Qual è il significato della haute couture oggi? Regalare sogni? Vendere abiti? Perpetuare il prestigio di una storica maison? Domande a cui non è facile dare una risposta e, nel cercarla, il rischio sarebbe quello di perdersi in un labirinto come quello pensato da Maria Grazia Chiuri all’interno del giardino del Musée Rodin per il suo esordio couture da Christian Dior. Direttore creativo da luglio, dopo essere salita in passerella per il prêt-à-porter a settembre e aver presentato la pre-fall da poco, si trova davanti alla sfida più insidiosa, soprattutto dopo 70 anni di storia. Non si può negare, però, che la stilista italiana abbia saputo abilmente ricreare la favola in cui, come spesso accade, c’è la principessa, la strega e che culmina in un gran ballo. Ma l’abito deve dare l’opportunità a chi lo indossa di esprimersi maggiormente o la possibilità di avere un’immagine per una volta diversa? Cosa sarebbe accaduto a uno di quei balli in maschera di Monsieur Dior o a quelli a cui partecipava, organizzati dal suo amico Charles de Beistegui? La collezione, come in una realtà onirica, mostra e nasconde, scompone e ricompone il tuxedo, abbina l’iconica giacca Bar con il cappuccio su gonne a plissé talmente largo che, a ben guardare, sono in realtà pantaloni fino ad arrivare agli abiti da sera che sembrano nuvole di tulle che celano dettagli floreali, segni zodiacali e tarocchi. Quello che, d’altra parte, appare chiaro è il suo tentativo (riuscito?) di conciliare due aspetti difficilmente sovrapponibili apportati alla griffe di avenue Montaigne dai suoi predecessori: in particolare, il desiderio di scoppiettante spettacolarizzazione di John Galliano e quello di calcolata modernità di Raf Simons. Ben più riusciti gli accessori, scarpe maschili con fiocco in gros-grain, cinture e gioielli di Claude Lalanne e cappelli in piume di Stephen Jones. Sogno o realtà? La haute couture del domani sarà quella che riuscirà a coniugare al meglio queste due parti complementari di qualunque storia, anche quella della vita.

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