La moda è un viaggio? Quando ci si sposta la praticità (unita, ovviamente, al lusso) diventa essenziale. Silvia Venturini Fendi per l’autunno-inverno 2018-2019 della griffe romana di proprietà di LVMH immagina il terminal di un aeroporto, luogo privilegiato di osservazione e ispirazione, ma anche di passaggio dell’umanità più varia: al posto degli orari dei voli, però, tutte parole che iniziano con la F, Family, Friends, Freedom, Fancy, Faithful, Fabulous, Fendi che si ritrovano, con la F raddoppiata, sulle proposte: giacconi imbottiti, blouson in pelliccia, spolverini (spesso reversibili, con una parte con il logo e l’altra no) e camicie, attraversati da righe, verticali, trasversali o quadri, pull con il collo Pequin, pantaloni ampi a vita alta e tute. Immancabili gli accessori di tutte le grandezze che sfilano in passerella o sul nastro trasportatore situato accanto. Sulla prima, marsupi da portare a tracolla, borsoni, buste, zaini, senza dimenticare le valigie in alluminio con dettagli in cuoio e dotate del sistema Multiwheel, nate dalla liaison Fendi e Rimowa (che fa parte sempre del colosso francese); sul secondo, accanto a bagagli vecchi (probabilmente, tratti dall’archivio) e nuovi e a un porte-enfant in pelliccia logata scorrono pacchi grandi e piccoli che richiamano la realtà omnichannel con cui un po’ tutti i marchi, ormai, devono confrontarsi. Per il lavoro sull’identità condotto, da tre stagioni, insieme a un artista, questa volta si è puntato su Reilly, laureato al London Royal College of Art e che vive a Hastings: notato dalla stilista su Instagram, dove pubblica i suoi lavori nei quali i codici dell’iconografia della moda vengono filtrati attraverso la cultura pop (famoso è il mix di loghi e immagini come quello di Fila x Fendi), ha reinterpretato la doppia F e i tessuti della collezione, creando un collage digitale composto da trecce di lana, principe di Galles, cieli notturni, martelli, banane cartoon, cavalli da corsa. Le stampe grafiche hanno contagiato anche gli ombrelli che diventano utili copricapi. Perché, come ogni instancabile globetrotter contemporaneo sa bene, ogni arrivo è sempre un nuovo punto di partenza.

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: uca Tombolini / Indigital.tv

 

Foto/photos: courtesy Billionaire

 

Foto/photos: courtesy GCDS

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Funzionalità o eccentricità? Forma o modo? Se è vero che le rivoluzioni, quelle che dovrebbero portare cambiamenti che durano nel tempo, soprattutto se fanno riferimento al menswear, si fanno sempre a piccoli passi, Miuccia Prada, per l’autunno-inverno 2018-2019, comincia con il cambio della location scegliendo, al posto della sede in via Fogazzaro, il Prada Warehouse. Gli spazi di via Ortles, vicini alla Fondazione Prada, sono stati trasformati, con un allestimento esclusivo curato da AMO, in un magazzino immaginario, la sede più appropriata, tra scatoloni e casse da imballaggio, per tornare a rileggere con attenzione quasi industriale il famoso nylon nero. Stando agli studi in corso, tra l’altro, mancherebbe davvero poco perché diventi presto totalmente riciclabile e sostenibile. In passerella, anorak corti e al ginocchio, cappotti over da indossare sotto le giacche dalle forme squadrate, bermuda e pantaloni larghi anche sovrapposti, cappelli antipioggia, camicie e cravatte rigorosamente minimal. L’unica concessione all’eccesso è rappresentata da stampe tropicali viste in un passato troppo prossimo per essere dimenticato, loghi rivisitati (una tendenza in atto per quasi tutti i marchi) accompagnati da badge identificativi che, quando non fanno riferimento all’inesorabile schedatura di tutte le persone nel mondo attuale, sottolineano la necessità di riconoscimento in una contemporaneità nella quale, ormai, l’identità personale tende sempre più a sgretolarsi. E se la collezione, questa volta, risulta meno concettuale (l’esercizio di analisi critica dell’abito borghese per l’autunno-inverno 2015-2016 a partire dall’archivio fu decisamente più riuscito di questa escursione nel ricordo) e più vendibile, la stilista si affretta a riequilibrare la (mancata) novità con il progetto Prada invites collaborando, per la prima volta, con quattro celebri menti creative (Roman & Erwan Bouroullec, Konstantin Grcic, Herzog & de Meuron e Rem Koolhaas) che hanno lavorato sull’anima utility del tessuto-icona della griffe milanese e, precisamente, su quattro proposte, due accessori e due abiti (rispettivamente, la cartella, il cappotto-grembiule, cappotto e camicia con parole firmate e lo zaino portato davanti). Dove andrà la moda adesso? Chissà! Indubbiamente, l’imperativo che si fa sempre più pressante è la rivendicazione della libertà.

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv