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Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Cosa unisce la moda e il fumetto? Creano entrambi un mondo con un semplice tratto di matita, illustrano, più o meno fedelmente, il presente e consentono che emerga l’individualità del creatore stimolando quella del fruitore. Se i vestiti, con buona pace di tutti, si svestono sempre più della loro funzione aumentano proporzionalmente il loro valore narrativo. Miuccia Prada, però, non si accontenta di una semplice storia fatta, presumibilmente, da un intermediario: pretende che siano le proposte a raccontare se stesse, direttamente e senza filtri. Un ritratto o un manifesto della femminilità contemporanea. Così, coinvolge otto fumettiste di varie generazioni per creare le stampe utilizzate per tappezzare lo spazio di via Fogazzaro, disegnato da AMO, ma anche i cappotti dal taglio maschile, gli chemisier con il colletto botton-down a contrasto che diventano abiti, spesso, sovrapposti a pantaloni dalla linea rigorosa. Non solo: si diverte, prima, sporcandoli con la tecnica della tintura in capo, nonostante l’effetto richiami un trompe-l’œil di margiela-esca memoria, poi, decorandoli, talvolta troppo, di borchie che segnano le spalle, le maniche o la vita, o che pongono l’accento sulle cinture, usate, spesso, in coppia, sulle cinghie delle borse, in pelle o in nylon, e sulle calzature, senza mezze misure. Le calze, con il triangolo stilizzato, rappresentano uno dei pochi elementi di continuità con la resort, in passerella i mesi scorsi a Milano. Broccati e motivi animalier, d’altra parte, diventano parte del capo o lo arricchiscono, per diventare una corazza, con fasce o bustier. Come in un qualunque ragionamento che dev’essere semplice inizialmente per articolarsi successivamente (la complessità non deve spaventare!), la collezione, progredendo, acquisisce spessore e sembra suggerire, più o meno velatamente, il fatto che la donna attuale, stando ai fatti di cronaca, deve combattere per difendersi dalla violenza imperante. Anche quella ideologica, sovraccaricata di responsabilità. Perché, prima di tutto, bisogna avere il coraggio delle idee: per esempio, quella che la moda non dev’essere un fine, ma un mezzo.

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Futuro o futurismo? Non è una novità il legame di Fendi con l’arte se si considera che in sei anni ha speso oltre 10 milioni di euro per la salvaguardia e la promozione del patrimonio artistico italiano e ne investirà altri 1,2 milioni per realizzare, secondo un accordo siglato recentemente con la Galleria Borghese di Roma, il Caravaggio Research, un centro di studio che, attraverso una piattaforma digitale, raccoglierà tutto il materiale sul pittore. Questa volta, però, entra nello showroom della maison romana che fa capo al gruppo francese del lusso LVMH per ricoprire tutta la passerella con un quadro di Giacomo Balla, già anticipato sull’invito. E se il movimento, nato all’inizio del Novecento, s’inseriva in un periodo di cambiamento politico, trasformazione sociale, ricerca tecnologica e sperimentazione di nuove possibilità di comunicazione, cosa c’è di più appropriato? Come denominatori comuni, l’esaltazione della tecnica e della velocità. Tutto ciò si ritrova in una collezione fatta di linee e movimento creati da squarci sulle giacche, anche di pelliccia, come sugli abiti che allargano le spalle e stringono la vita, da stringhe colorate a contrasto che modellano i volumi consentendo la personalizzazione, caratteristica sempre più richiesta, da trafori sulla pelle che decorano i materiali preziosi creando dinamismo o da giochi grafici sui tessuti foulard che inseguono l’occhio dell’osservatore. Torna prepotentemente il logo, come si è visto anche da Gucci, riproposto in tutte le varianti possibili, intarsiato sui bomber di visone, stampato sulle gonne in organza trasparente o sulle calze. Non può mancare, ovviamente, anche in metallo sulle borse che si arricchiscono della nuova Mon Trésor o reinventano la Runaway. Niente risulta particolarmente innovativo se non si dimentica che il classico, in mano a Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi, diventa, già di per sé, elemento di rottura: sarà, dunque, sufficiente un rinnovamento formale (non solo nei colori dei capelli delle modelle) a generare nuovo contenuto?

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv