Come si può riportare alla redditività l’unico brand di Kering che ha un fatturato in negativo? Impresa ardua se i termini di paragone sono Gucci, Saint Laurent e Balenciaga. Poiché Bottega Veneta ha chiuso il 2018 attestandosi a 1,1 miliardi di euro, -5,7%, è naturale che il debutto di Daniel Lee, il successore di Tomas Maier al timone creativo, si caricasse di notevole aspettativa, nonostante la sua prima prova sia stata anticipata dalla presentazione della pre-fall 2019, accolta favorevolmente dai buyer. Per l’autunno-inverno 2019-2020, andato in scena all’interno di una tensostruttura situata accanto all’Arco della Pace, il designer punta sulla libertà, anche di osare, nella definizione di un lusso disinvolto che, pur rispettando la tradizione del marchio del “when your own initials are enough”, prova a scrivere una pagina del tutto nuova, in cui il seXy-factor diventa un parametro fondamentale. Partendo dal classico intrecciato che diventa macro, sfilano co-ed in passerella completi sartoriali dalle spalle importanti su dolcevita impalpabili dalle maniche extra long o maglieria decostruita su giubbotti e pantaloni da motociclista. E se questi sono credibili più per lui, i maglioni per lei si riempiono di catene dorate, le stesse che stringono cappotti e gonne trapuntate. Tra i materiali preziosi e raffinati, spicca su tutti la pelle utilizzata a profusione un po’ ovunque e con lavorazioni diverse: ancora intrecciata sugli anorak, unita al neoprene nelle giacche, arricciata sulle camicie, annodata nei top o rinforzata negli anfibi. L’anima dark è illuminata da mosaici di cristalli sui camicioni. Una collezione moderna che mira decisamente alla differenziazione del prodotto nel tentativo di attrarre fasce di consumatori diverse. Magari, più giovani e meno borghesi. Del resto, in un mondo sempre più globale, non è più possibile considerare, come in passato, una sola tipologia di riferimento. Sarà questa la formula che consentirà l’inversione di rotta dei conti? Senza dubbio, se la visione del 32enne stilista inglese, ex braccio destro di Phoebe Philo da Céline, può essere considerata rischiosa, solo attraverso il coraggio, ormai, si può arrivare all’obiettivo. Gucci docet!

 

Bad romance? No, Anatomy of romance! Miuccia Prada che, raramente, dà un titolo al proprio fashion show ha scelto questo per l’autunno-inverno 2019-2020, per il quale, andando controcorrente rispetto alla necessità spasmodica di novità, riutilizza la passerella a spuntoni in morbida schiuma, illuminata da 120 lampadine a incandescenza, già vista per il menswear che ha sfilato a gennaio all’interno del Deposito della Fondazione Prada, dove sono state anticipate alcune proposte della pre-fall 2019. E riprende il dialogo nel punto in cui lo aveva lasciato, quello che non può non considerare le inquietudini del momento e non scardinare, come sempre, gli stereotipi che, invece di ridursi, aumentano. Una controversa critica socioculturale che ha come spunto di partenza il romanticismo, mai edulcorato, in bilico tra pericolo e timore che, però, d’altra parte, non dimentica il bisogno di protezione e tenerezza. Allora, si contendono la scena tailleur pantaloni stretti in vita a creare un drappeggio attraverso dei moschettoni, gli stessi che fissano e conferiscono volume alle doppie gonne sugli abiti bustier arricchiti di fiori applicati per dare effetti tridimensionali e camicie con stampe dei coniugi Frankenstein che s’indossano su maglie con cuori in lana da appuntare come una spilla. L’animo bellicoso (offensivo o difensivo, nei confronti di frammenti di vita violenti del presente che fanno paura) di cappotti e giacche militari in panno (il romanticismo della guerra!) o di giubbotti di nylon multitasca, foderati di montone, con le maniche che si aprono sulle braccia grazie a zip strategiche si stempera con superflue mantelle in pizzo, materiale usato anche per gonne a tubo o per accessoriare gli abiti trasparenti. Dualismo che si ritrova anche nell’accostare scarpe e anfibi pesanti con platform in gomma e tomaia dai colori acidi a sandali leggeri con il tacco alto illuminati di cristalli e borse rigorose con dettagli in pelouche colorati. Bene o male? Bello o brutto? Forza o debolezza? Positività o negatività? Chi vince? Il messaggio della stilista, alla fine, è un invito risoluto e risolutivo all’unità se, del resto, in tutti convivono aspetti, spesso, conflittuali tra loro. Come? Con la speranza rivoluzionaria che dall’armonizzazione dei contrasti possa davvero nascere qualcosa di nuovo. E, magari, migliore.

