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Gli abiti condizionano lo stile di vita? O lo definiscono? In passato, la moda era capace d’influire sulla società, d’indirizzarla tracciando quella strada che, attraverso la lungimiranza, riusciva a interpretare il futuro. Ma è ancora così? Parrebbe di no, considerando lo scollamento tra rappresentazione e realtà, una delle tante problematiche contraddizioni che attanaglia l’attuale fashion system internazionale. Pierpaolo Piccioli, comunque, continua a credere che le soluzioni di convivenza siano la chiave per una narrazione fluida della contemporaneità. E se, prima, come già visto nelle stagioni precedenti, ha puntato su un’inclusione culturale che facesse dialogare couture e street, adesso, si apre a nuove collaborazioni più trasversali, come quella con Birkenstock e con Jun Takahashi di Undercover che lo stilista ha incontrato a Tokyo nel periodo in cui è stata svelata la pre-fall 2019 e, insieme, hanno deciso di realizzare stampe che sarebbero state utilizzate, in un viaggio nel tempo, per le sfilate di entrambe le etichette pur con significati evidentemente diversi. Nel caso dell’autunno-inverno 2019-2020 di Valentino, in scena al Grand Palais, il concetto di sartoriale della griffe romana viene rivisto e corretto con giacche doppiopetto in lana completamente destrutturate su pantaloni larghi e morbidi coordinati alla camicia, come una confortevole tuta/pigiama, che scoprono la leggerezza del nylon tipica dello sportswear. Il monocromatismo viene rotto da teschi con la celebre V (crea, forse, dipendenza cerebrale?), presenti anche sui maxi marsupi, o dal viso di Edgar Allan Poe sovrapposto da navicelle spaziali di felpe e cappotti/mantelle sotto il ginocchio, caratterizzati da due spacchi laterali, che nascondono lunghi gilet di maglia. Sono trattati come t-shirt, d’altra parte, quando vengono marchiati, in tutta lunghezza, con la scritta Valentino rosso iconico da indossare sulle sneakers. E se le grafiche firmate VU – Valentino Undercover permeano gli accessori, sandali Birkenstock portati con calzini spessi mostrano, invece, l’ormai famoso logo consonantico VLTN a contrasto. Accostamenti spontanei nati da occasioni personali che diventano esperimenti sociali. Esigenze condivisive ricche di riferimenti che creano emozioni. La contaminazione rende liberi? Si spera non solo in un’altra galassia più aperta a nuove opportunità.

 

Classicismo o futurismo? Nella costante ricerca di Silvia Venturini Fendi del Fendiman, come canta live il rapper 24enne metà cinese e metà coreano dei GOT7, Jackson Wang, al termine della sfilata, per il suo lavoro sull’identità condotto, stagione dopo stagione, insieme a un artista, chi sarebbe potuto essere più adatto di Karl Lagerfeld che collabora con la griffe romana dal 1965 (molti anni prima che diventasse direttore creativo di Chanel) per il womenswear? Sebbene l’allestimento ricrei nello showroom milanese in via Solari la sua biblioteca parigina in rue de Lille, il punto di partenza della collezione è una giacca sartoriale, disegnata dallo stesso Lagerfeld, con un rever a scialle e uno a lancia che definisce l’asimmetria che caratterizza l’uomo per l’autunno-inverno 2019-2020 della doppia F. Un dualismo sviluppato in un equilibrato gioco di contrasti che oppone tessuti leggeri e pesanti, nero e colore, trasparente e luminescente. In passerella, cappotti intarsiati di pelliccia o piumini a stampa collage con immagini del couturier tedesco su maglie che uniscono, attraverso una zip o una cucitura, due parti a contrasto volumetrico, materico o cromatico, ripreso nei pantaloni smilzi con ampie tasche applicate. I parka, di dimensioni enormi, presentano spalmature metalliche che illuminano anche l’organza di camicie e overall tecnici. Immancabile il logo, reinterpretato dinamicamente o calligraficamente, che si ritrova anche sulle scarpe. E, se piccole catenelle dorate legano gli occhiali, la novità tra gli accessori è rappresentata dal debutto della versione maschile della Baguette, disponibile in materiali preziosi, nonché in nylon, rivisitata in collaborazione con la giapponese Porter-Yoshida & Co.: come già visto altrove, nell’elastica comunicazione contemporanea, aumenta l’interesse di lui nei confronti delle borse di lei, in questo caso, resa maggiormente funzionale attraverso tracolle e cinghie cintura che la fanno diventare, all’occorrenza, più aderente al corpo, come un marsupio. Un’immagine divisa in due che rappresenta pienamente la transizione in corso nel menswear. Tradizione o innovazione? Quanto si è disposti a cedere al cambiamento? Talvolta, è sufficiente mutare un elemento perché tutto risulti diverso. Non c’è niente di più avanguardista della sperimentazione anche su ciò che l’abitudine ha reso scontato. E, forse, è vero, usando le parole della stilista: “Oggi, la cosa più sovversiva è indossare un abito”.

 

Come si sconfiggono gli stereotipi? Abolita, o così dovrebbe essere, la parola “tendenza” dal vocabolario della moda contemporanea, dovrebbe essere più facile sottrarsi ai confini imposti dalla definizione del guardaroba in favore dell’iniziativa individuale. Invece, purtroppo, a ogni superamento di un condizionamento corrisponde, inevitabilmente, la ricaduta in un altro. Come risolverlo? Alessandro Dell’Acqua per l’autunno-inverno 2019-2020 di N°21 che ha sfilato nello showroom di via Archimede propone di mescolare i codici dell’abbigliamento per allontanarlo dalle classificazioni. Il vantaggio sarebbe, tra l’altro, quello di stimolare la fantasia per capire meglio se stessi e il mondo circostante. Con la possibilità, perché no, anche di contribuire, seppur marginalmente, a modificarlo. La collezione, dunque, si articola, libera da pregiudizi e convenzioni culturali, su un’idea sottile e sensuale di erotismo che prevede montgomery in pelle all’esterno e neoprene all’interno su maglie trasparenti o cardigan boxy in cashmere agugliato allo chiffon che svelano doppie canottiere scollate e pantaloni in popeline vetrificato lucido come i cappotti da portare con completi sartoriali su camicie di pizzo color nude. I soprabiti possono essere anche in fake fur maculato o in radzmir, tessuto couture riletto al maschile, che s’indossano, in un gioco armonico di contrasti, insieme a polo di pelle e pantaloni affusolati. Stivaletti zippati, mono o bicolor, nonché collane formate da grossi anelli vanno a completare un’offerta destinata a diventare un’alternativa all’abitudine che regola le scelte conservatrici tipiche dell’uomo meno incline, della donna, a uscire dalla comfort zone. Un compromesso può rappresentare una via d’uscita? Sicuramente, le nuove generazioni (lo dimostrano i consumi), a differenza delle precedenti, sono più inclini verso ciò che può allinearsi all’espressione personale. Ma quali sono le rivoluzioni più durature? Quelle che risultano più dirompenti? Per ora, poco importa. Sarebbe già un successo riuscire a riformulare un linguaggio che, dopo un processo di rielaborazione fluida che non si lascia tentare da una spregiudicata anarchia, fosse capace di non vedere il cambiamento come un traguardo troppo irraggiungibile. Con le conseguenti ripercussioni, naturalmente, nei significati sociali.

 

Globalità o individualità? Sono i due opposti che gravitano nella moda contemporanea che cerca di dare risposte, per trovare una propria legittimazione: se, rispettivamente, la prima, in un presente piuttosto insoddisfacente, si nutre di messaggi che vengono veicolati in modo, spesso, troppo veloce e poco chiaro, quando non intenzionalmente ingannevole, rivolgendosi a platee, idealmente, sempre più vaste, la seconda spinge, al contrario, il singolo a emergere. O, almeno, a reagire. In questo, nessuno come Miuccia Prada è in grado di scardinare certezze insinuando il dubbio, favorendo la riflessione fino ad arrivare, se possibile, alla formulazione di un pensiero. E lo fa anche per l’autunno-inverno 2019-2020 dove sceglie di parlare dell’umanità ponendo, però, la propria attenzione sulle debolezze. Sull’uomo che vuole confrontarsi con la propria sensibilità che è, allo stesso tempo, insicurezza e bisogno di protezione. Come sempre, filtra, quindi, su una passerella a spuntoni in morbida schiuma, illuminata da 120 lampadine a incandescenza all’interno del Deposito della Fondazione Prada, la severità di cappotti e completi dai tagli sartoriali con le esplosioni cromatiche di camicie stampate dell’artista Jeanne Detallante o luminose quando sono impreziosite da incrostazioni di cristalli da indossare, secondo un ordine sovvertito, sopra i maglioni che, poi, spiccano sopra alle giacche nel caso presentino spalline colorate di marabù a contrasto che accessoria pure i cappelli antifreddo. L’anima difensiva fa la sua comparsa nei giubbotti di nylon multitasca, quasi militari, foderati di montone da infilare nei pantaloni tecnici e portare a pelle, come per mostrare l’esigenza di mettersi a nudo, nelle cinture portate doppie, nelle scarpe con platform in gomma e tomaia in vernice, talvolta, in colori acidi o borchiata e negli zaini pieni di catene e charm, come quelli delle collane, leggibili metaforicamente come la stretta delle convenzioni che hanno sempre connotato il menswear e dalle quali, ancora, non ci si è riusciti totalmente a liberare. Ma, come in ogni forma di dualismo, non tarda ad arrivare l’urgente richiesta di tenerezza e amore, rappresentata attraverso un cuore in lana da appuntare con una spilla. Lo stesso da riservare alla collezione, più leggera e meno pretenziosa del solito, che, con la sua autorevolezza, risulterà facilmente attraente nella sua autenticità. Perché non c’è più la necessità di avere qualcosa di nuovo nel guardaroba. Ma, come ha più volte sottolineato la stilista, di vestirsi di consapevolezza.

 

Quale sarà adesso il futuro di Versace? Quanti si sono posti questo interrogativo dopo l’acquisizione per 1,83 miliardi di euro della maison Gianni Versace da parte di Michael Kors Holdings, diventata dal 2 gennaio Capri Holding Limited, nella quale la famiglia Versace ha deciso di reinvestire 150 milioni di euro per rilevare quasi 2,4 milioni di azioni ordinarie? La prima anticipazione si è avuta con la pre-fall 2019, andata in scena lo scorso dicembre a New York, segnata da un ritorno a sfilate iconiche come quella per la primavera-estate 1994, disegnata dal fondatore. Un’indicazione che il percorso da seguire è stato tracciato? Forse, dato che con l’autunno-inverno 2019-2020 è come se si volesse sciogliere definitivamente qualsiasi dubbio, nel caso ci fossero stati, che, in qualche modo, la griffe della Medusa sarebbe cambiata. E Donatella Versace torna su un tema che è diventato la cifra stilistica dell’uomo immaginato, prima, da Gianni e, poi, da lei: la definizione del perimetro della mascolinità. Del resto, è un concetto di prepotente attualità sul quale la società contemporanea si sta tuttora dibattendo: essendo stati gradualmente stravolti, anche grazie alla moda, i confini che lo delimitavano ha assunto una dimensione talmente poliedrica da consentire, ormai, a ognuno la propria scelta. Nel caso della designer, con questa collezione, punta su un uomo coraggioso diviso tra cappotti maculati e trench in PVC fumé che scoprono t-shirt logate e pantaloni di pelle, completi sartoriali arricchiti da grandi righe che si abbinano a pantaloni boxeur e boa di marabù, entrambi in tinte fluo, maglioni tenuti insieme da spille da balia da indossare con jeans ricamati di cristalli e maxi sciarpe, harness presenti un po’ ovunque, per ribadire volontà estreme di trasgressione delle regole, insieme a calze sportive e borse che sembrano rubate dal guardaroba di lei. E se la ricerca della libertà comporta una sfida costante con se stessi e con il mondo esterno, la casa automobilistica americana Ford concede, per un’edizione limitata, il logo per giubbotti da motociclista, felpe, camicie e sneakers. Qual è, dunque, il limite? Probabilmente, quello della credibilità. Perché per osare veramente non bisogna mai dimenticare di essere fedeli a se stessi. La stessa dichiarazione d’intenti fatta dall’etichetta italiana, diventata di proprietà americana, che dovrebbe concretizzare, almeno sulla carta, l’idea del management che mirerebbe a diversificare maggiormente il consumatore e, conseguentemente, le vendite. Con l’obiettivo ambizioso di raggiungere, nel lungo periodo, 2 miliardi di euro di ricavi.

 

La moda deve anticipare il futuro o provare a immaginarlo? Nel secondo caso, quello che sembra più compatibile con l’autunno-inverno 2019-2020 di Marni, è necessario ricorrere alla creatività liberatoria di Francesco Risso che, collezione dopo collezione, sta appropriandosi sempre più dell’estetica del marchio fondato da Consuelo Castiglioni di cui sta ridisegnando i contorni attraverso un’impronta personale e personalizzata. Per la seconda volta, con il menswear, si allontana dallo spazio di viale Umbria, prendendone quasi le distanze, per trasferirsi in quello industriale di via Ventura, più adatto al suo Allegro non troppo. Sempre più brand, tra l’altro, stanno cercando location insolite che possano esaltare maggiormente l’originalità dei contenuti. E se per produrre qualcosa di diverso non bisogna dimenticare il conosciuto, lo stilista parte dalla tradizione fatta di cappotti in tessuto bouclé, giacche e pantaloni in fustagno, camicie Oxford per arrivare a parka e anorak imbottiti, resi tridimensionali nei volumi da proporzioni fuori scala, necessarie, ormai, per farsi notare in un mondo che predilige l’omologazione, caban in fake fur maculato, completi gessati disallineati, maglioni in mohair a macrorighe colorate, camicie sovrapposte e abbottonate una sull’altra in modo da moltiplicare le stampe psichedeliche che si rafforzano, anche a contrasto, pigiami dai disegni infantili e jeans color washed sdruciti sul fondo risvoltato. Non mancano gli accessori, mocassini graffettati e assemblati, banana-sock boot, catene e lucchetti da portare al collo e sciarpe smagliate lunghe fino ai piedi. “Accipicchia sono arrivati. Li abbiamo scatenati. Viluppo di neuroni, antifone, emozioni. Protestano per tutto, indossano tenzoni. Uno diventa l’altro, l’altro diventa uno, solo non è mai nessuno”, si legge tra le note della sfilata. Una narrazione che, pur rimanendo, talvolta, concettuale deve, allo stesso tempo, risultare il più chiara possibile. Perché allora non ricorrere a una filastrocca per descrivere la nuova tribù di ragazzi, la “spietata gioventù”? “Mandano ai pazzi, so’ terribili, ma incredibili. Mai sull’onda, voglion la baraonda”. Ma serve, davvero, una rivoluzione, non solo estetica, per superare limiti che non hanno più alcun significato? L’urgenza è diventata quella di scardinarli dalle fondamenta o ci si può affidare, semplicemente, a fantasia e sorpresa? Un dato è certo: non è più sufficiente registrare la contemporaneità. L’imperativo, adesso, è reagire proponendo una visione alternativa. Il pregiudizio lascerà spazio alla libertà? Sarebbe ora!

 

Riesce ancora la moda a seguire la parabola del cambiamento della società? O, ancor meglio, ad anticiparla? O, almeno, interpretarla? Molti analisti cercano, d’altra parte, di prevedere il successo di un brand e le sue prospettive di crescita. Ma cos’è, davvero, necessario possedere per conquistare un consumatore che, ormai, ha tutto nel guardaroba? A nessuno è dato saperlo con certezza. Le formule si susseguono, anche nella strutturazione della settimane della moda, ma, spesso, si procede per tentativi. Sperando per il meglio. Nella panoramica di proposte che, due volte all’anno, vengono presentate durante Pitti Immagine Uomo, giunto alla 75esima edizione, s’inserisce in “The Pitti Box”, come special guest, Glenn Martens, dal 2013 al timone di Y/Project, dopo la prematura scomparsa del co-fondatore e direttore creativo Yohan Serfaty di cui è stato assistente. Lo stilista belga, 35 anni, laureato alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, ha lavorato con Jean Paul Gaultier come junior designer per l’etichetta maschile G2, prima di lanciare nel 2012 a Parigi il suo marchio, interrotto a due stagioni dal debutto. Per Y/Project che, inizialmente, si occupava solo di menswear e, in poco tempo, si è arricchito anche del womenswear, è riuscito a imporre un codice estetico concettuale in cui si fondono streetwear e couture. Lo stesso portato, magistralmente, in scena all’interno del chiostro del complesso di Santa Maria Novella con la collezione uomo per l’autunno-inverno 2019-2020 e la pre-collezione donna. In un’oscurità senza spazio e senza tempo, spezzata dalle torce degl’invitati, i capi, seguendo un filone narrativo antitetico, giocano con il layering di pezzi oversize per adattarsi a condizioni, funzioni e utenti differenti. Imperativi della contemporaneità visti un po’ ovunque durante il salone fiorentino che, però, in questo caso, promuovono la scelta individuale ed esaltano la diversità come valore. Abolita, quindi, ogni barriera in una fusione dei generi generata dalla decostruzione: i trench e le giacche si modificano a seconda dell’abbottonatura, la maglieria diventa tridimensionale grazie a tagli strategici e sovrapposizioni di tulle, i pantaloni in denim dalla vita trasformabile e le gonne in finta pelle sono animate da stampe grafiche. Niente male per una realtà che ha chiuso il 2018 con un giro d’affari che ammonta a 5,5 milioni di euro, 3 milioni in più dell’anno precedente. Il segreto? La sperimentazione! Perché si può ancora immaginare ciò che non c’è.

 

La moda è immaginazione? È un’esperienza immersiva quella pensata da Demna Gvasalia per la primavera-estate 2019 di Balenciaga: un tunnel con 2mila metri quadrati di schermi led mostra le immagini caleidoscopiche del video The ride never ends dell’artista Jon Rafman per un viaggio che procede in senso contrario rispetto alle altre passerelle e alla stagione scorsa, nonostante ne condivida ancora l’approccio high-tech alla sartorialità: infatti, in questo caso, dallo streetwear, che, ormai, sembrano tutti concordi nel considerare superato, si arriva alla couture. Un “Neo-tailoring”, ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e l’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, che si ritrova nei cappotti tagliati a vivo dalle spalle squadrate e con un piccolo tag vicino al collo, nelle giacche doppiopetto, ma a un bottone, arricchite da piccole Tour Eiffel in cristalli e coordinate a camicia e pantaloni, nei blouson dai colli esageratamente alti, nelle bluse con le maniche architettonicamente allungate, nei chiodi in pelle ad A rovesciata da abbinare a jeans e stivali con la punta d’acciaio, negli abiti a colonna logati o nelle tuniche ampie stampate con le carte da gioco. Tutto diventa estremamente portabile. Spariscono le sovrapposizioni. Rimangono, però, le forme oversize anche se diventano decisamente più sofisticate. L’anima active che ha contribuito al rilancio della griffe di avenue George V, di proprietà del gruppo Kering, rivive nei completi per lui (ma, volendo, anche per lei) che sembrano delle rivisitazioni delle tute, con le bande colorate sulla gamba, che s’indossano direttamente a pelle poiché non hanno bisogno di camicia (tantomeno di cravatta!) essendo stata sostituita dalla giacca, salvo poi ritrovarla, curiosamente, negli abiti-camicia per lei che segnano il punto vita con una cintura a fiocco laterale. C’è bisogno di cercare realtà alternative per conquistare il consumatore? Può essere sufficiente, forse, provare a tradurre i codici di un marchio storico nell’era digitale attraverso una vibrazione sci-fi che abbia la frequenza dei Millennials. Avrà più valore l’originale o la copia? Il reale o il virtuale? Non importa! Se si ripristinano le regole (con questa sfilata, nonostante qualche critica di “Neo-conformism”, parafrasando la collezione, lo stilista ha dimostrato di averlo fatto degnamente), aumentano esponenzialmente anche la possibilità di disattenderle. Più o meno provocatoriamente.

 

Cos’è il cambiamento? Mi sono posto questo interrogativo riflettendo su quali fossero i designer che hanno fatto la storia della moda. Che hanno fatto? Che fanno? O che faranno? Non si tratta di una sottile differenza dialettica. Guardando indietro, si potrebbero citare Coco Chanel e Yves Saint Laurent, due personalità, profondamente diverse, accomunate dal fatto di aver interpretato pienamente il presente, reagendo, al momento stesso, a esso. Definito il codice, in seguito, hanno provato a interpretarlo limitandosi ad adeguarlo alla metamorfosi del momento (o delle esigenze!). Quello che, probabilmente, in parte, fece Hedi Slimane quando dal 2000 al 2007 è stato al timone creativo di Dior Homme. E se ci si trova di fronte a un avvicendamento creativo ed estetico all’interno di una griffe, sul quale si costruisce l’aspettativa intorno al debutto? Chi non si è domandato come sarebbe stata la prima collezione di Celine disegnata da Hedi Slimane dopo Phoebe Philo? Pur avendo due stili ben identificabili, il loro linguaggio non potrebbe essere più lontano. Tornato sulla scena a due anni di assenza, in seguito alla fine della sua collaborazione con Saint Laurent (che fa capo invece al gruppo rivale Kering) durata tra il 2012 e il 2016, lo stilista, dopo i teaser sui social media, nei quali prima aveva annunciato il cambiamento del lettering dell’etichetta, un omaggio agli anni ’60, da cui ha rimosso l’accento dalla “E” e poi presentato al braccio di Lady Gaga la nuova borsa, 16, aveva annunciato che il suo obiettivo non era né (in)seguire il passato né opporvisi. Ma, solamente, essere se stesso. Promessa mantenuta per la primavera-estate 2019 in passerella a Les Invalides: un’alternanza di maschile e femminile dal forte esprit parigino con le sue atmosfere notturne (il titolo della sfilata, infatti, è Paris La Nuit) tra abiti cortissimi, dai dettagli couture e maxi spalle anni ’60 e ’70, in pelle o paillette, accessoriati da zip, ruche o fiocchi per lei e completi smilzi come le cravatte per lui (ma che piaceranno tanto anche a lei) in cui la giacca viene sostituita da trench, perfecto o bomber decorati con le stampe dell’artista Christian Marclay. Bandite le sneakers sostituite da scarpe e stivaletti rigorosamente a punta. E ora? Ci sarà una migrazione dei consumatori? Da Saint Laurent, dove gli orfani lasciati da Slimane avevano ripiegato sulla reinterpretazione di Anthony Vaccarello? E le donne che puntavano sulla femminilità colta e sensuale di Phoebe Philo? Troveranno qualcosa nel guardaroba dell’uomo nuovo, nostalgico e problematico, per cui è stato aggiunto un nuovo atelier agli headquarter? Rimane un auspicio: riscoprire quell’energia, libertà ed emozione giovanili che in queste proposte, talvolta datate, malgrado la loro coerenza e volontà di reagire all’omologazione imperante, ancora manca.

 

Cosa cerca il consumatore, oggi? Probabilmente, una visione forte nella quale ritrovarsi. Nella varietà di prodotto sul mercato, dunque, sceglierà quello che meglio lo rappresenta sia nel caso dell’abbigliamento che, per esempio, della fragranza, l’accesso certamente più facile, veloce e, spesso, meno costoso al marchio. Sarà per questo che Maison Margiela ha proposto Mutiny, il nuovo profumo creato da Dominique Ropion, il primo firmato da John Galliano, che riflette perfettamente i valori emblematici della maison parigina, fondata nel 1988 e dal 2002 di proprietà del gruppo Otb-Only the brave di Renzo Rosso: decostruzione e sovversione, dal tessuto alla tuberosa. Per il lancio globale, è stata realizzata una campagna multimediale diretta da Fabien Baron, proiettata a margine della passerella, con sei protagoniste, Willow Smith, Sasha Lane, Princess Nokia, Teddy Quinlivan, Molly Bair e Hanne Gaby Odiele, dove ognuna si confronta su temi come conformismo e anticonformismo. Quella diversità che per la primavera-estate 2019 si traduce in gender fluidity, esaltata dal fatto che per la prima volta menswear e womenswear sono accostati, talvolta, ai limiti dell’ambiguità. Ammutinata, quindi, ogni regola se non quella dell’identità, filo conduttore del lavoro dello stilista di Gibilterra al timone creativo dal 2014, nulla è ciò che appare: i pantaloni e le gonne sono sartorialmente disegnati per diventare delle giacche, i cappotti e i maglioni degli abiti, le giacche dei body, le cappe delle camicie. E poiché, come già accaduto, la sperimentazione dell’Artisanal è un laboratorio in grado di fornire spunti da elaborare successivamente nella produzione del prêt-à-porter, da quella per la donna di luglio e dalla prima per l’uomo di giugno vengono ripresi, in una ricomposizione di frammenti per completare le parti mancanti, top di chiffon piumato decorati di paillette dorate su pantaloni di vinile o broccato infilati all’interno dei Santiago boot décortiqué, sottovesti in PVC lavorato a losanghe su sandali con platform altissimi (16 centimetri) e calze coordinate rivestite in silicone e gli smartphone attaccati alle caviglie, completi in tweed spigato su smanicati in pizzo doppiati in georgette trasparente e sneakers iridescenti che sembrano ballerine. Tutto, allora, sembra essere memoria di se stesso, quella da cui trarre ispirazione per immaginare il nuovo. Ma tra tutte le proposte, quale sarà la più convincente? Quella più autorevole! Prima di distruggere bisogna sempre sapere come ricostruire.