del suo quartiere generale in via Archimede, dove si è svolta la sfilata, Alessandro Dell’Acqua ha deciso di porsi. A 21 anni dalla fondazione del marchio che portava il suo nome, esperienza chiusa burrascosamente con la nascita, nel 2010, di N°21, lo stilista rielabora la sua estetica, ripartendo dal successo della collezione primavera-estate 1997 e fondendo le due visioni: i codici spiccatamente femminili che sono stati la sua firma, il color nude e i dettagli lingerie, trovano allora la loro dimensione in un’etichetta più casual che deve il suo successo al mix sapiente con elementi maschili. E se il numero 21 nella smorfia napoletana corrisponde a ’a Femmena annura (La donna nuda), in passerella è tutto un gioco di sovrapposizioni di cardigan in mohair con piume arricchiti da cappucci tecnici su abiti sottoveste in pizzo bordati di cristalli, presenti anche sulle scarpe, o con sottogonne di paillette che fanno capolino attraverso le trasparenze, bomber di nylon su camicie orlate di fettucce e gonne plissé, parka con fantasie animalier su camicie in pelle e pantaloni al ginocchio. Immancabile la Bow bag che si fa piccola e discreta e viene riproposta nei tessuti di stagione. Se nella moda, ormai, dominata dall’assenza di regole se non quelle della logica del prodotto, tutti copiano tutto, rassicurati dall’abolizione del concetto di tendenza e dalla sempre minor rilevanza della voce del creatore, cosa c’è di più naturale di riaffermare il proprio pensiero? L’evoluzione non può dimenticarsi di riscoprire i valori che si stanno inesorabilmente perdendo. Un riassunto precede sempre un nuovo inizio e la carta dell’autenticità potrebbe essere quella vincente.

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Tutti (incluso il mio interlocutore che sorseggiava un thé da Marchesi) si chiedono quale sia il segreto del successo di Gucci. Si può analizzare numericamente l’impennata esponenziale che l’ha portato, dal negativo degli ultimi anni di Frida Giannini, a diventare il traino di Kering, il colosso francese del lusso che lo controlla, grazie a vendite pari a 2,8 miliardi di euro (+45,4%) o dal punto di vista estetico, argomento tanto caro ad Alessandro Michele, al timone stilistico del marchio della doppia G. In altre parole, cos’è la creatività? Senza addentrarsi in concetti spinosi e, rimanendo a metà, forse, è più facile soffermarsi sulla necessità attuale di raccontare storie. Chi, del resto, non ha già l’armadio pieno? Soprattutto, i Millennials, disinteressati alle tendenze, ma che non rinunciano a Instagram. Quelli che costituiscono il 57% della crescita e hanno bisogno di frammenti d’identità, rappresentati da questa moda componibile, fatta di pezzi che non variano così tanto nel tempo, e scomponibile, che dal desiderio e magia da passerella si traduce poi in oggetti di reale consumo. E se, in un mondo sempre più globalizzato, l’immaginazione unisce, lo stilista fa sfilare, su un Tevere che attraversa un Circo Massimo senza epoca illuminato da lampioni urbani, una mitologia che confonde liberamente reale e surreale, spazio e tempo, sperimentazione e cultura: tra luci disco e musica house emergono pellicce di visone, pull cartoon o pieni di lustrini, abiti hippy a balze o di pizzo logato, completi con stampe tappezzeria usciti dal guardaroba di Elton John, giacche kimono abbinate a short cortissimi, ciabatte con il calzino, occhiali e gioielli maxi. Non ci sono regole e, per citare il filosofo francese Gille Deleuze, il caos della collezione co-ed è un esercizio di “resistenza” all’omologazione monotona, alla velocità contemporanea e all’esigenza illusoria del nuovo in favore dell’ambiguità sessuale, della psichedelica multiformità che, sfiorando archetipo e contraddizione, evoca mondi possibili e della volontà di unicità. Un poetico sortilegio. Paradossalmente, per vendere (imperativo attuale) non ci si deve preoccupare di farlo? Probabilmente, con una forza economica alle spalle sì. Perché solo mettendosi in discussione si potrà arrivare al cuore: l’innovazione è riuscire a fantasticare su ciò che non esiste.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

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