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Mentre a Parigi vanno in scena i 40 anni di creazioni di Yves Saint Laurent, nei negozi del brand arriva la seconda capsule collection dedicata al vintage chic.

While 40 years of Yves Saint Laurent creation go on stage in Paris, the second capsule collection dedicated to vintage chic arrives in the stores of the brand.

A Parigi dall’11 marzo al 29 agosto prossimi sarà possibile assistere alla prima retrospettiva dell’opera integrale di Yves Saint Laurent. Il Petit Palais metterà in scena 40 anni di creazioni, dal 1962 al 2002, del grande stilista francese. Con la sua moda, Yves Saint Laurent ha rivoluzionato il guardaroba femminile mutuando dal vestiario maschile capi come lo smoking, il pantalone tailleur e la sahariana e convertendoli in capi femminili. Ispirandosi alla strada, ai suoi viaggi immaginari in Russia, Cina, India, Spagna, Giappone, Africa e Marocco o all’arte (Mondrian, Picasso, Matisse, Van Gogh), lo stilista ha sempre voluto “fare della moda una festa”.
Attraverso più di 300 modelli, numerosi disegni, documenti e filmati, il Musée des Beaux-Arts di Parigi renderà omaggio al creatore scomparso nel giugno del 2008.
Arriva, intanto, nei monomarca Yves Saint Laurent di Parigi, Londra e New York la linea New Vintage II, la seconda capsule collection della maison che fa capo al gruppo PPR basata sui concetti di riciclo e durevolezza dei materiali.
Recuperando tessuti non utilizzati nei campionari passati, il direttore creativo della griffe Stefano Pilati ha dato vita ad abiti dalle silhouette classiche e senza tempo, proposti in edizione limitata e numerata. Al suo esordio nel giugno scorso, New Vintage I era stata messa in vendita esclusivamente da Barneys a Manhattan, ottenendo una buona accoglienza.

 

Il designer spagnolo, noto creatore di calzature femminili, ospite d’onore presso il Museo Internazionale della Calzatura al Castello Sforzesco di Vigevano.

The Spanish designer, famous creator of women’s shoes, will be the guest of honor at the Museo Internazionale della Calzatura at Castello Sforzesco in Vigevano.