 

Quale sarà il futuro di Fendi? La collezione per l’autunno-inverno 2019-2020, la sua ultima creata per la maison romana, rende omaggio a Karl Lagerfeld, recentemente scomparso a 85 anni (forse!), al suo stile e al suo legame con Fendi durato 54 anni di cui, insieme alla famiglia fondatrice, ha plasmato la storia e l’evoluzione stilistica. A partire dal logo Karligraphy, ideato nel 1981, presente ovunque, intarsiato sulle pellicce, sui dolcevita, su calze e calzini. Ma anche i grandi fiocchi, che amava tanto il couturier tedesco, si ritrovano in foulard annodati al collo su camicie abbottonate fino ai colletti appuntiti o sul retro di cappotti sartoriali dalla silhouette a pagoda, percorsi da zip che li rendono trasformisti, o sugli abiti in tulle anni ’40. Giochi di effetti trompe-l’œil, di sovrapposizioni o di trasparenze che creano geometrie a diamante coinvolgono, rispettivamente, giacche e pantaloni maschili, camicioni in pelle tagliata al laser o completi a rete e gonne plissettate o a portafoglio con pieghe a cannoncino da portare su alti stivali a punta di vernice, neoprene e maglia. Non mancano gli accessori tra i quali spiccano la Baguette che, dopo essere stata inserita nell’ultima sfilata maschile, è diventata oggetto di un’operazione di rilancio e viene proposta, anch’essa, in vernice da portare come un marsupio o protettivamente ingabbiata, la Metal Frame Tote in pelle di vitello lucida o con strisce, la Pequin in montone che si piega e diventa una clutch e la Peekaboo che riprende le tecniche d’intaglio dei capi. Sul finale, le emozioni si rincorrono di fronte a un video in cui Loic Prigent chiede a Lagerfeld di disegnare se stesso quando arrivò nella capitale italiana a lavorare per la griffe, all’epoca, capitanata dal quintetto di sorelle (Anna è la madre di Silvia Venturini Fendi) e, adesso, nell’orbita di LVMH. E ora? Chi raccoglierà l’eredità creativa? Se per Chanel è già stata ufficializzata la promozione di Virginie Viard, in questo caso, nessuna decisione è stata ancora presa. Sicuramente, Silvia Venturini Fendi, alla guida di tutte le linee, sarebbe la scelta più naturale.

 

La bellezza può uccidere? Probabilmente, è il pensiero di Alessandro Dell’Acqua che, per l’autunno-inverno 2019-2020 di N°21, cerca e trova l’ispirazione riguardando, dopo molti anni, Dressed to Kill, il film di Brian De Palma del 1980. E immagina una femme fatale forte e decisa, ai limiti della pericolosità, in una combinazione perfetta di quell’eleganza e sensualità che sono diventate le cifre stilistiche imprescindibili della sua estetica. Nel suo Garage 21 di via Archimede, quindi, in un’atmosfera glamour e misteriosa, le sue proposte si caricano di un tasso di erotismo ancora più forte del solito in una successione di cappotti sartoriali in tessuto maschile con i bottoni a scomparsa da portare scesi sulle spalle per scoprire piccoli top in maglia e gonne in faille pressato, di abiti in duchesse e chiffon formati da parti diverse, unite da una zip che si riempiono di fiocchi o lasciano emergere guaine di latex, ma anche di sovrapposizioni di trench tagliati a vivo in lunghezze diverse con interni spalmati d’oro sopra culotte sensuali o sottovesti a rete illuminate di cristalli e di montoni rovesciati a pelo lungo e tinti in rosso sangue che rappresenta l’accento cromatico della collezione. Come il colpo di scena di un thriller pieno di suspence. E se, in questo caso, lo stilista napoletano ha deciso di abbandonare il territorio rassicurante della femminilità sussurrata che caratterizza il suo womenswear in favore di un’ambigua sperimentazione che potesse consentirgli una maggiore ricerca di nuove soluzioni creative, il risultato, seppur talvolta spiazzante, rimane indubitabilmente coerente con quel dna che, ormai, rappresenta il vero valore aggiunto di un marchio. Quella riconoscibilità senza la quale non sarebbe possibile alcuna identificazione. E se la seduzione, nella società contemporanea sembra diventata qualcosa di scontato, queste proposte attireranno, certamente, quelle donne che vestendosi hanno, tuttavia, ancora il desiderio di essere svestite. Dopotutto, non c’è niente di più intrigante della fantasia.

