Currently viewing the category: "womenswear fashion shows"

Luci od ombre? Probabilmente, entrambe caratterizzano l’autunno-inverno 2019-2020 poeticamente malinconico, ma profondamente intimista di Dries Van Noten. “Rose is a rose is a rose is a rose”, il verso più famoso dell’opera letteraria Sacred Emily di Gertrude Stein, è il punto di partenza della collezione del marchio controllato dal gruppo Puig, in scena al Palais de Tokyo, tutta incentrata sul fiore che perde la connotazione scontata legata al romanticismo e acquista quella più contemporanea associata all’imperfezione. E sono quelli del giardino privato dello stilista belga ad Anversa, fotografati lo scorso autunno e riportati delicatamente adesso sul tessuto. Così, dal grigio gessato dei trench e dei completi sartoriali maschili, accompagnati da stole trapuntate e scarpe con platform e tacco alto coordinate, si passa a cappotti, tailleur e abiti di satin sui quali vengono riprodotti petali e corolle di 50 differenti varietà di rose, dalie e giacinti accostati, a contrasto, a eco pellicce dagli accesi colori fiammati che s’ispirano alla kniphofia (pianta tropicale, originaria dell’Africa centro-orientale e meridionale, della famiglia delle Liliacee, sorprendente per la sua adattabilità a essere coltivata in giardino), sensualmente scivolate sulle spalle e, allo stesso tempo, sofisticatamente tenute vicino al corpo, che si ritrovano anche nei colli, nelle maniche o nelle borse. Al daywear, questa volta, viene affiancato un eveningwear fatto paillette che rendono vertiginosamente tridimensionali le fantasie floreali di cui si riempiono capispalla, giacche, pantaloni, gonne e, perfino, le spalline dei lunghi abiti asimmetrici, velati, talvolta, da tuniche stampate. Per l’ultima uscita, uno smoking nero che ripropone, senza soluzione di continuità, per la sera la stessa silhouette da giorno della prima. Un’ottima prova del couturier che, attraverso l’eccellente qualità sartoriale del suo lavoro curato, come sempre, nel dettaglio, riflette sull’identità filtrata dal mutamento temporale restituendo un immaginario fortemente sensoriale dal potere quasi sinestesico. Non è necessario sorprendere, ma rinnovarsi espandendo il proprio vocabolario. Perché l’eleganza, finalmente riscoperta sulle passerelle, va preservata. Come un fiore!

 

Dov’è finita l’autenticità? In un’epoca decadente come quella contemporanea, nella quale la sovrastimolazione creata dalla cultura digitale ha generato un’alterazione irreversibile che crea dipendenza, è diventato difficile, nell’eccesso dell’artificialità, riuscire a trovare la verità della realtà. Un argomento più volte trattato da John Galliano per Maison Margiela che, nella sfilata co-ed per l’autunno-inverno 2019-2020, recupera i traguardi raggiunti con l’Artisanal dello scorso gennaio e li sviluppa in modo ancora più radicale “per portare l’entità dell’abito al suo nucleo più puro”, si legge nelle note. Attraverso la scomposizione, ricomposizione e migrazione sul corpo di capi del guardaroba tradizionale si arriva, dunque, alla loro essenza. E non è più importante neanche l’identificazione di genere, seguendo l’ottica della gender fluidity tipica della griffe: eliminata ogni sovrastruttura, rimane solo una traccia della loro origine, visibile grazie a qualche residuo formale o a quegli adattamenti, spesso, segnati dalle imbastiture bianche a vista. Così, un cappotto in flanella si trasforma in una cappa, un trench in finta pelle in un paio di bermuda dall’orlo décortiqué, una sciarpa paillettata in un top e un jodhpur in un abito bustier. Le camicie prendono in prestito le maniche delle giacche o dei maglioni dalle lunghezze dissonanti, i tailleur sono formati da capispalla tagliati orizzontalmente, i pantaloni sono appiattiti per diventare gonne e le fodere dalle fantasie colorate diventano leggings zippati coordinati agli stivaletti dalla punta squadrata che si alternano a scarpe da bebe con il calzino. Il cambiamento nasce da un approccio trasformistico dell’identità? Magari, liberando le proprie pulsioni che, con un percorso complesso e travagliato, può portare a emergere una nuova consapevolezza secondo la quale, con l’assenza di abbellimenti superflui, seguendo lo spirito rivoluzionario del fondatore, diventa possibile adattare ogni proposta, dalla costruzione sartoriale ineccepibile, in base a chi la indossa. Un messaggio profondo di speranza, ormai, sempre più urgente. Nella moda e non solo.