Il Museo Internazionale della Calzatura “P. Bertolini”, l’unico in Italia non privato, ha presentato le nuove sale espositive presso il Castello Sforzesco di Vigevano: ospite d’onore il designer Manolo Blahnik che proprio a Vigevano produce una parte importante della sua collezione. Gli spazi del museo, quattro sale in tutto, racchiudono 500 anni di storia calzaturiera, dal XV al XX secolo, con sezioni dedicate alle griffe più blasonate e alle calzature etniche provenienti da Asia, Africa, Artide con testimonianze uniche, dalle pianelle di Beatrice d’Este alle creazioni glamour dello stesso Blahnik fino ad arrivare alla “camera delle meraviglie” con suggestioni insolite e alle scarpe con il tacco a spillo, pare nato a Vigevano nel 1953, già oggetto di una mostra tutta a loro dedicata.
“Disegnare scarpe per me non è un lavoro – ha detto Manolo Blahnik – ma la gioia della mia vita, adoro esprimermi con esse. Mi ispirano le donne come Sofia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli e tutte le bellezze del sud che esprimono classe e passione. L’influenza nasce anche dai tanti oggetti d’uso quotidiano che possono diventare forma d’arte se posti nell’ambiente giusto. Se la scarpa è studiata nei suoi materiali, nelle sue forme e nei preziosi dettagli certamente può essere innalzata a oggetto d’arte capace di trasmettere e comunicare emozioni. Credo che il nuovo museo porterà entusiasmo a tutte le persone che amano le scarpe e sicuramente incuriosirà coloro che danno loro meno importanza. Inoltre, sono molto affezionato alla piazza di Vigevano, la considero meravigliosa e la porto nel mio cuore”.
Il designer produce, infatti, la parte più consistente delle sue scarpe, appunto, presso le vigevanesi Cesare Martinoli Caimar e Re Marcello.
Un’avventura trentennale quella dell’illustre creativo, nato nelle Isole Canarie e che vive in una piccola isola di sua proprietà poco lontana da Londra, avviata all’inizio degli anni Settanta, che lo ha reso uno dei nomi più influenti al mondo. Ma quello di Blahnik vuole mantenersi “il più a lungo possibile” un business di nicchia, gestito da una conduzione familiare che coinvolge anche la sorella e la nipote Kristina, anime commerciali del brand.
“Voglio restare grande ma piccolo”, ha sottolineato escludendo l’ipotesi di dedicarsi, in futuro, all’universo maschile “lo trovo noioso” o a seconde linee dai prezzi più abbordabili che lo costringerebbero a fare delle concessioni sul terreno della qualità. Un valore, quest’ultimo, che Blahnik è convinto possa realmente emergere dalla crisi finanziaria, “che sta spazzando via inutilità ed eccessi, anche se il vero problema che attanaglia la creatività è la mancanza di idee”.
Grande estimatore delle imprese artigianali italiane che “non hanno eguali al mondo”, non investe in pubblicità ma riesce a essere uno degli stilisti di scarpe più osannati, elabora virtuosismi creativi ma senza avvicinarsi ad un computer “sono all’antica e ho la fortuna di lavorare con tre bravi modellisti che traducono le mie idee, come pure credo che internet sia un veicolo adatto per acquistare vari generi, non certo per l’abbigliamento e gli accessori, perché il piacere di toccare, provare, addirittura odorare un oggetto è insostituibile”.
Pur essendo artefice di scarpe con tacchi vertiginosi, pensa che questi non siano indispensabili per essere sexy “si può esserlo benissimo anche con scarpe piatte: basti guardare Brigitte Bardot con le sue ballerine dalla sensualità maliziosa”.
“L’ampliamento del Museo Internazionale della Calzatura è per noi – ha sottolineato durante la presentazione della sede il sindaco di Vigevano Ambrogio Cotta Ramusino – occasione importantissima per dare ulteriore lustro e status alle calzature che, da ormai molto tempo, hanno smesso di essere semplici oggetti privi di poesia. Ritengo però anche che questa sia l’occasione giusta per valorizzare Vigevano come importante distretto calzaturiero, che ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della calzatura moderna e che ha ancora molto da offrire in termini di creatività e qualità del prodotto”.

 

Il designer spagnolo, noto creatore di calzature femminili, ospite d’onore presso il Museo Internazionale della Calzatura al Castello Sforzesco di Vigevano.

The Spanish designer, famous creator of women’s shoes, will be the guest of honor at the Museo Internazionale della Calzatura at Castello Sforzesco in Vigevano.