 

Costruzione o rappresentazione? Di un brand o di un’estetica? Se Gucci ha archiviato il 2018 passando da 6,2 miliardi di euro del 2017 a 8,3, +33,4%, un motivo ci sarà. La domanda più scontata, quindi, sarebbe: di cosa ha bisogno il consumatore? E la risposta non potrebbe non orientarsi verso una doverosa riflessione sull’abito e la sua funzione. Riconoscimento? Di se stessi o di quello che si vorrebbe essere? Alessandro Michele cita Hannah Arendt che, nelle note della sfilata per l’autunno-inverno 2019-2020, “ci ricorda che siamo persone nel momento in cui scegliamo la maschera attraverso cui ci mostriamo sul palcoscenico del mondo”. E cosa accade con un capo d’abbigliamento? Può essere un “mezzo attraverso cui dare diritto di cittadinanza al nostro divenire molteplice”? Non c’è che l’imbarazzo della scelta nelle proposte di un guardaroba che, come sempre, esaltano l’annullamento delle differenze di genere. Del resto, la maschera (non in vendita!), che ricopre parzialmente o totalmente i volti in lacrime, è fatta anche per questo. O, al contrario, per definire il proprio ruolo. Considerando, infatti, che in latino la parola “maschera” si traduce con “persona”, si può dire che sia più rivelatrice di quanto si creda. Allora, sulla passerella a specchio illuminata da oltre 120 mila lampadine a led all’interno del quartier generale di via Mecenate, le identità si confondono e si contaminano tra cappotti incompiuti con imbastiture bianche a vista, completi sartoriali composti da giacche strutturate e pantaloni ampi, anche in raso matelassé, dalla vita altissima, stretti sulla caviglia con dei lacci per lui o dal punto vita segnato per lei da indossare su camicie di pizzo con jabot o fiocchi. Abiti e gonne plissettati in tessuti luminescenti o animalier si abbinano a cavigliere gioiello che richiamano il teatro greco antico, ginocchiere logate dall’animo sporty, collari, bretelle e scarpe borchiate il cui cambio si porta a mano. Una collezione più diretta e reale del solito che, paradossalmente, nella molteplicità di riferimenti evocativi, non ha bisogno di ulteriori sovrastrutture. Come il messaggio dello stilista che, paventando un pericolo concreto che per la cultura nella società attuale, ribadisce l’importanza dell’individualità. E se la maschera, usando le parole di Arendt, “non a caso si compone di due superfici fatte della stessa materia, l’una concava e l’altra convessa, adagiate l’una sull’altra”, lo stesso deve avvenire nella ricerca dell’abbinamento con i vestiti. L’unica sintesi perfetta che conta.

 

Il marchio disegnato da Massimo Giorgetti presenta la prima linea di underwear. Testimonial Leonardo Tano sotto la supervisione creativa di Dust Creative e Kito Munoz.

Massimo Giorgetti ha scelto Leonardo Tano, figlio di Rocco Siffredi, come testimonial della nuova linea MSGM Underwear. Per il lancio, nella fase pilota destinata a essere distribuita nei 30 monomarca del marchio, partecipato con una quota del 32% dal fondo Style Capital, sono previste cinque proposte maschili e sei femminili che richiamano gli anni ’90, con elementi grafici come il logo sugli elastici jacquard e il ricamo “Proibito” sulle etichette. La gamma completa sarà disponibile a partire dal prossimo luglio insieme a un’offerta activewear made in Italy dai prezzi accessibili.

 

Torna il logo con il Pegaso nella nuova campagna della maison italiana.

Per la primavera-estate 2019, Etro affida la propria campagna alla fotografa statunitense Cass Bird. Su una spiaggia messicana a San José Del Cabo, Edie Campbell, Olivia Vinten, Nikolas Traubman ed Erik Van Gils interpretano la collezione Pacific zen disegnata da Veronica Etro. Torna protagonista anche lo storico logo della maison italiana, contraddistinto dal Pegaso.

 

Il Classicismo e le sue fascinazioni nella nuova campagna di Marni firmata da Jamie Hawkesworth.


Dal bianco della tela grezza al colore, dalle sculture classiche alle pitture fiamminghe rese attraverso l’uso singolare della luce che restituisce un’atmosfera intima. Una riflessione sul lavoro artigianale del designer in atelier in relazione alla sua musa caratterizzano la campagna per la primavera-estate 2019 di Marni scattata da Jamie Hawkesworth. Nella suggestiva cornice del Musée Bourdelle di Parigi la modella Jess Maybury, con una serie di pose dalla gestualità a tratti sovversiva, declina il paradigma estetico del brand disegnato da Francesco Risso.

 

La Golden Age hollywoodiana rivive nella nuova campagna della maison fiorentina.


Numeri musicali e dietro le quinte raccontano il glamour della Hollywood dell’età dell’oro: la campagna per la primavera-estate 2019 di Gucci ideata da Alessandro Michele, direttore creativo del marchio, s’ispira a pellicole cult come Un americano a Parigi (1951), Spettacolo di Varietà (1953), Fascino (1944), Follie dell’anno (1954), Gli uomini preferiscono le bionde (1953) e Cantando sotto la pioggia (1952). L’atmosfera gioiosa evoca il buon umore che pervade i famosi film degli anni ’40 e ’50. Nel racconto della celebrity culture, ritratta dagli scatti di Glen Luchford, s’inserisce anche un’altra serie di foto iper-stilizzate in bianco e nero e con illuminazione teatrale nello stile dei divi degli anni ’30 e ’40.

 

Cara Delevingne torna protagonista della nuova campagna della storica maison francese.


Dopo l’autunno-inverno 2014-2015, Cara Delevingne torna protagonista della campagna per la primavera-estate 2019 di Balmain. Nelle immagini scattate dal fotografo berlinese Dan Beleiu, la modella posa insieme a Olivier Rousteing, direttore creativo della storica maison parigina.
“C’è una chimica speciale con la mia amica Cara. Ogni volta che ci incontriamo – ha detto lo stilista – per me è impossibile nascondere l’ammirazione che nutro per lei e la gioia che provo in sua presenza. Dopo la sua trionfale passerella, alla mia ultima sfilata di prêt-à-porter, è sembrato ovvio a tutti che fosse arrivato finalmente il momento di realizzare una campagna con lei. Queste immagini si focalizzano sulla donna Balmain: sulla sua audacia, la sua forza e la sua sicurezza. Cara incarna alla perfezione quella donna: è autentica, trasparente e non ha paura di esprimere il suo punto di vista. Ed è per questo che la considero una musa. Sì, siamo nudi. Sì, sono nero e lei è bianca. Dan Beleiu è riuscito a catturare una riflessione sulla bellezza e sull’onestà della nudità. La forza impressionante di una donna sicura di sé, l’importanza dell’amicizia e, più di ogni altra cosa, una verità essenziale che mi diventa sempre più chiara ogni giorno: il più grande lusso della vita è poter essere completamente aperti, veri e onesti con se stessi”.
In scena, anche il logo, creato dal fondatore Pierre Balmain e recentemente rilanciato nelle ultime collezioni.