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La ribellione è un’attitudine? In attesa, dopo 16 anni, del ritorno alla haute couture con la prima sfilata di Balmain Paris, disegnata da Olivier Rousteing, lo stilista scrive un nuovo capitolo di Balmain Homme per l’autunno-inverno 2019-2020. Se la rivoluzione digitale avrebbe dovuto portare, almeno sulla carta, a una maggiore libertà, agevolata dall’arricchimento della conoscenza, in pratica, l’effetto è stato quello contrario. La mancanza di rispetto è all’ordine del giorno, generata da una comunicazione tendenziosa. Come rimediare? Tornando indietro? Sarebbe impossibile! Le conquiste fatte, allora, dovrebbero essere rilette attraverso gl’insegnamenti del passato. Le giacche bouclé bordate di catene e i perfecto borchiati in pelle diventano corti attraverso tagli a vivo, anche sulle spalle che scompaiono, per abbinarsi con maglioni smagliati e pantaloni della tuta con bande laterali risultanti da una decolorazione o da motociclista zippati obliquamente. Le t-shirt hanno il nuovo logo, già apparso sulle proposte della pre-fall 2019, in cui la B di Balmain s’interseca con la P di Pierre (o di Parigi, dato che la griffe è fortemente legata alla città) o recano claim. Tra gli altri, “All I want to do is be more like me & be less like you”, “Your truth is not mine”, “You only know my name, not my story”, “Don’t put your blame on me”, “I’m under no obligation to reply”, “Your comments I don’t mind. Hate with passion is love” o “I hope (s)he likes boys”, stampati anche sulle sneaker, sulle borse e sugli zaini matelassé. Capi manifesto che diventano graffiti di un moderno street tailoring. Un occhio di riguardo agli accessori con occhiali che sembrano binocoli da teatro per osservare il mondo, reale o virtuale. Bianco e nero interrotto solo dalla presenza del jeans (spesso, strappato) in capi ibridi come, in uno spirito di libertà, lo sono i generi: infatti, non è possibile distinguere facilmente i capi da uomo da quelli da donna perché è più importante la personalità di chi l’indossa. Sarà questo il messaggio più importante da assimilare? Sicuramente, più tolleranza in un mondo, ormai, imprigionato digitalmente come gli iPhone case da legare al petto. Per non dimenticare che su Apple Store è già disponibile la nuova app con cui immergersi nell’universo della maison di rue François-1er. Una realtà aumentata che promette un’esperienza il più inclusiva possibile.

 

Il nuovo nasce dalla risoluzione di una contraddizione? Si potrebbe dire così considerando il debutto, a otto mesi dalla nomina e dopo aver saltato una stagione, di Kris Van Assche da Berluti. “Vagabond deluxe”, ha chiamato, facendo propria la definizione di Olga Berluti per le scarpe, il suo uomo per l’autunno-inverno 2019-2020 che ha sfilato all’interno dell’Opéra Garnier. Intorno a un avvicendamento creativo si sviluppa sempre tanta curiosità: come sarà il nuovo corso? Quanta coerenza avrà con il passato? Lo stilista belga, infatti, che ha preso il posto lasciato da Haider Ackermann, proviene da Dior Homme, passato a Kim Jones in uscita da Louis Vuitton, creativamente diretto, adesso, da Virgil Abloh. Il marchio marchigiano, famoso per le calzature, fondato nel 1895, d’altra parte, anch’esso di proprietà del colosso del lusso francese LVMH che lo ha acquisito nel 1993, si è ampliato, prima, con la pelletteria nel 2005 e, poi, con l’abbigliamento nel 2011. Quale miglior spunto, quindi, di trasferire, almeno apparentemente, le tecniche dagli accessori agli abiti? Due mondi che, nonostante tutto, in precedenza risultavano separati. Un lusso ribelle che non vuole più essere senza tempo e, mai come ora, si ammanta di un forte carattere fashion: il patina suit che utilizza un’adattata lavorazione patina per trattare il colore, dalle spalle strutturate e con i pantaloni zippati lascia il posto a voluminosi cappotti in canguro, felpe in coccodrillo, camicie e dolcevita che rendono omaggio alle macchie lasciate, anno dopo anno, con la tecnica delle patine, sul marmo del tavolo di lavoro degli artigiani alla Manifattura di Ferrara e pantaloni da motocilista stretti sul fondo come se fossero tute. Le sneaker, metallicamente rinforzate sulla punta, presentano suole geometriche come scarpe su misura. Al pari del suo predecessore, manda in passerella, accanto al menswear, il womenswear che, però, non è altro che la reinterpretazione in chiave femminile dei look maschili. Sarà l’indicazione di un’ulteriore apertura? Trasversalità che, invece, al momento, non contempla limiti anagrafici dato che il prodotto è destinato a diversi tipi di uomo, dal padre al figlio. Quella tradizione che, più di ogni altra, è sinonimo di libertà.

 

Globalità o individualità? Sono i due opposti che gravitano nella moda contemporanea che cerca di dare risposte, per trovare una propria legittimazione: se, rispettivamente, la prima, in un presente piuttosto insoddisfacente, si nutre di messaggi che vengono veicolati in modo, spesso, troppo veloce e poco chiaro, quando non intenzionalmente ingannevole, rivolgendosi a platee, idealmente, sempre più vaste, la seconda spinge, al contrario, il singolo a emergere. O, almeno, a reagire. In questo, nessuno come Miuccia Prada è in grado di scardinare certezze insinuando il dubbio, favorendo la riflessione fino ad arrivare, se possibile, alla formulazione di un pensiero. E lo fa anche per l’autunno-inverno 2019-2020 dove sceglie di parlare dell’umanità ponendo, però, la propria attenzione sulle debolezze. Sull’uomo che vuole confrontarsi con la propria sensibilità che è, allo stesso tempo, insicurezza e bisogno di protezione. Come sempre, filtra, quindi, su una passerella a spuntoni in morbida schiuma, illuminata da 120 lampadine a incandescenza all’interno del Deposito della Fondazione Prada, la severità di cappotti e completi dai tagli sartoriali con le esplosioni cromatiche di camicie stampate dell’artista Jeanne Detallante o luminose quando sono impreziosite da incrostazioni di cristalli da indossare, secondo un ordine sovvertito, sopra i maglioni che, poi, spiccano sopra alle giacche nel caso presentino spalline colorate di marabù a contrasto che accessoria pure i cappelli antifreddo. L’anima difensiva fa la sua comparsa nei giubbotti di nylon multitasca, quasi militari, foderati di montone da infilare nei pantaloni tecnici e portare a pelle, come per mostrare l’esigenza di mettersi a nudo, nelle cinture portate doppie, nelle scarpe con platform in gomma e tomaia in vernice, talvolta, in colori acidi o borchiata e negli zaini pieni di catene e charm, come quelli delle collane, leggibili metaforicamente come la stretta delle convenzioni che hanno sempre connotato il menswear e dalle quali, ancora, non ci si è riusciti totalmente a liberare. Ma, come in ogni forma di dualismo, non tarda ad arrivare l’urgente richiesta di tenerezza e amore, rappresentata attraverso un cuore in lana da appuntare con una spilla. Lo stesso da riservare alla collezione, più leggera e meno pretenziosa del solito, che, con la sua autorevolezza, risulterà facilmente attraente nella sua autenticità. Perché non c’è più la necessità di avere qualcosa di nuovo nel guardaroba. Ma, come ha più volte sottolineato la stilista, di vestirsi di consapevolezza.

 

Quale sarà adesso il futuro di Versace? Quanti si sono posti questo interrogativo dopo l’acquisizione per 1,83 miliardi di euro della maison Gianni Versace da parte di Michael Kors Holdings, diventata dal 2 gennaio Capri Holding Limited, nella quale la famiglia Versace ha deciso di reinvestire 150 milioni di euro per rilevare quasi 2,4 milioni di azioni ordinarie? La prima anticipazione si è avuta con la pre-fall 2019, andata in scena lo scorso dicembre a New York, segnata da un ritorno a sfilate iconiche come quella per la primavera-estate 1994, disegnata dal fondatore. Un’indicazione che il percorso da seguire è stato tracciato? Forse, dato che con l’autunno-inverno 2019-2020 è come se si volesse sciogliere definitivamente qualsiasi dubbio, nel caso ci fossero stati, che, in qualche modo, la griffe della Medusa sarebbe cambiata. E Donatella Versace torna su un tema che è diventato la cifra stilistica dell’uomo immaginato, prima, da Gianni e, poi, da lei: la definizione del perimetro della mascolinità. Del resto, è un concetto di prepotente attualità sul quale la società contemporanea si sta tuttora dibattendo: essendo stati gradualmente stravolti, anche grazie alla moda, i confini che lo delimitavano ha assunto una dimensione talmente poliedrica da consentire, ormai, a ognuno la propria scelta. Nel caso della designer, con questa collezione, punta su un uomo coraggioso diviso tra cappotti maculati e trench in PVC fumé che scoprono t-shirt logate e pantaloni di pelle, completi sartoriali arricchiti da grandi righe che si abbinano a pantaloni boxeur e boa di marabù, entrambi in tinte fluo, maglioni tenuti insieme da spille da balia da indossare con jeans ricamati di cristalli e maxi sciarpe, harness presenti un po’ ovunque, per ribadire volontà estreme di trasgressione delle regole, insieme a calze sportive e borse che sembrano rubate dal guardaroba di lei. E se la ricerca della libertà comporta una sfida costante con se stessi e con il mondo esterno, la casa automobilistica americana Ford concede, per un’edizione limitata, il logo per giubbotti da motociclista, felpe, camicie e sneakers. Qual è, dunque, il limite? Probabilmente, quello della credibilità. Perché per osare veramente non bisogna mai dimenticare di essere fedeli a se stessi. La stessa dichiarazione d’intenti fatta dall’etichetta italiana, diventata di proprietà americana, che dovrebbe concretizzare, almeno sulla carta, l’idea del management che mirerebbe a diversificare maggiormente il consumatore e, conseguentemente, le vendite. Con l’obiettivo ambizioso di raggiungere, nel lungo periodo, 2 miliardi di euro di ricavi.

 

Riesce ancora la moda a seguire la parabola del cambiamento della società? O, ancor meglio, ad anticiparla? O, almeno, interpretarla? Molti analisti cercano, d’altra parte, di prevedere il successo di un brand e le sue prospettive di crescita. Ma cos’è, davvero, necessario possedere per conquistare un consumatore che, ormai, ha tutto nel guardaroba? A nessuno è dato saperlo con certezza. Le formule si susseguono, anche nella strutturazione della settimane della moda, ma, spesso, si procede per tentativi. Sperando per il meglio. Nella panoramica di proposte che, due volte all’anno, vengono presentate durante Pitti Immagine Uomo, giunto alla 75esima edizione, s’inserisce in “The Pitti Box”, come special guest, Glenn Martens, dal 2013 al timone di Y/Project, dopo la prematura scomparsa del co-fondatore e direttore creativo Yohan Serfaty di cui è stato assistente. Lo stilista belga, 35 anni, laureato alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, ha lavorato con Jean Paul Gaultier come junior designer per l’etichetta maschile G2, prima di lanciare nel 2012 a Parigi il suo marchio, interrotto a due stagioni dal debutto. Per Y/Project che, inizialmente, si occupava solo di menswear e, in poco tempo, si è arricchito anche del womenswear, è riuscito a imporre un codice estetico concettuale in cui si fondono streetwear e couture. Lo stesso portato, magistralmente, in scena all’interno del chiostro del complesso di Santa Maria Novella con la collezione uomo per l’autunno-inverno 2019-2020 e la pre-collezione donna. In un’oscurità senza spazio e senza tempo, spezzata dalle torce degl’invitati, i capi, seguendo un filone narrativo antitetico, giocano con il layering di pezzi oversize per adattarsi a condizioni, funzioni e utenti differenti. Imperativi della contemporaneità visti un po’ ovunque durante il salone fiorentino che, però, in questo caso, promuovono la scelta individuale ed esaltano la diversità come valore. Abolita, quindi, ogni barriera in una fusione dei generi generata dalla decostruzione: i trench e le giacche si modificano a seconda dell’abbottonatura, la maglieria diventa tridimensionale grazie a tagli strategici e sovrapposizioni di tulle, i pantaloni in denim dalla vita trasformabile e le gonne in finta pelle sono animate da stampe grafiche. Niente male per una realtà che ha chiuso il 2018 con un giro d’affari che ammonta a 5,5 milioni di euro, 3 milioni in più dell’anno precedente. Il segreto? La sperimentazione! Perché si può ancora immaginare ciò che non c’è.

 

Sogno o realtà? Si è concluso un altro fashion month dominato dal ritorno al classico e dal desiderio di evasione, probabilmente, da quello sportswear che, paradossalmente, consentiva maggiore possibilità di sviluppo. Miuccia Prada, invece, si ostina ad andare controcorrente e per la primavera-estate 2019 di Miu Miu preferisce, ancora una volta, affidarsi al suo istinto: la moda sta davvero riflettendo sul mondo contemporaneo? Sicuramente, non abbastanza sull’identificazione di chi acquista. Sceglie, dunque, di puntare sul bello non convenzionale, attraverso un processo di decostruzione dell’eleganza, proponendo abiti di gazar tagliati a vivo o in denim trattato con scolli talmente profondi da mostrare l’intimo e casualmente accessoriati da grandi fiori, fiocchi o cristalli, presenti anche sugli accessori, dai sandali di raso con platform vertiginosi alle chiusure delle borse, dalle cinture agli occhiali, dai gioielli ai cerchietti, giacche sartoriali maschili da indossare con maglieria rimpicciolita e annodata come scialli, gonne al ginocchio che coprono le trasparenze del voile con le paillette o pitonate come i cappotti doppiopetto con maxi bottoni o coulotte e calzettoni. Come si prospetta il futuro? Il progressismo della moda, quello che dovrebbe trovare risposte alle emergenze non solo estetiche del presente o fornire una valida alternativa a esso si sta arrendendo inesorabilmente ripiegando sulla tradizione? La sua tendenza eversiva o, almeno, radicale si sta rassegnando di fronte alla certezza rassicurante del passato a cui non ci si ribella più? Al più, ci si limita a distruggerlo. E il cambiamento? L’unico possibile passa solamente per la strada dello snaturamento? In un momento di transizione, come quello attuale, le prese di posizioni radicali puntano, per ora, unicamente alla semplificazione del linguaggio in modo da consentire che il messaggio possa arrivare il più chiaramente e velocemente possibile. In attesa, magari, di un confronto che possa, nuovamente, riaffermare la supremazia dell’unicità sul conformismo e stimolare, conseguentemente, la ricerca di quel nuovo che stenta a emergere. Se la moda, da una parte, dev’essere libera di sbagliare e Miuccia Prada è, da sempre, fautrice del politicamente scorretto, dall’altra, la vera modernità non può dissociarsi dalla mutazione del pensiero. Quella che nella società attuale ancora manca.

 

“La bellezza comincia nel momento in cui decidi di essere te stesso”, diceva Coco Chanel. Probabilmente, come quando si va in spiaggia. Karl Lagerfeld, quindi, ne ricrea una nella cornice consueta del Grand Palais sulla quale far sfilare la primavera-estate 2019 di Chanel: sabbia bianca finissima, presa in prestito da una cava, onde attivate da un sistema di pistoni nascosti e un pannello con il cielo azzurro lievemente velato da nuvole bianche che disegnano il panorama di uno stabilimento balneare in legno di una lussuosa località immaginaria, presumibilmente Deauville o Biarritz, dov’è iniziata l’ascesa della maison di rue Cambon. Il mare in città o la città al mare. I bagnini osservano le bagnanti che passeggiano a piedi nudi indossando tailleur bouclé in tweed composti da giacche boxy e doppie gonne zippate lateralmente, gilet nello stesso materiale su camicie bianche logate in nero, a contrasto, sulle tasche o di frange in pelle e leggings sotto al ginocchio, tuniche a trapezio dalle maniche ampie in fantasie multicolor che riproducono ombrelloni stilizzati con le camelie coordinate o in pizzo, anche in denim, fermate da cinture di metallo che esibiscono le lettere CHANEL in modo interrotto, presenti anche su collane, orecchini e semplici cappelli di paglia che sarebbero piaciuti molto a Mademoiselle. Logo-à-gogo analogamente sui sandali con tomaia e tacco in PVC da portare, rilassatamente, in mano o agganciati alla doppia borsa matelassé di spugna, dall’utilizzo molto versatile, che sostituisce le catene con le perle. Per la sera, top di paillette, con giochi di ruche o trasparenze e scolli profondi sono sdrammatizzati da ciclisti dall’anima active. Il tema scelto non è certamente nuovo per il marchio: chi non ricorda, per esempio, la resort 2010, in passerella al Lido di Venezia, poco lontano dal Hotel des Bains dove il 19 agosto 1929 morì Sergej Djagilev del cui funerale si occupò la fondatrice? O la resort 2011, davanti al Senequier di Saint-Tropez, luogo caro allo stilista? Nonostante la leggerezza di questa collezione, forse, più adatta appunto a una resort, si percepisce, chiaramente, il desiderio di tornare a un mondo che non esiste più per recuperare una magia, ormai, dimenticata. Un po’ come si è già visto da Valentino. Sarà la fine di un’epoca? Puntualmente, infatti, si torna a parlare dell’imminente successione di Karl Lagerfeld, uscito, nuovamente, nel finale con il suo braccio destro Virginie Viard. Chi prenderà il suo posto? C’è chi scommette che sarà proprio lei!

 

Rigore o eccentricità? Se sulle passerelle, spesso, gli stilisti hanno puntato al primo, Pierpaolo Piccioli per la primavera-estate 2019 di Valentino prova a coniugarli partendo un luogo mentale che la moda dovrebbe concretizzare. Dove si trova? Non è fisico: risente della memoria del passato e tende alla libertà del futuro per definire “un punto fermo nell’equilibrio instabile nel presente”. Ha la consistenza del sogno, probabilmente, quello della haute couture, il vero patrimonio del made in Italy da conservare e tramandare, che è tornata a influenzare la realtà del prêt-à-porter. La collezione che ha sfilato tra le vetrate nel giardino del Hôtel des Invalides non fa eccezione, anche nell’eccellenza delle lavorazioni artigianali, tra abiti in faille di cotone plissé dai volumi soffiati sulle spalle che accarezzano il corpo, camicie in popeline di cotone che si gonfiano sulle braccia e sono chiuse sul collo da maxi fiocchi da indossare su pantaloni dritti, tuniche o completi in pizzo di cotone accessoriati da cappe da gettare su una spalla, felpe con il logo che spicca, allo stesso tempo, vistosamente sulle alte cinture, nonché piume di marabù, che arricchiscono removibilmente i sandali bassi in gomma, insieme a gonne lunghe a pieghe, trench in nylon da portare sopra a pijiama in patchwork di velluto e cotone in fantasie floreali e paillette che accendono cromaticamente le proposte iniziali in nero urbano, bianco candido e rosso carminio. Colori emblematici che si ritrovano sulle borse, come la nuova V ring, a soffietto con la fibbia-logo dall’animo modernista. Un’eleganza rilassata che ha come obiettivo quello di “portare la moda nella strada che la strada nella moda”, come dichiara Piccioli. Tuttavia, il processo non sembra ancora completato. La haute couture per l’autunno-inverno 2018-2019, per esempio, presenta un maggior grado di focalizzazione che si perde nel tentativo di perseguire la democratizzazione della bellezza. E se, da una parte, “è importante ribadire le idee in cui si crede”, credo che faceva parte anche del fondatore, Valentino Garavani, dall’altra, è chiaro che, solo attraverso questo percorso, si può arrivare a scoprire la propria unicità. La quale, in un periodo di migrazioni estetiche legate agli avvicendamenti creativi presso le griffe, può riuscire a spostare le traiettorie individuali del gusto. Qualcuna delle “Philophile” potrebbe approdare alla maison romana? In molti, scommetterebbero, invece, su Loewe, anch’essa nella scuderia di LVMH, come Celine.

 

La moda è immaginazione? È un’esperienza immersiva quella pensata da Demna Gvasalia per la primavera-estate 2019 di Balenciaga: un tunnel con 2mila metri quadrati di schermi led mostra le immagini caleidoscopiche del video The ride never ends dell’artista Jon Rafman per un viaggio che procede in senso contrario rispetto alle altre passerelle e alla stagione scorsa, nonostante ne condivida ancora l’approccio high-tech alla sartorialità: infatti, in questo caso, dallo streetwear, che, ormai, sembrano tutti concordi nel considerare superato, si arriva alla couture. Un “Neo-tailoring”, ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e l’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, che si ritrova nei cappotti tagliati a vivo dalle spalle squadrate e con un piccolo tag vicino al collo, nelle giacche doppiopetto, ma a un bottone, arricchite da piccole Tour Eiffel in cristalli e coordinate a camicia e pantaloni, nei blouson dai colli esageratamente alti, nelle bluse con le maniche architettonicamente allungate, nei chiodi in pelle ad A rovesciata da abbinare a jeans e stivali con la punta d’acciaio, negli abiti a colonna logati o nelle tuniche ampie stampate con le carte da gioco. Tutto diventa estremamente portabile. Spariscono le sovrapposizioni. Rimangono, però, le forme oversize anche se diventano decisamente più sofisticate. L’anima active che ha contribuito al rilancio della griffe di avenue George V, di proprietà del gruppo Kering, rivive nei completi per lui (ma, volendo, anche per lei) che sembrano delle rivisitazioni delle tute, con le bande colorate sulla gamba, che s’indossano direttamente a pelle poiché non hanno bisogno di camicia (tantomeno di cravatta!) essendo stata sostituita dalla giacca, salvo poi ritrovarla, curiosamente, negli abiti-camicia per lei che segnano il punto vita con una cintura a fiocco laterale. C’è bisogno di cercare realtà alternative per conquistare il consumatore? Può essere sufficiente, forse, provare a tradurre i codici di un marchio storico nell’era digitale attraverso una vibrazione sci-fi che abbia la frequenza dei Millennials. Avrà più valore l’originale o la copia? Il reale o il virtuale? Non importa! Se si ripristinano le regole (con questa sfilata, nonostante qualche critica di “Neo-conformism”, parafrasando la collezione, lo stilista ha dimostrato di averlo fatto degnamente), aumentano esponenzialmente anche la possibilità di disattenderle. Più o meno provocatoriamente.

 

La creazione è (ri)nascita? Sembrerebbe se Rei Kawakubo, dopo 10 stagioni di abiti scultorei, riflessioni sulla realtà che non tenevano particolarmente in considerazione la portabilità, torna a una semplificazione del messaggio, come affermato in un comunicato rilasciato via e-mail. Già da Prada, passando per Celine, si è iniziata a sentire l’esigenza di un dialogo diretto con chi, per qualunque motivazione, si avvicina alla moda e ogni creativo, in modo più o meno riuscito, ha scelto il proprio linguaggio. In questo caso specifico, riletto attraverso la decostruzione concettuale del lusso. Nella primavera-estate 2019 di Comme des Garçons, allora, la stilista giapponese sceglie di tornare a se stessa. Del resto, cosa c’è di più intimo? All’interno dell’École nationale supérieure des Beaux-Arts, allestisce, dunque, una passerella neutra che evidenzia ancora di più il significato: il corpo. I capispalla drappeggiati in modo irregolare, in lana lavorata o accessoriata da piume e fili di lurex, sono lacerati per svelare prominenze sull’addome che sembrerebbero evocare delle gravidanze, ma anche sui fianchi legate, magari, all’età che avanza segnalata anche dal colore delle parrucche. Trasformazione! Quella di se stessi usando il corpo, quella della moda che ha bisogno di un rinnovamento radicale e quella sociale che deve spezzare le catene del conformismo, che fuoriescono dalle t-shirt stampate con maxi rose o con le lettere del brand, coordinate ai leggings. Solo dalla rottura può scaturire il nuovo. Ma, d’altra parte, la libertà non può nascere se non dalla conoscenza profonda della propria identità, da rispettare come la moda non è più in grado di fare. Snaturandosi, naturalmente, si rischia di perdersi o confondersi in divagazioni dialettiche che non apportano alcun arricchimento maggiore. Niente male per la donna che dal 1973 ispira e continuerà a ispirare la migliore avanguardia e che nel 1983 aprì il suo primo negozio a New York, su Wooster Street, su progetto di Takao Kawasaki, talmente austero da non mostrare neanche il prodotto. E, a proposito di questo, come arriveranno queste proposte nei negozi? Come saranno tradotti questi volumi? Sicuramente, saranno una coraggiosa scelta di campo, come quella che fa Rei Kawakubo a ogni sfilata, senza mai ripetersi. Probabilmente, come dovrebbe fare, oggi, anche il consumatore contemporaneo: spezzare qualunque catena!