Il Museo Internazionale della Calzatura “P. Bertolini”, l’unico in Italia non privato, ha presentato le nuove sale espositive presso il Castello Sforzesco di Vigevano: ospite d’onore il designer Manolo Blahnik che proprio a Vigevano produce una parte importante della sua collezione. Gli spazi del museo, quattro sale in tutto, racchiudono 500 anni di storia calzaturiera, dal XV al XX secolo, con sezioni dedicate alle griffe più blasonate e alle calzature etniche provenienti da Asia, Africa, Artide con testimonianze uniche, dalle pianelle di Beatrice d’Este alle creazioni glamour dello stesso Blahnik fino ad arrivare alla “camera delle meraviglie” con suggestioni insolite e alle scarpe con il tacco a spillo, pare nato a Vigevano nel 1953, già oggetto di una mostra tutta a loro dedicata.
“Disegnare scarpe per me non è un lavoro – ha detto Manolo Blahnik – ma la gioia della mia vita, adoro esprimermi con esse. Mi ispirano le donne come Sofia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli e tutte le bellezze del sud che esprimono classe e passione. L’influenza nasce anche dai tanti oggetti d’uso quotidiano che possono diventare forma d’arte se posti nell’ambiente giusto. Se la scarpa è studiata nei suoi materiali, nelle sue forme e nei preziosi dettagli certamente può essere innalzata a oggetto d’arte capace di trasmettere e comunicare emozioni. Credo che il nuovo museo porterà entusiasmo a tutte le persone che amano le scarpe e sicuramente incuriosirà coloro che danno loro meno importanza. Inoltre, sono molto affezionato alla piazza di Vigevano, la considero meravigliosa e la porto nel mio cuore”.
Il designer produce, infatti, la parte più consistente delle sue scarpe, appunto, presso le vigevanesi Cesare Martinoli Caimar e Re Marcello.
Un’avventura trentennale quella dell’illustre creativo, nato nelle Isole Canarie e che vive in una piccola isola di sua proprietà poco lontana da Londra, avviata all’inizio degli anni Settanta, che lo ha reso uno dei nomi più influenti al mondo. Ma quello di Blahnik vuole mantenersi “il più a lungo possibile” un business di nicchia, gestito da una conduzione familiare che coinvolge anche la sorella e la nipote Kristina, anime commerciali del brand.
“Voglio restare grande ma piccolo”, ha sottolineato escludendo l’ipotesi di dedicarsi, in futuro, all’universo maschile “lo trovo noioso” o a seconde linee dai prezzi più abbordabili che lo costringerebbero a fare delle concessioni sul terreno della qualità. Un valore, quest’ultimo, che Blahnik è convinto possa realmente emergere dalla crisi finanziaria, “che sta spazzando via inutilità ed eccessi, anche se il vero problema che attanaglia la creatività è la mancanza di idee”.
Grande estimatore delle imprese artigianali italiane che “non hanno eguali al mondo”, non investe in pubblicità ma riesce a essere uno degli stilisti di scarpe più osannati, elabora virtuosismi creativi ma senza avvicinarsi ad un computer “sono all’antica e ho la fortuna di lavorare con tre bravi modellisti che traducono le mie idee, come pure credo che internet sia un veicolo adatto per acquistare vari generi, non certo per l’abbigliamento e gli accessori, perché il piacere di toccare, provare, addirittura odorare un oggetto è insostituibile”.
Pur essendo artefice di scarpe con tacchi vertiginosi, pensa che questi non siano indispensabili per essere sexy “si può esserlo benissimo anche con scarpe piatte: basti guardare Brigitte Bardot con le sue ballerine dalla sensualità maliziosa”.
“L’ampliamento del Museo Internazionale della Calzatura è per noi – ha sottolineato durante la presentazione della sede il sindaco di Vigevano Ambrogio Cotta Ramusino – occasione importantissima per dare ulteriore lustro e status alle calzature che, da ormai molto tempo, hanno smesso di essere semplici oggetti privi di poesia. Ritengo però anche che questa sia l’occasione giusta per valorizzare Vigevano come importante distretto calzaturiero, che ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della calzatura moderna e che ha ancora molto da offrire in termini di creatività e qualità del prodotto”.

 

Il docu-film dedicato allo stilista italiano punta all’Oscar, ma in Italia fa discutere la scarsa distribuzione.

The movie will probably run for a nomination at the Oscars, but in Italy there’s a controversy about its distribution.

Appena 10 sale in tutta Italia per “Valentino The Last Emperor”, il film-documentario di Matt Tyrnauer che racconta gli ultimi due anni di attività dello stilista ritraendone il lato “umano, troppo umano” dal quale, però, emerge anche la sua genialità: il modo artigianale di lavorare, la magia della sartoria, l’unicità dei modelli.
Dopo aver avuto un’ottima accoglienza alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2008, al Festival di Toronto e in tutto il Nord America, ora arriva in Italia ma è subito polemica sulla ridotta attenzione mediatica e su una distribuzione forse troppo contenuta per raggiungere il grande pubblico.
“La distribuzione – ha detto Giampaolo Letta di Medusa – sarà per ora in 10 sale, ma quelle giuste in tutta Italia”.
L’Italia, tra l’altro, è il primo paese in Europa in cui esce il film che, secondo le indiscrezioni, in America, potrebbe concorrere agli Oscar sia per la categoria documentari e sia per miglior film.
“Speriamo – ha commentato il regista Tyrnauer – di rientrarci così come si dice negli Usa in queste settimane. La lista per il miglior film sarà quest’anno ampia di 10 titoli e forse un paio di documentari saranno inclusi, tra cui ci auguriamo il nostro”.
Il futuro di Valentino Garavani, il più importante stilista italiano ritiratosi definitivamente dall’attività nel settembre 2007, pochi mesi dopo aver festeggiato i 45 anni di attività a Roma, quando l’azienda è diventata di proprietà della private equity Permira, sarà nel teatro.
“Sto lavorando – ha annunciato Valentino a Roma durante la conferenza stampa di presentazione del film, da oggi nei cinema – ai costumi per il balletto dell’Opera di Vienna di fine anno: otto uomini e otto donne, con Eleonora Abbagnato come prima ballerina. Ho realizzato il mio sogno di sempre. Mi sono sempre detto che quando avrei smesso di disegnare capi per l’alta moda avrei voluto disegnare costumi per il balletto. Io sono un grande appassionato e quando ho ricevuto l’offerta dall’Opera di Vienna ho avuto una sensazione straordinaria”.
Nessun ritorno, quindi, nel mondo che ha contribuito a creare e che forse oggi non esiste più anche se la nostalgia è forte.
“Mi manca – ha ammettesso – è inutile negarlo. Ma oggi non è più tempo propizio per creare abiti d’alta moda. Ci sono molti talenti, ma la situazione mondiale è critica e non ci sono più le cifre necessarie a creare quelle collezioni. Rimpiango quando non c’erano limiti a opulenza ed eleganza. Ma forse me ne sono andato in tempo, perchè ora non potrei fare più quello che facevo, di lavorare come se fossi in una bolla di vetro protetto da Giancarlo Giammetti che mi risolveva tutti i problemi pratici”.
Valentino ha già pronto un altro lavoro a cui tiene molto, momentaneamente bloccato dalla crisi economica.
“Devo disegnare i costumi per “La Traviata” al Teatro Bolshoi di Mosca – ha spiegato – con Dante Ferretti come scenografo e Liliana Cavani alla regia. Uno spettacolo che doveva debuttare a febbraio dell’anno prossimo e che, purtroppo, è momentaneamente bloccato a causa della crisi”.
Infine, dopo essere stato bocciato a Roma, sembra che il progetto del museo Valentino sia stato spostato a Parigi.
“Il museo dedicato a Valentino – ha affermato Giancarlo Giammetti, socio di Valentino e suo compagno di lavoro e di vita da oltre 50 anni – era un progetto che avevamo portato avanti con l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni. Poi con Alemanno c’è stato un intoppo: il comune di Roma voleva fare un museo dedicato a tutti gli stilisti. E noi a quel punto ci siamo chiamati fuori. Non voglio fare polemiche, dico solo che quel progetto è saltato e non ce n’è un altro in Italia. Per questo abbiamo deciso di aprire un nostro piccolo museo nella casa di Valentino a Parigi”.
Il museo che sarà inaugurato a fine anno si sviluppa su una superficie di circa mille metri quadri.

 

Dal 1 maggio al 20 settembre il Museo Christian Dior di Granville, nato dalla trasformazione della casa natale del couturier situata in cima ad una scogliera nella Bassa Normandia, è la sede della mostra “Dior, les années Bohan. Trois décennies de styles et de stars (1961-1989)”.

Fino al 20 settembre il museo Christian Dior di Granville sulla Manica, in Francia rende omaggio a Marc Bohan, direttore artistico della maison francese dal 1961 al 1989, con una mostra che, per la prima volta, svela l’universo del designer.
Si tratta di un’esposizione temporanea a tema che ripercorre trenta anni di alta moda, attraverso gli abiti e la storia dei personaggi e delle star che hanno frequentato l’atelier di avenue Montaigne, a Parigi. Tra gli abiti in mostra figurano anche le creazioni realizzate per la principessa Grace di Monaco, il principato di Monaco, per l’occasione, ha prestato alcuni abiti da ballo e cerimonia Bohan-Dior, confezionati con tessuti sontuosi ed esotici, la principessa Margaret d’Inghilterra, la principessa Soraya, Jackie Kennedy, Sophia Loren, Olivia de Havilland Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Michèle Morgan, Isabelle Adjani, Sylvie Vartan, Lauren Hutton e Maria Callas.
Il couturier, 83 anni il 22 agosto, vestì pure l’imperatrice Farah Diba per l’incoronazione dello scià Reza Pahlavi.
La mostra conta oltre 60 modelli di haute couture, accompagnati da accessori e profumi, in esposizione sia dentro le stanze del museo, sia nel giardino, che rappresentano l’evoluzione della moda, dello stile di vita, dell’eleganza e del design dall’inizio degli anni ’60 alla fine degli anni ’80. Non mancano gli abiti disegnati da Bohan per le piece teatrali di Francoise Sagan, le fotografie di Dominique Isserman per Dior, che sfileranno in una sorta di teatro d’immagini, le creazioni mitiche di René Gruau per i profumi Dior, presentate nel giardino invernale della villa, le opere, gli oggetti e i mobili realizzati da artisti che hanno collaborato con Bohan, come Niki de Saint Phalle oppure Pierre Paulin.
Nel 1958 fu nominato dalla famiglia Boussac, proprietaria di Dior, direttore artistico di Dior in Inghilterra e nel 1961 fu chiamato a Parigi a sostituire Yves Saint Laurent, partito per il servizio militare, come capostilista. Tornato prima del previsto, i Boussac si rifiutarono di mandar via Bohan, facendo in fondo la fortuna di Saint Laurent che aprì la sua casa di moda con Pierre Bergé.
Il sarto seppe far fronte alla concorrenza galoppante degli anni ’60, Hubert de Givenchy, Coco Chanel erano rivali temibili e l’arrivo del prêt-à-porter alla fine del decennio fu una rivoluzione: nel 1967 lanciò una linea per gli 0-3 anni (Baby Dior) e la linea da giorno con Miss Dior sotto la guida di Philippe Guibourgé, mentre nel ’70 la linea uomo fece la sua prima comparsa. Lo stilista rivestì l’incarico per circa 30 anni fino a quando a dirigere la maison arrivò Gianfranco Ferré.
Nel 1983 e 1988 venne premiato con due De’s d’or, ovvero gli Oscar della moda francese, conservando il suo carattere riservato e presentandosi in passerella in camice bianco assieme ai lavoranti, come faceva del resto Christian Dior: “I miei amici si meravigliano che mi sia cancellato dietro il nome di Dior – scrive nel catalogo della rassegna – la mia sola ambizione fu di giustificare la fiducia riposta in me, a partire da Marcel Boussac”.
Il museo dedicato alla vita ed alle opere di Christian Dior di Granville, è ospitato a villa Les Rhumbs, la casa d’infanzia del celebre stilista, in pieno stile belle epoque, su una collina che si affaccia sul mare di fronte alle isole Anglo Normanne non lontano da Mont St. Michel. Il giardino all’inglese, voluto da Madeleine Dior, la madre del sarto, è tuttora uno dei rari “giardini d’artista” dell’inizio del XX secolo.
 

La Fondazione Prada ripercorre la carriera di John Wesley con una delle più grandi retrospettive dedicate dell’artista americano. Un tributo, d’altra parte, ad una competizione che ha fatto la storia del nostro Paese nella boutique Fratelli Rossetti di Brescia con una mostra fotografica di immagini dagli anni ’20 ai ’50 del Museo Alfa Romeo.

La Fondazione Prada presenta negli spazi della Fondazione Giorgio Cini a Venezia una mostra antologica, a cura di Germano Celant, dell’artista americano John Wesley (Los Angeles, 1928). L’esposizione, che si terrà in parallelo con la Biennale d’arte di Venezia, dal 6 giugno al 4 ottobre, consisterà nella più vasta ed esauriente rassegna finora realizzata sull’attività di Wesley, considerato una tra le figure più importanti e significative nell’ambito dell’arte moderna americana. Per l’occasione verranno presentate oltre 150 opere provenienti da collezioni private e da prestigiosi musei internazionali.
Organizzata al fine di indagare in modo approfondito il complesso linguaggio di Wesley, la mostra avrà un approccio strettamente storico e cronologico. Partendo dalle prime opere realizzate agli inizi degli anni Sessanta, come dipinti e oggetti, si svilupperà lungo il percorso della sua carriera arrivando agli anni più recenti, contrassegnati da una libertà creativa che conferma il carattere profondamente sperimentale e innovativo dell’artista.
Associato all’Arte Pop, per l’immaginario veicolato, per l’uso dei soggetti popolari ricavati da fumetti e fotografie pubblicitarie e in seguito connesso, per l’essenzialità e del rigore compositivo, all’Arte Minimal (tanto che Donald Judd e Dan Flavin saranno tra i suoi assidui estimatori), in realtà Wesley si sottrae ad una semplice definizione critica o a qualunque connotazione specifica. Oltre all’immaginario Pop e allo stile riduzionista, le sue opere veicolano un intricato mondo intenso e personale in cui si intrecciano i sentimenti più intimi dell’artista, come la perdita del padre in giovane età, quanto la memoria di personaggi tratti dalla storia americana, il rimando ad animali e soggetti erotici, citazioni tratte dall’Art Nouveau e dall’iconografia giapponese: un sottile gusto per il lato umoristico e surreale della vita che contribuiscono a rafforzare l’ineffabilità, l’eterogeneità e l’enigmaticità dell’arte di Wesley.

Fratelli Rossetti, invece, rende omaggio ad un mito italiano, la Mille Miglia, con una mostra fotografica realizzata in collaborazione con Alfa Romeo. La casa automobilistica milanese ha messo a disposizione le immagini d’epoca e le parti di autovetture storiche che animeranno le vetrine della boutique Fratelli Rossetti in corso Zanardelli, 10/a a Brescia dall’8 al 18 maggio. L’esposizione sarà inaugurata con vernissage aperto al pubblico giovedì 14 maggio dalle 16.00 alle 20.00.
La fonte preziosa che ha fornito il materiale storico è il “Centro Documentazione Alfa Romeo Automobilismo Storico” di Arese, ricco di testimonianze dei successi che la casa milanese ha collezionato nelle varie edizioni della gara e membro, al pari del Museo Rossetti di “Milano Città del Progetto”, sistema di musei di impresa promosso dalla Provincia di Milano.
Il bianco e nero delle foto di edizioni gloriose della Mille Miglia, dai tardi anni ’20 ai ’50, sprigiona tutto il suo potenziale evocativo, annullando le barriere del tempo. Pur dando spazio ai ricordi delle imprese passate, le emozioni di allora vibrano di attualità.
“Senso della sfida e intraprendenza legano “l’avventura Mille Miglia” alla filosofia imprenditoriale di Fratelli Rossetti – dichiara Diego Rossetti – e ci hanno stimolato nell’elaborazione di questo progetto, giocando in piena sintonia con Alfa Romeo, con cui condividiamo anche la “milanesità”. Ci è sembrato importante offrire un tributo ad una competizione davvero unica nel suo genere, proprio nella città in cui ha origine”.
 

Lo scorso 1 maggio Tiffany & Co. ha donato al British Museum 30 nuove opere realizzate da Elsa Peretti per il famoso marchio di gioielli. Da ammirare al British Museum o nelle boutuque Tiffany & Co. di tutto il mondo.

Trenta nuove opere d’arte per il British Museum di Londra: sono gioielli e oggetti per la casa disegnati in esclusiva da Elsa Peretti per Tiffany & Co. che entrano a far parte della collezione di design del museo. Le creazioni possono essere ammirate e indossate, poiché saranno disponibili anche nelle boutique del marchio di tutto il mondo, comprese quelle italiane di Milano, Roma, Firenze e Bologna.
Tra i gioielli esposti, i bracciali in lacca nati dall’esplorazione delle arti e dei mestieri tradizionali, come l’Urushi (parola giapponese che significa “lacca”), un procedimento complesso che prevede 70 passaggi di lacca naturale su legno giapponese scolpito e cesellato. Grazie a questa tecnica nascono i bangles in oro 24k, negoro e lacca nera o rossa.
La forma classica del cuore diventa fluida e leggera nel pendente Open Heart, un gioiello che parla d’amore e di sentimenti nel quale Elsa Peretti trasferisce la sua abilità artistica rielaborando i contorni di linee familiari; prende spunto dalla Portofino degli anni Sessanta, invece, per il pendente Bottle in argento. Le donne che frequentavano la cittadina erano sbalorditive, avvolte nei loro vestiti di seta Pucci, ognuna con una gardenia in mano. Fu così che Elsa Peretti trovò un modo per indossare la sua gardenia, tenendola in vita: una piccola bottiglia in argento da tenere al collo.
La passione di Elsa Peretti per le ossa, infine, non ha nulla di macabro. Da bambina, andò a visitare con sua nonna un cimitero vicino ad una chiesa Cappuccina del diciassettesimo secolo, decorata con ossa umane. Così nacque la sua passione per questa forma fluida e naturale che ripropone nel Candeliere Bone in argento.

 

Fratelli Rossetti dedica una mostra-tributo allo spirito anticonformista dello stilista che collaborò con l’azienda di Parabiago alla creazione di modelli ancora oggi attuali a distanza di più di 30 anni come le stringate bicolore.