 

Quale sarà la nuova identità di Lanvin? Difficile dirlo alla prima prova di un nuovo direttore creativo che si trova di fronte il difficile compito di rendere ancora rilevante, in un mercato fortemente saturo e altamente competitivo, la più antica maison francese. Dopo l’uscita, a 14 anni dalla nomina, di Alber Elbaz (e, lo scorso novembre, di Lucas Ossendrijver che disegnava l’uomo) né Bouchra Jarrar né, tantomeno, Olivier Lapidus hanno avuto successo. Ci riuscirà Bruno Sialelli? Al momento, negli spazi gotici del Musée Cluny, sede del Museo Nazionale del Medioevo, il 31enne designer di Marsiglia, per l’autunno-inverno 2019-2020, punta su poncho, kilt e plaid che diventano gonne asimmetriche a fazzoletto in tartan, abiti foulard arricchiti di lamine luminescenti o in maglia di lurex per lei, montgomery dal taglio sartoriale, camicioni dalla stampa manoscritto, t-shirt in tulle e pantaloni scamosciati o in maglia per lui. Per entrambi, invece, giacche alla marinara in lana con dettagli in pelle e caban con i revers dal collo ampio o a forma di cuore, twinset con ricami tridimensionali, cappotti, maglioni e sciarpe d’ispirazione sudamericana e jeans scoloriti composti da pannelli cuciti tra loro con cinture incorporate. Non manca il logo, da quello iconico di Jeanne e Marguerite Lanvin presente sugli chemisier o sulle borse al monogramma JL (o è una doppia L?) sui pigiami di seta o sugli abiti sottoveste. Un’offerta varia e desiderabile in grado di soddisfare potenzialmente un pubblico ampio ed eclettico, ma diverso rispetto a quello rimasto orfano di Elbaz per il womenswear e di Ossendrijver per il menswear. Linee, in precedenza, peraltro, profondamente diverse e, ora, accomunate secondo un’unica visione d’impronta lifestyle. Strategia di distacco che potrebbe essere vincente se l’estetica di Sialelli non fosse ancora troppo influenzata dalle proprie esperienze passate: dopo gli studi allo Studio Berçot di Parigi, ha lavorato per Paco Rabanne, Acne Studios, Balenciaga e, infine, da Loewe dove si occupava della divisione maschile sotto la direzione artistica di J.W. Anderson. Si starà, davvero, delineando un capitolo più attuale per la griffe, adesso, nell’orbita del gruppo cinese Fosun International? Considerando la sua lunga storia, non ci si potrebbe aspettare niente di meno.

 

Quant’è importante la fedeltà di un designer alla tradizione del marchio per cui disegna se non è il proprio? E a se stessi? Anthony Vaccarello sceglie, dunque, di lavorare su quei tratti comuni tra il gusto di Monsieur Yves Saint Laurent e il suo. Per l’autunno-inverno 2019-2020 di Saint Laurent cita Betty Catroux, regina delle disinvolte notti parigine e musa iconica del fondatore, ma, tra le infinite suggestioni di un archivio immenso, decide anche di abbandonarsi alla seduzione ipnotica della mitica fragranza Opium e di riconsiderare la controversa collection du scandale, quella per la haute couture della primavera-estate 1971 che oltraggiò la critica per la la sua ispirazione allo stile bellico degli anni ’40 che rievocava l’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale e che, però, riscosse grande successo. La Maison de Verre, un grande cubo specchiato, situato di fronte al Trocadéro, sul quale la Tour Eiffel si frammenta nei suoi quadri riflettenti, allora, fa da cornice a una sfilata dalle atmosfere notturne, dominata da cappotti e completi maschili dalle spalle importanti anni ’80 che s’indossano su top e camicie dalle trasparenze sfacciate, da minitrench vinilici, da giacchine ricamate di paillette su shorts animalier o pantaloni e gonne a balze di pelle, da abiti scultorei con fiocchi giganti o scolli a cuore pieni di cristalli che sembrano pois, abbinati a piccole cuffie coordinate, stole di pelliccia zebrata e scarpe a punta con platform o stivali con piume. I vetri della passerella si scoprono essere bifronte nel finale per svelare, nell’oscurità, la “seconda parte” del fashion show fatta, più o meno, delle stesse proposte, per lei e per lui, che diventano fluorescenti e si confondono letteralmente in un gioco di moltiplicazioni. Un desiderio liberato per capi che risulteranno, facilmente, desiderabili per una donna forte e audace, ma non aggressiva e combattente. Un’amante della leggerezza. Com’era Betty Catroux. Peraltro, se anche Tom Ford le dedicò la sua collezione per la primavera-estate 2001 di Yves Saint Laurent rive gauche, l’estetica di Vaccarello è certamente più vicina a quella costruita da Hedi Slimane e interpretata, addirittura, meglio rispetto allo stilista arruolato, adesso, da Celine. E questo, nella sana (diciamo così!) competizione che anima la moda attuale, non è un dettaglio trascurabile.

 

Cos’è un direttore creativo? Una figura che sta subendo una mutazione più profonda di quanto non siano, ormai, i cambiamenti della moda. Tra i sei stilisti che, nella loro individualità, hanno disegnato per Christian Dior, Maria Grazia Chiuri, l’unica donna finora, ha sempre affermato di essere, sostanzialmente, una curatrice degli archivi con il compito d’interpretare e trasporre i codici storici secondo un’estetica contemporanea. Per l’autunno-inverno 2019-2020, ritorna agli anni ’50 e, più precisamente, alla sottocultura inglese dei fermenti giovanili nel decennio che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale. Una coincidenza che, al momento, sia in corso la mostra “Christian Dior: Designer of dreams”, fino al 14 luglio 2019, all’interno della Sainsbury Gallery del Victoria&Albert Museum di Londra, con il supporto di Swarovski, dov’è presente una sezione dedicata al legame che il couturier ha avuto con il Regno Unito? La designer italiana, però, sceglie moderne Teddy Girl per raccontare il suo approccio alla femminilità che, nell’insistente rivendicazione femministica delle proprie istanze, talvolta, potrebbe risultare artificiosamente corporativistico o pregiudiziale se accompagnato da un già visto rimaneggiamento dello sportswear e delle linee da principessa. A rappresentarle è l’artista concettuale Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli Menna che, negli anni ’70, ha assunto un nome maschile per protestare contro un sistema di privilegi riservato solo agli uomini: a lei, a cui sarà dedicata la mostra “The Unexpected Subject” dal 4 aprile ai Frigoriferi Milanesi, sponsorizzata dalla griffe francese, è stato chiesto di realizzare, con il suo alfabeto, la location della sfilata fuori dal Musée Rodin. Ma non è tutto: parla di fratellanza come condivisione d’intenti attraverso la stampa sulle t-shirt dei titoli dei libri della poetessa femminista americana Robin Morgan (Sisterhood is global, Sisterhood is Forever e Sisterhood is Powerful) da abbinare a giacche spalmate che ricordano quelle in pelle nera create da Yves Saint Laurent per Dior, la versione femminile del giubbotto dei Teddy Boy, completi dalle forme edoardiane che sembrano il tailleur Bar sopra camicie con il fiocco e gonne a pieghe strette in vita da cinture alte in cuoio come piccoli corsetti, tute matelassé, plaid check sfrangiati che diventano cappotti, abiti in toile de jouy, anche di jeans, costellati di palme. Giovani donne libere che urlano la propria necessità di liberarsi dagli stereotipi. Ma è ancora necessario? Apparentemente sì!

 

Esiste ancora il glamour? Il mondo per cui Roberto Cavalli, lo stilista, disegnava abiti da sogno, esageratamente sexy? Parrebbe di no, considerando le proposte di Paul Surridge per l’autunno-inverno 2019-2020 di Roberto Cavalli, il marchio, che ha sfilato co-ed all’interno di una tensostruttura situata nei Giardini Indro Montanelli. E se le fantasie, elemento identitario della griffe fiorentina, non mancano, in questo caso, l’animalier diventa astratto e multicolor traducendosi per lui su cappotti in panno di lana, giacche ampie senza bottoni, camicie e dolcevita da abbinare a jeans scoloriti e stivaletti, tanto cari allo stilista toscano, mentre per lei su abiti plissettati, giacchini corti e pantaloni a vita altissima da portare sui cuissard. L’essenzialità, spesso monocromatica, del daywear lascia spazio ai bagliori dell’eveningwear: incrostazioni di paillette sono state pensate al maschile su giubbotti da indossare su pantaloni di pelle e al femminile su miniabiti che scoprono le gambe svettanti su sandali dai tacchi alti e sottili. Paradossalmente, però, nonostante il brand abbia sempre risaputamente privilegiato il womenswear, a cui è stato legato l’immaginario, l’attenzione rivolta al menswear, disegnato dell’ex direttore artistico di ZZegna, sembra prevalere dato che, come nelle precedenti collezioni, l’esibizionismo viene sostituito dal pragmatismo costruito sulla geometria delle forme e sulla perfezione dei dettagli. La vera expertise dello stilista britannico. Una nuova forma di sensualità che possa trovare ancora una legittimità nel mondo contemporaneo? Il dubbio rimane, come quello riguardante la cessione dell’etichetta da parte di Clessidra che, attraverso la controllata Varenne 3, detiene, dal 2015, il 90% del capitale a pretendenti come Philipp Plein o Otb-Only the brave di Renzo Rosso. Purtroppo, le indiscrezioni finanziarie hanno catturato maggiore interesse rispetto ai capi.

 

Cosa sarebbe un marchio senza la propria identità? Donatella Versace, continuando il percorso intrapreso con la pre-fall 2019, andata in scena lo scorso dicembre a New York (iniziato, in realtà, con la Tribute Collection), ripropone per l’autunno-inverno 2019-2020 di Versace tutti i simboli legati alla storia della maison fondata dal fratello Gianni nel 1978, alcuni dei quali arricchiscono già, in versione macro, la location. La stampa neoclassica è presente sulle fodere trapuntate dei caban, sulle maniche delle giacche o sulle sottovesti bordate di pizzo, utilizzato anche intarsiato con il coccodrillo dei giubbotti e delle minigonne o per le autoreggenti, la spilla da balia con l’iconica Medusa drappeggia i maglioni in cashmere sfrangiati, le cinghie e le fibbie sollevano le gonne o definiscono i reggiseni sadomaso che ingabbiano i dolcevita, la pelle aggressiva dei completi si alterna all’eleganza del tweed, le catene di greche percorrono le pellicce ecologiche multicolor o diventano collane. Ma non è tutto: sulle t-shirt, grazie al supporto della Richard Avedon Foundation, ritorna il ritratto di Donatella, scattato da Richard Avedon nel 1995 per la campagna del profumo Versace Blonde, il cui flacone si ritrova sui bracciali, sugli orecchini o sulle borse come charm nonché nelle grafiche di camicie e foulard coordinati mentre gli abiti recano la V barocca che proviene dalla statua Vittoria della National Gallery di Londra o s’incrostano di pavé di cristalli che prendono la forma di fiocchi sulle scarpe. Un ritorno agli anni ’90, sottolineato anche dalla presenza di Stephanie Seymour a chiudere la sfilata, che fa propria la visione grunge secondo la quale un’imperfezione apparente diventa la nuova perfezione. La più adatta per veicolare ed esaltare l’immagine della griffe, ora di proprietà dell’americana Capri Holdings Limited. Fatta di ricordi del passato, ma destinata ad attrarre inesorabilmente e irresistibilmente i consumatori del futuro. L’obiettivo comune a tutte le realtà del lusso.

 

La trasfigurazione è sinonimo di novità? O sarebbe sufficiente cambiare il significato degli abiti? Dopo Prada, anche Marni per l’autunno-inverno 2019-2020 mantiene per la sfilata femminile la stessa location di quella maschile del mese scorso, all’interno dello spazio industriale di via Ventura, ma non è l’unica affinità: entrambi i marchi propongono, attraverso una contrapposizione dualistica di opposti, una reazione. Se per Miuccia Prada la sintesi si risolve, alla fine, in un’unione, per Francesco Risso si trova nella ribellione contro il perbenismo. E intitola il suo fashion show NeuroErotik, un “allegro esercizio contro la censura”, come si legge nelle note: “l’idea è quella di mappare nuovi punti di piacere, come in una griglia. Un erotismo non scontato, ma guidato dal cervello”. Se la visione concettuale dell’etichetta fondata da Consuelo Castiglioni era legittimata dal fatto che niente è come sembra, in questo caso, la sensualità cerebrale delle proposte in passerella si decostruisce e si ricostruisce nel tentativo di fornire composizioni che possano suggerire letture inedite o inaspettate. Così, i cappotti maschili diventano stratificati e oversize, gli abiti assemblano parti diverse tra loro, spesso a contrasto, attraverso anelli di forma diversa (di Margiela-esca memoria) o si caricano di piercing, i camicioni riportano motivi pixelati, i top dalla scollatura profonda con le impunture a vista si sovrappongono, le giacche tagliate di netto diventano bolero e s’indossano su gonne con più di un punto vita che uniscono tessuti plissettati orientati in direzioni divergenti. Elementi unificanti sono le catene mixate tra loro da portare come sciarpe o come cinture, gli anfibi con il platform di diverso colore o gli stivali al ginocchio anche borchiati. Razionalità o irrazionalità? Destrutturazione o ristrutturazione? “È il tempo di giocare, senza esclusione di colpi, a corpo libero e pensieri liberati. Tanto questo gioco è tutto nella testa. Riuscirete a fuggire?”, scrive Risso, poco preoccupato del fatto che la sua complicata rivoluzione, non solo estetica, con il womenswear abbia perso di forza e significato rispetto a quella vista per il menswear. Per riuscire a scardinare le convenzioni è necessario un punto di vista alternativo: quello “allegro ma non troppo” era, certamente, più convincente.

 

La moda è una rappresentazione della società? E del suo cambiamento? Parrebbe pensarla così Massimo Giorgetti che per l’autunno-inverno 2019-2020 di MSGM ricrea le scene di un film immaginario intitolato Spezzacuori, ambientato negli anni ’80 a Milano, tra il noir e il cartoon. Sottotitolo: “Pensavo fosse amore e invece era Milano”. E il cuore è l’elemento centrale, quasi ossessivo, delle proposte in passerella, stampato sugli abiti dalle spalle importanti, arricchiti da fiocchi giganti, o sulle gonne a palloncino, intarsiato sullo scollo dei dolcevita in maglia da indossare su pantaloni in PVC bicolore, spezzato sui revers delle giacche da abbinare alle camicie optical o decorato sulle scarpe. Nonostante un nuovo monogramma combina la lettera M con una rosa rossa sui jeans che si portano con i cappotti over con estensioni di tessuto coordinato che sembrano delle sciarpe, la stampa fatta in collaborazione con Flash Art, la rivista d’arte fondata da Giancarlo Politi nel 1967, che viene riprodotta sulle t-shirt sarà tra quelle che riscuoterà, sicuramente, maggiore successo. Ma che può nascondere significati meno evidenti: se la moda, che, ormai, entra nei musei come l’arte (bizzarro il tempismo, a poche ore di distanza, della presentazione in anteprima della mostra “Camp: Notes of fashion” che sarà aperta al pubblico dal 9 maggio al 8 settembre 2019 al Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York), riflette la contemporaneità di cui deve interpretare il mutamento, in questa collezione, si riscontra la volontà di evoluzione del brand, pronto a crescere e rinnovarsi anche grazie al supporto del fondo Style Capital: nel rispetto dell’identità, infatti, sembra volersi allontanare da quello streetstyle che, nell’esigenza del momento, lo ha reso noto, proiettandosi verso orizzonti nuovi. In un mondo globale come quello attuale, infatti, la necessità di superare la prova del tempo rielaborando le proprie radici senza snaturarle diventa un imperativo. Scommessa vinta? D’altra parte, come frammenti di vita, tutto scorre. Anche il gusto dei consumatori.

 

Come si può riportare alla redditività l’unico brand di Kering che ha un fatturato in negativo? Impresa ardua se i termini di paragone sono Gucci, Saint Laurent e Balenciaga. Poiché Bottega Veneta ha chiuso il 2018 attestandosi a 1,1 miliardi di euro, -5,7%, è naturale che il debutto di Daniel Lee, il successore di Tomas Maier al timone creativo, si caricasse di notevole aspettativa, nonostante la sua prima prova sia stata anticipata dalla presentazione della pre-fall 2019, accolta favorevolmente dai buyer. Per l’autunno-inverno 2019-2020, andato in scena all’interno di una tensostruttura situata accanto all’Arco della Pace, il designer punta sulla libertà, anche di osare, nella definizione di un lusso disinvolto che, pur rispettando la tradizione del marchio del “when your own initials are enough”, prova a scrivere una pagina del tutto nuova, in cui il seXy-factor diventa un parametro fondamentale. Partendo dal classico intrecciato che diventa macro, sfilano co-ed in passerella completi sartoriali dalle spalle importanti su dolcevita impalpabili dalle maniche extra long o maglieria decostruita su giubbotti e pantaloni da motociclista. E se questi sono credibili più per lui, i maglioni per lei si riempiono di catene dorate, le stesse che stringono cappotti e gonne trapuntate. Tra i materiali preziosi e raffinati, spicca su tutti la pelle utilizzata a profusione un po’ ovunque e con lavorazioni diverse: ancora intrecciata sugli anorak, unita al neoprene nelle giacche, arricciata sulle camicie, annodata nei top o rinforzata negli anfibi. L’anima dark è illuminata da mosaici di cristalli sui camicioni. Una collezione moderna che mira decisamente alla differenziazione del prodotto nel tentativo di attrarre fasce di consumatori diverse. Magari, più giovani e meno borghesi. Del resto, in un mondo sempre più globale, non è più possibile considerare, come in passato, una sola tipologia di riferimento. Sarà questa la formula che consentirà l’inversione di rotta dei conti? Senza dubbio, la visione del 32enne stilista inglese, ex braccio destro di Phoebe Philo da Céline, può essere considerata rischiosa, ma solo attraverso il coraggio, ormai, si può arrivare all’obiettivo. Gucci docet!