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La moda è immaginazione? È un’esperienza immersiva quella pensata da Demna Gvasalia per la primavera-estate 2019 di Balenciaga: un tunnel con 2mila metri quadrati di schermi led mostra le immagini caleidoscopiche del video The ride never ends dell’artista Jon Rafman per un viaggio che procede in senso contrario rispetto alle altre passerelle e alla stagione scorsa, nonostante ne condivida ancora l’approccio high-tech alla sartorialità: infatti, in questo caso, dallo streetwear, che, ormai, sembrano tutti concordi nel considerare superato, si arriva alla couture. Un “Neo-tailoring”, ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e l’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, che si ritrova nei cappotti tagliati a vivo dalle spalle squadrate e con un piccolo tag vicino al collo, nelle giacche doppiopetto, ma a un bottone, arricchite da piccole Tour Eiffel in cristalli e coordinate a camicia e pantaloni, nei blouson dai colli esageratamente alti, nelle bluse con le maniche architettonicamente allungate, nei chiodi in pelle ad A rovesciata da abbinare a jeans e stivali con la punta d’acciaio, negli abiti a colonna logati o nelle tuniche ampie stampate con le carte da gioco. Tutto diventa estremamente portabile. Spariscono le sovrapposizioni. Rimangono, però, le forme oversize anche se diventano decisamente più sofisticate. L’anima active che ha contribuito al rilancio della griffe di avenue George V, di proprietà del gruppo Kering, rivive nei completi per lui (ma, volendo, anche per lei) che sembrano delle rivisitazioni delle tute, con le bande colorate sulla gamba, che s’indossano direttamente a pelle poiché non hanno bisogno di camicia (tantomeno di cravatta!) essendo stata sostituita dalla giacca, salvo poi ritrovarla, curiosamente, negli abiti-camicia per lei che segnano il punto vita con una cintura a fiocco laterale. C’è bisogno di cercare realtà alternative per conquistare il consumatore? Può essere sufficiente, forse, provare a tradurre i codici di un marchio storico nell’era digitale attraverso una vibrazione sci-fi che abbia la frequenza dei Millennials. Avrà più valore l’originale o la copia? Il reale o il virtuale? Non importa! Se si ripristinano le regole (con questa sfilata, nonostante qualche critica di “Neo-conformism”, parafrasando la collezione, lo stilista ha dimostrato di averlo fatto degnamente), aumentano esponenzialmente anche la possibilità di disattenderle. Più o meno provocatoriamente.

 

Cos’è il cambiamento? Mi sono posto questo interrogativo riflettendo su quali fossero i designer che hanno fatto la storia della moda. Che hanno fatto? Che fanno? O che faranno? Non si tratta di una sottile differenza dialettica. Guardando indietro, si potrebbero citare Coco Chanel e Yves Saint Laurent, due personalità, profondamente diverse, accomunate dal fatto di aver interpretato pienamente il presente, reagendo, al momento stesso, a esso. Definito il codice, in seguito, hanno provato a interpretarlo limitandosi ad adeguarlo alla metamorfosi del momento (o delle esigenze!). Quello che, probabilmente, in parte, fece Hedi Slimane quando dal 2000 al 2007 è stato al timone creativo di Dior Homme. E se ci si trova di fronte a un avvicendamento creativo ed estetico all’interno di una griffe, sul quale si costruisce l’aspettativa intorno al debutto? Chi non si è domandato come sarebbe stata la prima collezione di Celine disegnata da Hedi Slimane dopo Phoebe Philo? Pur avendo due stili ben identificabili, il loro linguaggio non potrebbe essere più lontano. Tornato sulla scena a due anni di assenza, in seguito alla fine della sua collaborazione con Saint Laurent (che fa capo invece al gruppo rivale Kering) durata tra il 2012 e il 2016, lo stilista, dopo i teaser sui social media, nei quali prima aveva annunciato il cambiamento del lettering dell’etichetta, un omaggio agli anni ’60, da cui ha rimosso l’accento dalla “E” e poi presentato al braccio di Lady Gaga la nuova borsa, 16, aveva annunciato che il suo obiettivo non era né (in)seguire il passato né opporvisi. Ma, solamente, essere se stesso. Promessa mantenuta per la primavera-estate 2019 in passerella a Les Invalides: un’alternanza di maschile e femminile dal forte esprit parigino con le sue atmosfere notturne (il titolo della sfilata, infatti, è Paris La Nuit) tra abiti cortissimi, dai dettagli couture e maxi spalle anni ’60 e ’70, in pelle o paillette, accessoriati da zip, ruche o fiocchi per lei e completi smilzi come le cravatte per lui (ma che piaceranno tanto anche a lei) in cui la giacca viene sostituita da trench, perfecto o bomber decorati con le stampe dell’artista Christian Marclay. Bandite le sneakers sostituite da scarpe e stivaletti rigorosamente a punta. E ora? Ci sarà una migrazione dei consumatori? Da Saint Laurent, dove gli orfani lasciati da Slimane avevano ripiegato sulla reinterpretazione di Anthony Vaccarello? E le donne che puntavano sulla femminilità colta e sensuale di Phoebe Philo? Troveranno qualcosa nel guardaroba dell’uomo nuovo, nostalgico e problematico, per cui è stato aggiunto un nuovo atelier agli headquarter? Rimane un auspicio: riscoprire quell’energia, libertà ed emozione giovanili che in queste proposte, talvolta datate, malgrado la loro coerenza e volontà di reagire all’omologazione imperante, ancora manca.

