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Tutti (incluso il mio interlocutore che sorseggiava un thé da Marchesi) si chiedono quale sia il segreto del successo di Gucci. Si può analizzare numericamente l’impennata esponenziale che l’ha portato, dal negativo degli ultimi anni di Frida Giannini, a diventare il traino di Kering, il colosso francese del lusso che lo controlla, grazie a vendite pari a 2,8 miliardi di euro (+45,4%) o dal punto di vista estetico, argomento tanto caro ad Alessandro Michele, al timone stilistico del marchio della doppia G. In altre parole, cos’è la creatività? Senza addentrarsi in concetti spinosi e, rimanendo a metà, forse, è più facile soffermarsi sulla necessità attuale di raccontare storie. Chi, del resto, non ha già l’armadio pieno? Soprattutto, i Millennials, disinteressati alle tendenze, ma che non rinunciano a Instagram. Quelli che costituiscono il 57% della crescita e hanno bisogno di frammenti d’identità, rappresentati da questa moda componibile, fatta di pezzi che non variano così tanto nel tempo, e scomponibile, che dal desiderio e magia da passerella si traduce poi in oggetti di reale consumo. E se, in un mondo sempre più globalizzato, l’immaginazione unisce, lo stilista fa sfilare, su un Tevere che attraversa un Circo Massimo senza epoca illuminato da lampioni urbani, una mitologia che confonde liberamente reale e surreale, spazio e tempo, sperimentazione e cultura: tra luci disco e musica house emergono pellicce di visone, pull cartoon o pieni di lustrini, abiti hippy a balze o di pizzo logato, completi con stampe tappezzeria usciti dal guardaroba di Elton John, giacche kimono abbinate a short cortissimi, ciabatte con il calzino, occhiali e gioielli maxi. Non ci sono regole e, per citare il filosofo francese Gille Deleuze, il caos della collezione co-ed è un esercizio di “resistenza” all’omologazione monotona, alla velocità contemporanea e all’esigenza illusoria del nuovo in favore dell’ambiguità sessuale, della psichedelica multiformità che, sfiorando archetipo e contraddizione, evoca mondi possibili e della volontà di unicità. Un poetico sortilegio. Paradossalmente, per vendere (imperativo attuale) non ci si deve preoccupare di farlo? Probabilmente, con una forza economica alle spalle sì. Perché solo mettendosi in discussione si potrà arrivare al cuore: l’innovazione è riuscire a fantasticare su ciò che non esiste.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Se ogni rottura è sempre accompagnata necessariamente da un’evoluzione, quanto è conveniente distaccarsi, comunque, dal passato? Rimarrà sempre qualche frammento che opportunamente riassemblato consentirà la sperimentazione di nuove possibilità, magari, mai pensate precedentemente, o, se non altro, che possano essere aderenti al mondo circostante. E se la svolta di Burberry è coincisa con il passaggio alla formula see now-buy now (quella da cui Tom Ford ha, invece, preso le distanze) che ha iniziato a dare risultati positivi, considerando la crescita del 13% relativa al primo trimestre dell’anno, chiuso il 30 giugno scorso, con ricavi che ammontano a 478 milioni, il cambiamento non si ferma qui. Come dimenticare, ad esempio, la collaborazione della griffe britannica con Gosha Rubchinskiy, designer e fotografo russo il cui marchio, in ascesa, orbita nell’universo Comme des Garçons? La reinterpretazione, in chiave urban, del motivo check sembra quasi essere il punto di partenza anche di Christopher Bailey. In un mondo in cui le linee di confine sono sempre più sfumate, dove high e low, formalwear e sportswear si confondono, lo stilista cerca, però, di non dimenticare l’identità nazionale rappresentata, all’interno della mostra “Here We Are”, in scena su tre piani alla Old Session House, nelle foto di Dafydd Jones, Bill Brandt, Brian Griffin, Shirley Baker, Jane Brown, Martin Parr, Jo Spence, Ken Russell, Charlie Phillips, Karen Knorr, Janette Beckman e Andy Sewell: un ritratto sociale senza barriere del Regno Unito. E, identicamente, nello show co-ed della September collection, divise diventano abiti o camicie anti-pioggia vengono accostate a maglioni patchwork, pantaloni della tuta, calzini argyle, maxi borse, gioielli spaiati e cappellini da baseball. Probabilmente, nulla di nuovo, ma per scrivere il futuro bisogna aver ben chiaro il presente. In attesa del prossimo passo.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv