Currently viewing the category: "menswear fashion shows"

Cos’è la semplicità? La possibilità di scegliere cosa indossare. Una riflessione che implica una selezione, come quella fatta da Miuccia Prada che torna a sfilare nello spazio di via Fogazzaro, questa volta, reso essenziale dallo studio AMO di Rem Koolhaas attraverso l’uso di una pellicola in PVC trasparente anche sugli Inflatable Stool, gli sgabelli gonfiabili disegnati nei primi anni Sessanta da Verner Panton e ora (ri)prodotti in esclusiva da Verpan per Prada. In controtendenza, come sempre, allo streetwear sregolato che sta dilagando sempre di più, la stilista per la primavera-estate 2019 di Prada, reinterpreta al maschile la resort 2019, in passerella il mese scorso a New York, immaginando una nuova eleganza che abbia fatto propri i cambiamenti della contemporaneità, ma sia, al tempo stesso, in grado di fornire delle regole al nuovo consumatore in modo da renderlo più consapevole. Bisogna sganciarsi, infatti, dall’ottica commerciale di considerare i pezzi fine a se stessi, ma immaginare un guardaroba i cui componenti possano assumere valenze diverse quando cambia la combinazione. Le giacche scamosciate o con le tasche zippate sono abbinate agli short, talmente corti da sembrare minigonne, stretti in vita da cinture elasticizzate, i giubbotti di pelle e maglia ai jeans slavati, con la cintura coordinata e i dolcevita e le polo in jersey stampato con grafiche psichedeliche alle camicie con ruches e ai pantaloni slim di tutti i colori. Non mancano gli accessori, le borse portate a tracolla come si fa con gli zaini, i mocassini che si alternano alle sneakers o alle allacciate bicolori con la suola bianca da barca e gli ushanka nel nylon di cui è famosa la griffe milanese. Ritorna il logo, presente a completare ogni capo anche se, rispetto alle precedenti collezioni, diventa più discreto e perde quel gusto che lo avvicinava allo sportswear, radicalmente abbandonato a favore di un’estetica più minimal e donante. Un’alternativa certamente vendibile: perché la moda è un linguaggio che, anche senza cambiamenti epocali, può sempre cercare di esprimere significati nuovi. Tanti quanti le infinite sfumature di un uomo.

 

Quali sono gli stereotipi più comuni per un uomo? Forse, quelli legati alla mascolinità che influenzano enormemente il guardaroba e impongono inevitabilmente delle limitazioni. Donatella Versace per la primavera-estate 2019 suggerisce, al contrario, di riappropriarsi del proprio diritto di scegliere, della libertà di accostare i pezzi, anche a contrasto, nonché di emanciparsi dal timore delle critiche altrui. Come si legge nel comunicato stampa, “sono uomini a cui non interessano le regole ed è proprio per questo che li amo, perché prendono posizione, hanno una propria opinione”, afferma la stilista. Non sorprenderà, quindi, di vedere susseguirsi sulla passerella trasparente, insieme a una piccola capsule per la donna (non la resort!), che interrompe un po’ l’armonia delle proposte maschili, giacche gessate da indossare su t-shirt logate e jeans larghi, camicie accostate al corpo, di pizzo trasparente o con le ruches, da portare aperte su pantaloni dal taglio classico, blouson e bermuda di pitone stampato, gilet con ricami di cristalli e completi sartoriali che alternano colori acidi a bianco candido. Le grafiche floreali, riprese dall’archivio, non sono l’unica concessione alla femminilità. Nonostante il prêt-à-porter valga il 54% del fatturato, non possono passare inosservate le Chain Reaction, piccole borse rigide a bauletto della collezione femminile, che i modelli portano a tracolla. Qualcuno sarà disposto comunque a indossarle? Chissà! Soprattutto, in un momento, come quello attuale, dove i confini risultano sfumati e le nuove generazioni tendono a osare maggiormente, sperimentando soluzioni inedite, talvolta, incuranti del risultato. Come avviene con questa prova in cui l’estetica di Gianni Versace, al contrario delle precedenti, non risulta sempre rappresentata al meglio. Nel racconto, infatti, tende a confondersi troppo con la tendenza imperante quando, invece, non bisognerebbe dimenticare che il rinnovato successo della griffe della Medusa, le cui vendite negli ultimi 12 mesi sono cresciute del 18% rispetto all’anno precedente, sono dovute, in gran parte, alla riscoperta di quell’eredità. Del resto, non è importante che la moda sia per tutti, ma che ognuno possa ritrovare in essa un’emozione.

 

Se la perfezione è rassicurante a cosa corrisponde l’imperfezione? Probabilmente, alla bellezza di poter scegliere o di poter evolvere, due imperativi inossidabili della moda, soprattutto quella contemporanea, ossessionata dal successo commerciale. E se, generalmente, le domande sono sempre più delle risposte, Francesco Risso, con la primavera-estate 2019 di Marni, immagina, con maggior sicurezza rispetto alle precedenti prove, “supereroi minimi e antieroi massimi” che rifuggano, in tutti i modi, da qualunque “perfezione seriale”. Un punto di svolta che si fa evidente anche nella scelta di traslocare dallo spazio di viale Umbria al garage sotto la Torre Velasca, progettata dallo Studio BBPR e ritenuta da molti l’emblema dell’imperfezione. Una rottura con il passato necessaria per leggere l’attualità, quella reale, attraverso uno spirito analogico. Un po’ come avviene con gli sport (le fitball annunciavano già il tema), rappresentati in passerella, che partendo dall’individualità, caratteristica che va sempre preservata per rimanere lontani da un’omologazione nociva, devono, allo stesso tempo, stimolare la disciplina indispensabile per dare coesione alla squadra, dominata dal desiderio principalmente maschile di riconoscersi in qualcosa. Questa volta, però, si raggiunge con la vulnerabilità di abiti che sembrano non finiti o, quantomeno, modificabili nel tempo. I capispalla in cotone pesante sembrano accappatoi, le maglie, coordinate ai pantaloni pieni di coulisse, corti sotto al ginocchio senza orlo e tagliati in lunghezze diverse, sono in mohair infeltrito a righe che risultano spaiate, come le calze indossate su sneakers o ciabatte di spugna, materiale utilizzato anche per i borsoni, che sembrano di fortuna, i sacchi a pelo vengono trasformati in bomber voluminosi in poliestere e le sovrapposizioni si susseguono apparentemente casuali anche quando mostrano grafiche che citano Florian Hetz e Betsy Podlach. Cos’è rimasto dell’estetica di Consuelo Castiglioni, fondatrice del marchio nel 1994? Poco importa! Ciò che conta è la modernità di una visione che accompagna il pensiero verso nuove opzioni in modo da arrivare, possibilmente, anche alla vittoria. La sfida delle vendite è aperta. E, se si giudicano i risultati delle ultime collezioni, si potrebbe dire che l’obiettivo è stato pienamente centrato.

 

Passato? Futuro? O presente? È, sicuramente, la contemporaneità a interessare Paul Surridge e diventa la chiave per il rilancio di Roberto Cavalli, attualmente nell’orbita di Clessidra che, nonostante i 152,4 milioni di euro di fatturato nel 2017 (-1,8%), potrebbe riportare i conti in nero nel 2018 dopo anni di decrescita a doppia cifra. In quello che era uno degli eventi più attesi della 94esima edizione di Pitti Immagine Uomo, Firenze, con la splendida cornice del monastero della Certosa, torna a essere centrale nella narrazione. Del resto, è la città dov’è nato il marchio nel 1970. Ma si riparte anche dal menswear, segmento sul quale si fonda il passato lavorativo dello stilista, ex direttore creativo di ZZegna e, prima ancora, design director dell’uomo di Jil Sander quando Raf Simons era alla guida. Tra l’altro, in un’epoca di ridefinizione dell’immagine maschile (più di quella femminile. Singolarmente!), di tentativo di annullare gli stereotipi, di rivendicazione della libertà estetica e, perché no, di desiderio di sorprendere, la collezione per la primavera-estate 2019 non può trovare migliore ispirazione se non nel dna dell’etichetta. Nei 35 outfit, tornano sotto ai riflettori le stampe, presenti ovunque, su spolverini, blouson, t-shirt e jeans: animali della giungla, a cui si uniscono loghi rivisitati e orologi, tutti vivacemente colorati, s’intervallano con la severa monocromaticità dei bianchi e dei blu presenti sui giubbotti di pitone e sui completi. Degna di nota anche la maglieria che, grazie ai suoi ricami a punto croce, pone l’accento sulla manualità artigiana e le sneakers, ormai immancabili in qualunque guardaroba dell’uomo moderno secondo il quale praticità e velocità sono imperativi irrinunciabili. Come il successo commerciale per un brand che si trova a scontrarsi con una concorrenza sempre più agguerrita. La strada scelta, con abilità e pragmatismo, da Surridge è quella che ha già segnato il womenswear, in passerella a Milano: l’eccesso diluito nell’essenzialità, la tradizione nella contemporaneità, la creatività nella funzionalità, lo streetwear nella sartorialità. Essere o apparire? Probabilmente, pensare. La possibilità di poter scegliere costituisce, indubbiamente, un buon compromesso: il punto di partenza di un consumatore che diventa culturalmente sempre più consapevole. Anche di se stesso.

 

La moda è morta? Probabilmente, quella che doveva rinnovarsi ogni stagione (Memento Mori?), che attribuiva i ruoli e definiva le occasioni o che allineava il consumatore attraverso il gioco sleale delle tendenze. Alessandro Michele sradica impietosamente ogni certezza rimasta nella cruise 2019 di Gucci che ha sfilato nello scenario gotico della necropoli romana di Alyscamps, i Campi Elisi di Arles, menzionati nel canto nono dell’Inferno ne La Divina Commedia e diventati, poi, una Promenade e un museo a cielo aperto: tutto è annullato, il tempo, il dettaglio e il sesso, è confuso, la vita e la morte, il vero e il falso, il giusto e lo sbagliato. Tutto sfugge a qualunque possibilità di catalogazione in un’orgia di libertà che disorienta moltiplicandosi negli specchi, sfumando nelle nuvole di fumo dei candelabri di ferro pieni di ceri e bruciando nelle fiamme a margine della passerella che cancellano l’omologazione, ma non la memoria. Ogni esigenza di un’affermazione identitaria lascia spazio alla creazione di un pluralismo che accosta vedove vittoriane che vanno al cimitero e adolescenti rock’n’roll che citano Billy Idol, sovrappone, in un dualismo Francia-Italia, fantasie tappezzeria di Antoinette Poisson o disegni ripresi dalle porcellane di Richard Ginori a scritte in latino o versi di Dante Alighieri, stratifica vestaglie da camera a quadri che rimandano all’eleganza dell’aristocrazia British o tailleur bordati di gros-grain con jeans animalier o pantaloni in vinile accessoriati con superflue fibbie metalliche, unisce sacro e profano nelle cattolicissime croci gioiello e cappe da sacerdotesse insieme a grandi occhiali bicolori che potrebbero essere indossati da Elton John (guest star per l’occasione) e corsetti da zombie che riproducono gabbie toraciche. Abiti da sera sembrano costumi di scena, convivono con sneakers usate dall’animo street e borse a palla in pelle borchiate che diventano armi offensive e anticipano la sposa fantasma del finale. Come spiegare questa funambolica collezione che, secondo i detrattori, non proporrebbe esteticamente nulla di nuovo? O il successo nelle vendite? Attraverso la capacità da parte dello stilista di formulare un racconto d’immagini (il veicolo post-moderno più efficace) dal fascino contagioso che non hanno bisogno di giustificazioni in cui l’oggetto del desiderio, attraverso una consapevole operazione di appropriazione culturale, è in grado di decontestualizzarsi e contaminarsi in un mondo sempre più trasversale. Una riflessione sul fatto che il valore non risiede più nella novità, ma nello sviluppo di ciò che diventa iconico: come lo Chateau Marmont di Hollywood. Quando l’immaginario supera la fantasia.

 

Cosa rappresenta Parigi? Un equilibrio magico di opposti dal grande potere attrattivo, soprattutto per la fantasia. Diventa difficile, perciò, se si esce dall’immaginario comune, dare una definizione che non comprenda solamente l’impressione che si affaccia nella mente di chi la abita o, semplicemente, di chi la visita, ma anche la complessità narrativa che la caratterizza. Con le sue molteplici sfaccettature distanti, talvolta, come il giorno e la notte, in pochi hanno saputo raccontare la città in modo sublime: tra essi, Yves Saint Laurent che di giorno creava la sua mitologia e di notte viveva la sua trasgressione. Adesso, Anthony Vaccarello, con la sfilata autunno-inverno 2018-2019 di Saint Laurent, marchio privato del nome del fondatore dal precedente direttore creativo Hedi Slimane, cerca di far rivivere l’universo del grande couturier con una collezione che nella sua fedeltà all’archivio trova il suo limite. Pur provando a mixare diversi elementi, il risultato è tanto coerente quanto didascalico. Un total black d’ispirazione anni ’80 è l’elemento unificatore della prima parte che tratteggia una femminilità audace e misteriosa fatta di giacche maschili dalle spalle squadrate, profilate in raso o in passamaneria, con chiusure ad alamari abbinate a bluse nude look dallo scollo profondo e microshorts in pelle che scoprono stivaletti a punta in suède, accessoriati o meno di zeppa, con fibbia d’argento e tacco alto. Nascosta in cappelli a tesa larga o foulard borchiati affronta, impavida, l’oscurità, come quella della passerella di fronte alla Tour Eiffel, da sola o accompagnata da un uomo (a dire il vero, rimane un po’ nell’ombra!) speculare che richiama, secondo una visione unisex, la donna con blouson principe di Galles illuminato di cristalli, completi in velluto panné, camicie ricamate e jeans aderenti. Sul finale, dopo una serie di abiti ancora neri architettonicamente costruiti in tessuto o in pelliccia, irrompe il colore su minidress (troppo simili uno con l’altro) dalle fantasie floreali movimentati da drappeggi e luccicanti di paillette. Piacerà? È probabile se le vendite della griffe francese di proprietà di Kering si sono attestate nel fiscal year a 1,5 miliardi (+23%). La memoria è un osservatorio privilegiato per la moda? Magari, non c’è niente come il tempo in grado di regalarle una dimensione di normalità.

 

L’aspettativa cambia la prospettiva? Anche nella moda? Sembrerebbe di sì, se si parte già dall’invito alla sfilata co-ed Gucci Cyborg il cui countdown solleticava la fantasia, impennatasi, poi, maggiormente di fronte all’inquietante sala operatoria, ricreata cinematograficamente (e un po’ nozionisticamente!) al Gucci Hub di via Mecenate, attorno alla quale sono state sistemate asettiche sedute tipiche delle sale d’aspetto delle strutture ospedaliere. Un perfetto contrasto rispetto alle proposte per l’autunno-inverno 2018-2019 che, con poche differenze dalle collezioni precedenti, arricchiscono le stratificazioni delle uscite in passerella, sempre meno intervallate tra loro quasi a creare un’allucinazione, che privilegiano il decorativismo al design. La narrazione concettuale, in modo più coerente del solito, richiama questa volta il Manifesto Cyborg scritto da D.J. Haraway nel 1984 che ha permesso ad Alessandro Michele d’immaginare un ibrido, una creatura in un mondo post-genere, che supera ancora di più il dualismo maschile e femminile di una generazione in divenire (presumibilmente, quella dei millennials) disposta a indossare un linguaggio, libero e consapevole, che viviseziona chirurgicamente il tempo e diventa desiderabile. Nonostante si fondi su articolazioni spericolate, riesce a rendere credibili gli equilibrismi precari che disegna: la spersonalizzazione del volto, per esempio, spesso coperto da passamontagna, che si alternano ai cappellini con il logo della squadra di baseball New York Yankees, apre una pluralità di possibilità, talvolta embrionali come le fodere che ricoprono gli abiti, possibili o meno, in grado di dar voce alla volontà di emancipazione contemporanea, di essere ciò che si vuole. La differenza diventa unicità e il cambiamento trasformazione quando la it bag è sostituita (dettaglio interessante!) da una testa mozzata realizzata da Makinarium, la fabbrica che si occupa di effetti speciali per Cinecittà, da un cucciolo di drago preistorico, o ancora da un serpente, uno degli emblemi di Gucci. Alla ricerca di modelli identitari nuovi non rappresentati attraverso il guardaroba annullato nel suo significato (tratto che si ritrova, curiosamente, anche nell’estetica di Demna Gvasalia). Paradossalmente, lasciando da parte il prodotto (che diventa un successo nella sua traduzione commerciale) lo stilista riesce ad avvicinarsi al consumatore che ha premiato il marchio del Gruppo Kering nel fiscal year con un incremento dei ricavi che hanno raggiunto i 6,2 miliardi di euro (+41,9%).

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

La moda può accompagnarsi all’impegno civile? In un mondo come quello attuale, dominato dalla mancanza di certezze, la necessità di appartenenza sta diventando un tema fondamentale. Quale altro campo, allora, che propone un cambiamento o, almeno, un aggiornamento a ogni stagione, può essere più adatto a dimostrare empatia nei confronti dei processi di trasformazione che attraversano la società? Si spera sempre, talvolta sfiorando l’utopia, che l’obiettivo sia quello del miglioramento. Christopher Bailey ha deciso di chiamare “Time” la sua ultima collezione see now-buy now per Burberry, un titolo che dovrebbe riassumere i suoi 17 anni alla guida della maison britannica. È inevitabile allora che il tempo, quando si chiude un’era, unisca passato, presente e futuro. Il passato celebrato nel heritage, ben rappresentato dal classico check, onnipresente su trench, felpe, camicie, scarpe, sciarpe e cappelli, inconfondibile rappresentazione in un momento in cui il logo è certezza ed equilibrio, ma anche quello autobiografico, se si pensa che la sfilata è iniziata, non casualmente, con “Smalltown Boy” del gruppo Bronski Beat. Altrettanto poco scontata, ma probabilmente molto calcolata, la scelta di riproporre successi anni Ottanta invece che il glamour disinvolto che ha caratterizzato i primi anni del designer, dei quali non si possono che avere ricordi piacevoli. Il presente che rivendica un ruolo trainante nell’intercettazione di un gusto, sempre più democratico (Bailey, in questo senso, ha anticipato Michele e Gvasalia, oggi così osannati), in grado di avere sufficiente carattere da attrarre il consumatore. Il futuro, infine, con il suo tentativo di riuscire ad anticipare la percezione e tradurla in nuovi significati che possano risultare autentici e non solo un bombardamento commerciale. Tutti pensano a inseguire i millennials, ma cosa si può fare realmente per sostenere i giovani o, se non altro, cercare di capirli? L’arcobaleno della comunità LGBTQ+, quindi, si unisce, con esuberanza simbolica, al motivo icona di Burberry e ribadisce il suo impegno a promuovere la diversità effettuando donazioni a favore di tre organizzazioni benefiche (Albert Kennedy Trust, Trevor Project e ILGA). Un messaggio certamente positivo se la moda, oltre ad aprire i portafogli, riuscisse ad aprire anche le menti. Anche questa è evoluzione, la più importante.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Il nuovo progetto sarà presentato durante Milano Moda Donna.

The new project will be presented during Milan Fashion Week.

La moda cambia (o tenta di farlo) e Moncler, a suo modo, risponde all’esigenza di adattarsi alla contemporaneità lanciando il progetto Moncler Genius che sarà presentato a Milano Moda Donna. L’obiettivo? Superare la temporalità della stagione, unificare uomo e donna e moltiplicare l’identità: 8 designer per 8 collezioni con cadenza mensile. Pierpaolo Piccioli, direttore artistico di Valentino, disegnerà la linea Genius 1; Karl Templer, direttore creativo di Interview Magazine, la 1952 (anno di fondazione della griffe), Sandro Mandrino, ex design director di Gucci (menswear) e di Prada, la Grenoble; Simone Rocha, direttore creativo del marchio che porta il suo nome, la 4; Craig Green, come sopra, la 5, Kei Ninomiya, ex designer di Comme des Garçons e fondatore di Noir, la 6; Hiroji Fujiwara, che ha lanciato Fragment Design, la 7; Francesco Ragazzi, fondatore di Palm Angels, la 8. Sicuramente, almeno, per il consumatore sarà una nuova fashion experience.

ENGLISH VERSION

Fashion changes (or it tries to) and Moncler, in his own way, responds to the need to adapt to contemporaneity by launching its project Moncler Genius, which is being presented during Milano Moda Donna. What is the objective? Going beyond the temporality of the season, unifying womenswear and menswear and multiplying identities: 8 designers for 8 collections released monthly. Pierpaolo Piccioli, creative director at Valentino, is designing line Genius 1; Karl Templer, creative director of Interview Magazine, the 1952 one (year of the foundation of the fashion house), Sandro Mandrino, former design director at Gucci (menswear) and at Prada, the Grenoble line; Simone Rocha, creative director of the namesake label, number 4; Craig Green, same as above, number 5, Kei Ninomiya, former designer at Comme des Garçons and founder of Noir, number 6; Hiroji Fujiwara, who launched Fragment Design, number 7; Francesco Ragazzi, founder of Palm Angels, number 8. This will certainly be, at least for the consumer, a new fashion experience.

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv