Passato e presente: atmosfere pagane di libertà estetica ed espressiva negli scatti di Glen Luchford.

Dopo Ercolano, Alessandro Michele continua il dialogo con il patrimonio antico e, questa volta, sceglie le rovine del parco archeologico di Selinunte, sulla costa sudoccidentale della Sicilia, come cornice della nuova campagna pubblicitaria Gucci per la pre-fall 2019. Un sito che risale al VII secolo a.C. costituito da nove templi e altri tre fuori le mura, tra cui quello di Hera che figura negli scatti di Glen Luchford, per un simposio in chiave moderna durante il quale un gruppo di eclettici bohémien si ritrova per discutere di filosofia e politica, leggere poesie, fare musica e sport, ma anche ballare. Ragazzi che rappresentano le tendenze della contro-cultura californiana di Venice Beach, hardcore punk, rollerblader, bodybuilder e surfisti, accostati in un luogo mitico, sospeso nel tempo, in cui lo stilista immagina che le diversità possano convivere secondo l’ottica di una libera espressione personale.

 

Difesa o attacco? Giunti all’ultimo giorno del fashion month, si può dire che è un po’ l’interrogativo che ha contraddistinto le passerelle che si sono susseguite nelle diverse capitali: un’interpretazione conflittuale del presente, alla ricerca di una sintesi di elementi contrastanti. Miuccia Prada, come ha fatto a Milano per Prada, ripropone l’argomento, sebbene rivisto e corretto, anche per l’autunno-inverno 2019-2020 di Miu Miu. Un’esortazione alla protesta nei confronti di un mondo che è diverso da quello che si vorrebbe. Anche nel caso della moda? Probabilmente! All’interno del Palais d’Iena, nell’allestimento dello studio AMO, le foto e i video dell’artista inglese di origini australiane Sharna Osborne definiscono la donna del marchio, intrappolata, com’è noto, tra innocenza e perversione. In scena, allora, compaiono cappotti in tweed, montoni rovesciati e lucidati, montgomery in panno, maglie in lana lavorati a crochet, bomber di peluche e parka tecnici che diventano cappe protettive, indubbiamente, uno dei capi più gettonati della prossima stagione, abiti in tulle stretti sul collo e sulle gambe decorati con microfantasie floreali, come quelle degli zaini, o strutturati che si aprono in gonne a palloncino ingigantite dai drappeggi da indossare su cardigan camouflage coordinate alle sciarpe, completi che alle giacche abbinano short o knickerbocker con tasconi. Al collo splendono colletti di maglia di metallo perimetrati da cristalli, ai piedi, sulle parigine, si alternano anfibi o sandali con platform, analogamente visti da Prada. Una ribellione intimista che fa dell’abbigliamento un manifesto socioculturale. Una donna che non ha bisogno di nulla sceglierà sempre più qualcosa che abbia un significato, che stimoli una riflessione, dalla quotidianità alla globalità come l’attenzione verso l’ambiente, sottotesto non marginale di molte sfilate. Perché la consapevolezza, anche di scegliere come vestirsi, diventi un parametro di primaria importanza. Quello che fa la differenza perché invita a reagire e a non subire. L’unico modo affinché la propria voce, tra tante, venga ascoltata.

 

“La moda non è né morale né immorale, però è fatta per tirare su il morale”, diceva Karl Lagerfeld, scomparso due settimane fa a 85 anni, con la sua ironia tagliente. Probabilmente, avrebbe voluto che fosse così anche con l’ultima collezione da lui creata per Chanel, quella per l’autunno-inverno 2019-2020. Grande commozione, invece, si respirava al Grand Palais, all’interno del quale è stato allestito lo Chalet Gardenia di un’immaginaria località di montagna, una di quelle che tanto amava Gabrielle Chanel. Un minuto di silenzio, per una commemorazione discreta. Non è stato cambiato neanche un dettaglio della sfilata rispetto a come l’avrebbe voluta il couturier in cui, come sempre, sono presenti tutti gli emblemi della maison di rue Cambon, allineati con una leggerezza nuova: dal tweed dei cappotti e dei tailleur da abbinare alle camicie in voile mosse da ruche e fiocchi o delle tute sfrangiate, talvolta, con piccole stampe di sciatori da portare sotto ai giubbotti imbottiti e ai maglioni jacquard, alle immancabili catene che diventano cinture o collane da affiancare alle perle. Le cappe lunghe fino ai piedi, anche foderate in ermellino, si abbinano ai top in paillette e alle gonne in pelliccia a palloncino. Come quella indossata da Penélope Cruz, a sorpresa, in passerella con un ranuncolo in mano. Tra gli accessori, foulard con il logo da annodare al collo, scarponcini après-ski e borse, coordinate agli abiti, che diventano pratici marsupi o riproducono i mezzi di risalita. E adesso? La leggenda continua. “The beat goes on” è la scritta, dal tratto inconfondibile, che appare sull’autoritratto di Kaiser Karl insieme a Mademoiselle Coco, nel segno della continuità, ha assicurato Virginie Viard, nata a Digione e da oltre 30 anni al fianco dello stilista tedesco al timone creativo, che ha preso il suo posto. Sicuramente, però, questo momento, uno dei più emozionanti della fashion week parigina, è destinato a essere ricordato: un finale in bianco candido e incantato, come la neve e come la luce. “We can be heroes, just for one day”, canta David Bowie. Ma c’è chi lo sarà per sempre. Un lungo e sentito applauso.

 

La moda è la poesia contemporanea? Dovrebbe esserlo secondo Pierpaolo Piccioli che, per l’autunno-inverno 2019-2020 di Valentino, pensa a una community di valori come quella del MeP, Movimento per l’emancipazione della Poesia, nato nel 2010, che mette questa forma d’arte, prepotentemente attuale, nelle strade e mira ad avvicinare il pubblico desideroso ancora di emozionarsi. Come dovrebbe fare la couture. E sceglie Robert Montgomery, la cui installazione “The people you love become ghosts inside of you and like this you keep them alive” campeggia sullo sfondo della passerella, insieme a Greta Bellamacina, Mustafa The Poet e Yrsa Daley-Ward per dar vita a Valentino on Love, il racconto che lega la collezione. Se i singoli poeti del collettivo rinunciano alla propria identità per dar forza alla parola, ben chiara è quella della griffe romana che fa sfilare cappotti di lana con doppio colletto o che si aprono sulle maniche per diventare cappe tridimensionali, caban in cashmere con piume, completi maschili in double da abbinare a bluse chiuse da un fiocco, felpe con il cappuccio, maglioni corti lavorati a jacquard, tute di pizzo, abiti tunica che sembrano nascere da una t-shirt, con inserti plissé a contrasto o sottoveste in chiffon percorso da ruche. Sulla superficie o discretamente all’interno, come un ricordo personale, sono ricamati piccoli componimenti creati ad hoc. Torna, inoltre, la collaborazione, già vista per il menswear, con Jun Takahashi di Undercover per grafiche firmate VU – Valentino Undercover che riproducono “Gli amanti” dello scultore norvegese Stephan Sinding all’interno di una cornice di rose che, altrove, si ritrovano, invece, incatenate. Un ritorno al glamour con capi che si trasformano in parole, talmente in armonia tra loro, da diventare un elemento unificante. E se, da una parte, come sempre, celebrano l’artigianato del made in Italy, dall’altra, regalano un momento di romanticismo fatto di seduzione sussurrata che non ha bisogno d’immagini forti per stimolare il pensiero. Uno sguardo sulla contemporaneità con quella semplicità che fa sognare.

 

Realtà o normalità? Ormai, è quasi scontato dire che molti stilisti, con il loro lavoro, provano a riflettere sul presente, anche se da un punto d’osservazione decisamente privilegiato, convinti che sia un loro dovere fornire un’interpretazione e, perché no, suggerire un possibile sviluppo. C’è, invece, chi preferisce rappresentare il mondo esattamente com’è. Perché? Postoriginalità? Per ribadire ciò che si conosce e, magari, con l’occhio dell’abitudine si tende a non analizzare più? O per capire a che punto è arrivata la società e da dove riparte? Rispondere o meno non è fondamentale di fronte all’autunno-inverno 2019-2020 di Balenciaga in cui Demna Gvasalia rende omaggio al consumatore, quello che, peraltro, decreta il successo (soprattutto, commerciale) di un marchio. Una passerella senza elementi di distrazione (a eccezione dei lampi di luce che sembrano ricreare un cielo in tempesta e, nella loro intermittenza, illuminano un po’ fastidiosamente le prime uscite), asfaltata come una comune strada consente, infatti, di concentrarsi sulle proposte co-ed che alternano cappotti e completi dalle spalle rigorosamente strutturate con bottoni a scomparsa che possono indossare entrambi, t-shirt e felpe logate, camicie con la doppia manica, corte e lunga, pantaloni della tuta e jeans a scacchi per lui e giacche senza revers che diventano abiti, overall di maglia, bluse con il fiocco e gonne a pieghe stampate con la Tour Eiffel per lei. L’approccio high-tech alla sartorialità ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e nell’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, si ritrova nei bomber, nei piumini e nei trench unisex le cui spalle sono state sollevate e ripiegate su se stesse per creare tridimensionalità, ma anche nei dolcevita maschili o negli abiti a trapezio e nei mini dress in lurex femminili con il collo a barca che diventa tubolare. Onnipresente la lettera B o doppia B, sulle stringate e sugli stivali, sui gioielli e sulle borse souvenir che faranno la gioia di tanti turisti della capitale francese da accostare a shopping bag di tutte le grandezze che si portano a tracolla o a mano e a clutch con le piume. Se la collezione punta, almeno nelle intenzioni, a modernizzare lo stile parigino, la notizia che attira maggiormente l’attenzione è quella che lo stilista non presenterà più precollezioni. I capi per i prossimi sei mesi sono stati tutti svelati in questa occasione. Viene, quindi, da chiedersi se nella moda a vincere sia la creatività o la strategia.

 

Può la moda interpretare le tendenze autodistruttive dell’essere umano? Sembrerebbe pensarlo Rei Kawakubo con l’autunno-inverno 2019-2020 di Comme des Garçons, la sfilata più enigmatica di Parigi considerati i pochi indizi per aiutarne la decodifica: “A gathering of the shadows. Many small shadows come together to make one powerful thing”. Il pensiero della stilista giapponese ritorna a farsi manifesto attraverso creazioni scultoree che riflettono il malessere attuale: le luci evidenziano la complessità delle straordinarie costruzioni di corazze di neoprene chiuse da cinghie dall’aspetto quasi medievale che, talvolta, comprendono cappucci monacali borchiati a incapsulare abiti di pizzo o di ruche di taffeta molto sensuali e delicati, coprispalle sfrangiati che ricordano alghe imbrattate di petrolio, top che sovrappongono reti somiglianti a una gabbia, giacche sartoriali decostruite e gonne a palloncino come bombe inesplose o formate da strisce di eco pelle volumetricamente strutturate. Bretelle che diventano gilet sono decorate con appendiabiti, cherubini o fermaporte d’ottone, come se fossero medaglie al valore. Di cosa? Di quale guerra? Ormai, non è più un mistero per nessuno il fatto di vivere in una società in cui la crescita esponenziale della violenza si accompagna a una necessità legata alla corsa agli armamenti che non è minimamente interessata al conseguente disastro ambientale. E sono pericoli concreti in qualunque parte del mondo. Chi vince di fronte a tutto ciò? La scelta di uomini o, in questo caso, di donne che reagiscono. Perché quelli in passerella non sono solamente capi da indossare, peraltro, più portabili del solito, ma un impegno da assumere. Un segno di speranza? Forse, come quello del finale in cui le donne, disposte in cerchio, sembrano quasi voler esorcizzare le paure. Magari, quelle ombre, secondo una riflessione femminista, sono figure femminili che la società tende a spersonalizzare e che, invece, unendosi possono creare veramente qualcosa di potente. Come questo messaggio.

 

Dalla sintesi di elementi conflittuali, o apparentemente tali, può nascere il nuovo? Junya Watanabe ne ha fatto quasi una filosofia. Per l’autunno-inverno 2019-2020, in scena all’interno della Salle Wagram, decide di far sfilare le modelle in coppia unendo due mondi che possono sembrare inconciliabili: quello del manga orientale (da cui il titolo Kawaii) e quello del grunge occidentale. E se il primo si mostra in tutta la sua evidenza nei capelli scultura e nelle lunghe ciglia finte che ricordano i fumetti, il secondo si concretizza nei capi che, attraverso costruzioni e decostruzioni, diventano ibridi di camicioni a fiori o a pois nati dal riassemblaggio di abiti diversi, trench, giubbini, parka, perfecto e bomber che si aprono nelle maniche o ne vengono addirittura privati, giacche sartoriali e maglioni formati da due metà spaiate e felpe dell’università Ucla, già viste nella sfilata uomo, che vengono tagliate verticalmente per diventare cardigan. A unificare, poi, l’insieme, contribuiscono jeans aderenti e scoloriti, più o meno strappati, da abbinare a stivali texani che si accendono di bagliori metallici o si ricoprono di borchie appuntite. Degno di nota come, questa volta, il womenswear risulti più allineato del solito allo spirito utility del menswear. Maschile e femminile, infine, celebrano la gender fluidity, così tipica del brand di Comme des Garçons, ormai, sdoganata da tempo, a modo suo, anche da John Galliano nel suo lavoro per Maison Margiela. Una collezione in cui i capi non si limitano semplicemente a essere accostati secondo una scelta che, a prima vista, potrebbe sembrare arbitraria, ma, a un livello più profondo, si combinano e si contaminano, al di là delle loro differenze stilistiche, estetiche e funzionali, per suggerire soluzioni alternative. Anche questo fa parte della missione della moda? Sicuramente! Ma, del resto, nessuna sfilata del 58enne stilista giapponese potrebbe non essere accompagnata da un messaggio. Da decodificare o da diluire a seconda della personalità individuale.

 

Qual è il valore aggiunto di un marchio storico? Possedere un’identità precisa, definita e forte, ma, soprattutto, tale da poter essere aggiornata, attraverso la creatività dello stilista che se ne occupa, senza essere snaturata. Nel progetto, naturalmente il più a lungo termine possibile, un parametro non trascurabile, oggi, è anche quello di risultare commercialmente interessante. E per Celine? Se, finora, la visione non era perfettamente chiara, con la terza prova di Hedi Slimane, per l’autunno-inverno 2019-2020, lo è leggermente di più: un ritorno agli anni ’70, quelli in cui fu lanciato il prêt-à-porter della griffe fondata nel 1945 da Céline Vipiana e da suo marito Richard, dapprima, come laboratorio di calzature su misura per bambini e, in seguito, di scarpe da donna e accessori. Ancora ben lontano dall’essere acquisita da LVMH nel 1997. Riguardando le foto di quel periodo, si ritrova ciò che Hedi Slimane riporta in passerella, in una struttura creata a place Vauban, dietro Les Invalides, per delineare la cifra stilistica della sua nuova (vecchia) Celine. Si susseguono, quindi, cappotti di montone anche smanicati, giubbotti scamosciati, giacche maschili, cardigan paillettati, camicie a righe o a pois con il fiocco, gonne-pantaloni sotto al ginocchio, gonne check a pieghe, abiti dalla stampa animalier con cappa coordinata e jeans aderenti da inserire nei cuissard foderati anch’essi di montone. Gettonatissimi, tra gli accessori, saranno le cinture in alligatore con il morsetto, gli occhiali aviator e i foulard che riesumano il logo da annodare al collo. Poco rimane dell’estetica di Phoebe Philo (se non qualche reminiscenza di quando era al timone di Chloé), la cui clientela core, secondo indiscrezioni, sarebbe passata da Loewe (o, magari, sceglierà il nuovo corso di Bottega Veneta di Daniel Lee). Per il resto, se la democratizzazione della moda ha fatto proprio il messaggio che tutto potesse (o dovesse) stare bene a tutti, questa collezione diventerà, sicuramente, l’emblema di quello che le donne vogliono indossare in una quotidianità che ha eliminato ogni barriera tra giorno e sera. Il minimalismo francese, concreto nella sua nonchalance borghese, rinasce nella sua eleganza nostalgica andando controcorrente. Quello di ridisegnare un guardaroba in grado di parlare alla perfezione di chi lo indossa.

 

La ribellione ha ancora senso? Non intesa con una connotazione femminista le cui istanze vengono riportate, a ogni collezione, su costosissime magliette da Maria Grazia Chiuri per Christian Dior, ma per difendersi da una società diventata violenta, anche ideologicamente, soprattutto, per le donne che, da parte loro, risultano ancora profondamente vulnerabili. E se le passerelle, da Milano a Parigi, continuano a proporre un dualismo che spazia tra il romanticismo e la paura, Olivier Rousteing, attento osservatore della propria generazione, immagina un guardaroba fatto di corazze per affrontare le tante battaglie dell’esistenza attuale. Come non tornare, allora, a ispirarsi agli anni ’80, quelli che si vestivano di (auto)determinazione con il power dressing, fondamentale nella rappresentazione del desiderio di libertà, della spettacolarizzazione della femminilità e dell’emancipazione sociale? Per l’autunno-inverno 2019-2020 di Balmain, il designer 33enne pensa, dunque, a tailleur bouclé dalle spalle strutturate, orlati di piume o di rose in vinile, perfecto di pelle matelassé, che si aprono strategicamente sulle spalle come se fossero armature, insieme a gonne a trapezio coordinate, camicie trasparenti, completi di jeans, scoloriti, strappati o rinforzati, cappe formate da strisce di tessuto pied-de-poule rivisitato in una forma romboidale e maglioni a trecce che diventano abiti. I capi, inoltre, si ricoprono, spesso, di pvc invisibile come per proteggersi ulteriormente dal mondo esterno. Per la sera, architetture di vinile o di paillette, smoking see-through e tute spalmate di lurex s’indossano su camicie e t-shirt basic che rendono pericolosa anche la sensualità. Catene e borchie respingenti sono disseminate un po’ ovunque, sui sandali e sulla tomaia di cuissard a punta in morbida vernice, sulle cinture metalliche e sulle borse logate a bauletto di tutte le taglie. Bianco e nero, bene e male: nell’anarchia di un presente fortemente alleggerito dalla perdita degl’ideali, riuscire, nella contrapposizione, a far sentire la propria voce è ancora una conquista. Nel caso sia possibile, al di là delle etichette, farlo attraverso l’abbigliamento, tanto meglio.

 

Quanto è mutevole il concetto di bellezza? Per dare una risposta il più possibile compiuta e organica, Rick Owens, per l’autunno-inverno 2019-2020, mescola una serie di riferimenti a partire dal tributo, già visto in occasione del menswear lo scorso gennaio, a Larry LeGaspi, il costume designer americano che ha creato i look iconici per le LaBelle e i Kiss o per Grace Jones e Divine, prematuramente scomparso di AIDS, sul quale, grazie agli archivi e ai ricordi della vedova, Valerie, ha lavorato per un libro, edito da Rizzoli, in uscita il prossimo ottobre, lo stesso periodo in cui le proposte arriveranno nei negozi. E, giocando con l’ambiguità sessuale, riporta in passerella cappotti sartoriali e montoni rovesciati con spalle costruite e tasche in pelle applicate che sembrano degli zaini da abbinare a top audaci che ricordano quelli indossati dai Kiss (il motivo della tuta del chitarrista, Ace Frehley, diventa, tra l’altro, un charm sulle borse), pantaloni in pelle da motociclista e vertiginosi stivaletti con platform. Un desiderio di liberazione che si traduce anche sui volti ispirati a Salvia, la drag queen che, dopo aver scoperto Ru Paul’s Drag Race, ha deciso di distorcere il suo aspetto e la percezione di genere. Ma non è tutto: per il womenswear, inoltre, cita anche Charles James, il couturier inglese, noto per le sue creazioni scultoree, che sarà oggetto di un altro libro di cui Owens, questa volta, ha scritto l’introduzione e Mariano Fortuny, l’artista spagnolo trapiantato a Venezia, ideatore della plissettatura, di cui riprende alcune stampe per gli abiti asimmetrici scomposti dai drappeggi. Una collezione di grande impatto visivo che contribuisce a delineare un’estetica che, nella sua riconoscibilità, diventa sempre più autorevole. Anche concettualmente. Se, come ha dimostrato, mondi diversi possono convivere e comunicare tra loro, influenzandosi e valorizzandosi reciprocamente, in un mondo fluido, l’aumento esponenziale di alternative nella costruzione di una nuova identità potrà, finalmente, consentire a tutti di poter scegliere chi voler essere. Senza alcuna timidezza.