“Tra Arte e Design” è il titolo dell’esposizione in programma dal 22 aprile al 4 maggio presso il Museo Zucchi Collection di via Ugo Foscolo, 4 a Milano in occasione del debutto di Fratelli Rossetti a “Grandi Passioni Italiane”. Il design di ieri e di oggi, per uno stile di sempre. Fratelli Rossetti reinterpreta il modello di derby black & white, disegnato negli anni ’70 dal più creativo stilista dell’epoca. Spirito libero e assolutamente anticonformista, precursore di quello che sarebbe diventato poi il prêt-à-porter, Walter Albini fu il primo a dedicare attenzione al total look, elevando l’accessorio sullo stesso piano dell’abbigliamento. Da qui il connubio con Fratelli Rossetti per una collaborazione che portò alla creazione di modelli ancora oggi attuali a distanza di più di 30 anni come le stringate bicolore, da allora, sempre riproposte come must in tutte le collezioni.
“I suoi disegni – ricorda Renzo Rossetti, presidente dell’azienda – erano comunque impeccabili: riprodurre le sue idee era molto semplice. Walter Albini era un creativo geniale il cui lavoro ha lasciato una traccia indelebile”. Così, “Grandi Passioni Italiane” è un’occasione per Fratelli Rossetti per raccontare un pezzo di storia di un brand capace di anticipare gli stili e la collaborazione con Walter Albini ne è una testimonianza.

 

Nell’anno del centenario della nascita del futurismo, il Museo d’Arte di Lugano contribuisce alle celebrazioni di questo importante anniversario con una duplice mostra. La prima è dedicata a Umberto Boccioni (1882-1916), uno dei maggiori esponenti di questa fondamentale avanguardia artistica del primo Novecento; la seconda, all’ultimo piano del museo, propone una scelta di disegni dell’artista fiorentino Primo Conti (1900-1988), sodale di Boccioni.

La mostra in omaggio a Boccioni, progettata da Bruno Corà, a cura di Tonino Sicoli e Cristina Sonderegger, pone in dialogo per la prima volta due importanti nuclei dell’artista: le opere su carta di proprietà dello Stato italiano conservate alla Galleria Nazionale di Cosenza in Calabria e le ventuno opere prefuturiste provenienti dalla donazione Chiattone, presenti nella Collezione della Città di Lugano. A queste è affiancata una scelta di dipinti, disegni e incisioni provenienti da collezioni pubbliche e private svizzere e italiane.
Il progetto ha innanzi tutto una valenza filologica e propone un percorso attraverso l’opera di Boccioni mediante l’accostamento di oli, disegni e grafiche volto a evidenziare alcune procedure creative, illustrandone le tappe più significative. Se l’arco cronologico spazia dal 1903 al 1915, ovvero dal divisionismo d’impronta naturalistica, attraverso il simbolismo e il futurismo, fino alle ultime prove d’impostazione cézanniana, le opere selezionate sono per la maggior parte riconducibili al periodo prefuturista di Boccioni e, in particolare, al 1907-1908 quando, accanto all’attività più propriamente pittorica, l’artista si dedica anche all’incisione, all’illustrazione e alla grafica pubblicitaria.
In seguito alla tappa luganese, la mostra sarà presentata in Calabria, riportando della regione nativa di Boccioni l’interno nucleo luganese, a venticinque anni di distanza dall’importante mostra dedicata a Boccioni prefuturista, allestita a Reggio Calabria.
Primo Conti si rivelò fin da giovanissimo un talento fervido e dotato sia per le arti visive che per la musica. Dalle sue prime prove, undicenne, rivela grande qualità e conquista gli ambienti fiorentini d’avanguardia. La conoscenza di Boccioni, nel 1914, gli permette di assorbire il senso della continuità tra arte e vita. Il disegno diventa strumento per fissare gli incontri quotidiani: indaga e ricorda persone, luoghi, oggetti ed eventi. Esso è anche un atto chirurgico che disseziona e seleziona fra dettagli importanti e non; ed è un atto creativo che interpreta le situazioni grazie alle scelte di stile e alle vibrazioni emotive.
Nella mostra, a cura di Daniela Palazzoli, una sessantina di disegni realizzati tra il 1912 e il 1925 permettono di esplorare le prime quattro fasi del suo percorso artistico: prima del futurismo, orientato in senso espressionista figurativo; attraverso il futurismo, nei secondi anni dieci, con scomposizione dei piani di impronta boccioniana e influenza della luce come creatrice di forma; negli anni venti, prossimità alla Metafisica, con recupero dei valori plastici, che prelude alla sua adesione a Novecento e alla riscoperta della classicità.
È in quest’ultimo periodo che Conti conosce il suo primo grande amore, la Signora Harriet Quien (1900-1981), poliglotta e cosmopolita a cui dona questi disegni. Essa porta nella sua esistenza un modello di vita e un’ampiezza di vedute che lo incantano. La continuità tra arte e vita si estende nelle relazioni affettive, con un’idea globale del futuro.

 

Nell’anno del centenario della nascita del futurismo, il Museo d’Arte di Lugano contribuisce alle celebrazioni di questo importante anniversario con una duplice mostra. La prima è dedicata a Umberto Boccioni (1882-1916), uno dei maggiori esponenti di questa fondamentale avanguardia artistica del primo Novecento; la seconda, all’ultimo piano del museo, propone una scelta di disegni dell’artista fiorentino Primo Conti (1900-1988), sodale di Boccioni.

La mostra in omaggio a Boccioni, progettata da Bruno Corà, a cura di Tonino Sicoli e Cristina Sonderegger, pone in dialogo per la prima volta due importanti nuclei dell’artista: le opere su carta di proprietà dello Stato italiano conservate alla Galleria Nazionale di Cosenza in Calabria e le ventuno opere prefuturiste provenienti dalla donazione Chiattone, presenti nella Collezione della Città di Lugano. A queste è affiancata una scelta di dipinti, disegni e incisioni provenienti da collezioni pubbliche e private svizzere e italiane.
Il progetto ha innanzi tutto una valenza filologica e propone un percorso attraverso l’opera di Boccioni mediante l’accostamento di oli, disegni e grafiche volto a evidenziare alcune procedure creative, illustrandone le tappe più significative. Se l’arco cronologico spazia dal 1903 al 1915, ovvero dal divisionismo d’impronta naturalistica, attraverso il simbolismo e il futurismo, fino alle ultime prove d’impostazione cézanniana, le opere selezionate sono per la maggior parte riconducibili al periodo prefuturista di Boccioni e, in particolare, al 1907-1908 quando, accanto all’attività più propriamente pittorica, l’artista si dedica anche all’incisione, all’illustrazione e alla grafica pubblicitaria.
In seguito alla tappa luganese, la mostra sarà presentata in Calabria, riportando della regione nativa di Boccioni l’interno nucleo luganese, a venticinque anni di distanza dall’importante mostra dedicata a Boccioni prefuturista, allestita a Reggio Calabria.
Primo Conti si rivelò fin da giovanissimo un talento fervido e dotato sia per le arti visive che per la musica. Dalle sue prime prove, undicenne, rivela grande qualità e conquista gli ambienti fiorentini d’avanguardia. La conoscenza di Boccioni, nel 1914, gli permette di assorbire il senso della continuità tra arte e vita. Il disegno diventa strumento per fissare gli incontri quotidiani: indaga e ricorda persone, luoghi, oggetti ed eventi. Esso è anche un atto chirurgico che disseziona e seleziona fra dettagli importanti e non; ed è un atto creativo che interpreta le situazioni grazie alle scelte di stile e alle vibrazioni emotive.
Nella mostra, a cura di Daniela Palazzoli, una sessantina di disegni realizzati tra il 1912 e il 1925 permettono di esplorare le prime quattro fasi del suo percorso artistico: prima del futurismo, orientato in senso espressionista figurativo; attraverso il futurismo, nei secondi anni dieci, con scomposizione dei piani di impronta boccioniana e influenza della luce come creatrice di forma; negli anni venti, prossimità alla Metafisica, con recupero dei valori plastici, che prelude alla sua adesione a Novecento e alla riscoperta della classicità.
È in quest’ultimo periodo che Conti conosce il suo primo grande amore, la Signora Harriet Quien (1900-1981), poliglotta e cosmopolita a cui dona questi disegni. Essa porta nella sua esistenza un modello di vita e un’ampiezza di vedute che lo incantano. La continuità tra arte e vita si estende nelle relazioni affettive, con un’idea globale del futuro.