 

Cosa cerca il consumatore, oggi? Probabilmente, una visione forte nella quale ritrovarsi. Nella varietà di prodotto sul mercato, dunque, sceglierà quello che meglio lo rappresenta sia nel caso dell’abbigliamento che, per esempio, della fragranza, l’accesso certamente più facile, veloce e, spesso, meno costoso al marchio. Sarà per questo che Maison Margiela ha proposto Mutiny, il nuovo profumo creato da Dominique Ropion, il primo firmato da John Galliano, che riflette perfettamente i valori emblematici della maison parigina, fondata nel 1988 e dal 2002 di proprietà del gruppo Otb-Only the brave di Renzo Rosso: decostruzione e sovversione, dal tessuto alla tuberosa. Per il lancio globale, è stata realizzata una campagna multimediale diretta da Fabien Baron, proiettata a margine della passerella, con sei protagoniste, Willow Smith, Sasha Lane, Princess Nokia, Teddy Quinlivan, Molly Bair e Hanne Gaby Odiele, dove ognuna si confronta su temi come conformismo e anticonformismo. Quella diversità che per la primavera-estate 2019 si traduce in gender fluidity, esaltata dal fatto che per la prima volta menswear e womenswear sono accostati, talvolta, ai limiti dell’ambiguità. Ammutinata, quindi, ogni regola se non quella dell’identità, filo conduttore del lavoro dello stilista di Gibilterra al timone creativo dal 2014, nulla è ciò che appare: i pantaloni e le gonne sono sartorialmente disegnati per diventare delle giacche, i cappotti e i maglioni degli abiti, le giacche dei body, le cappe delle camicie. E poiché, come già accaduto, la sperimentazione dell’Artisanal è un laboratorio in grado di fornire spunti da elaborare successivamente nella produzione del prêt-à-porter, da quella per la donna di luglio e dalla prima per l’uomo di giugno vengono ripresi, in una ricomposizione di frammenti per completare le parti mancanti, top di chiffon piumato decorati di paillette dorate su pantaloni di vinile o broccato infilati all’interno dei Santiago boot décortiqué, sottovesti in PVC lavorato a losanghe su sandali con platform altissimi (16 centimetri) e calze coordinate rivestite in silicone e gli smartphone attaccati alle caviglie, completi in tweed spigato su smanicati in pizzo doppiati in georgette trasparente e sneakers iridescenti che sembrano ballerine. Tutto, allora, sembra essere memoria di se stesso, quella da cui trarre ispirazione per immaginare il nuovo. Ma tra tutte le proposte, quale sarà la più convincente? Quella più autorevole! Prima di distruggere bisogna sempre sapere come ricostruire.

 

La moda è teatro? In uno spettacolo può accadere qualunque cosa, soprattutto, quando, in un tempo e luogo indefiniti, ci si abbandona alla possibilità della contaminazione. Ed è proprio quello che accade per la primavera-estate 2019 di Gucci. Dopo l’evento milanese con il coreografo Michael Clark, il racconto di Alessandro Michele, questa volta (si dice l’unica), arriva a Parigi nell’iconico Théâtre Le Palace, istituzione che (con)vive ancora con l’ombra notturna e polverosa degli eccessi di un passato (sub)culturale. Niente di più allineato all’estetica apocalittica proposta dallo stilista già a partire dalla sua prima prova nel 2015, ma anche a quella recente della trilogia francese iniziata con la campagna pre-fall 2018 dedicata al 1968 e proseguita con la resort 2019 nella necropoli di Arles. Libertà di esprimersi, quindi, anche nello sradicare la cronologia della narrazione: si inizia con il finale, con un frammento di Lady Macbeth di Leo de Berardinis e Perla Peragallo, esponenti trasgressivi del teatro di ricerca italiano, per arrivare all’esibizione di Jane Birkin che canta Baby Alone in Babylone, scritta da Serge Gainsbourg. Mentre, secondo un’alternanza psichedelica, entrando dal foyer, incrociandosi a metà platea per fermarsi sul palcoscenico a completare il quadro finale, i modelli e le modelle indossano, per fare qualche esempio, abiti di lurex, di piume o con stampa animalier insieme a borse a forma di Topolino che fanno parte di una collaborazione con Disney, gioielli di bachelite e sandali con la zeppa, completi sartoriali di broccato, in classico check o monogrammato come le sneakers sopra top dallo scollo profondo insieme a occhiali giganti e conchiglie protettive sopra i pantaloni, magliette con Dolly Parton su gonne plissettate insieme a cappelli a larghe falde, manette, catene e cascate di cristalli, camicie con il fiocco o con un’overdose di ruche dalle maniche maxi sotto giubbini di velluto e pantaloni di pelle insieme a zaini da montagna a fiori. Con un gioco delle contraddizioni, tra ’70 e ’80, Michele ha cercato di dare un significato al caos stravolgendo, da una parte, il vestire borghese e, dall’altra, rileggendolo in un modo più unitario e meno barocco del solito. Disordinando l’ordine e ordinando il disordine ha creato un’umanità che trova rifugio nell’alternativa. Lo confermano i dati che registrano nel primo trimestre dell’anno una crescita del 49% e nel secondo del 40%. Rinascimento o funerale di un’epoca? Solo una dimostrazione che la moda può essere ancora decisamente influente.

 

Why did they kill Bambi? La #newera di Riccardo Tisci da Burberry è racchiusa in quest’interrogativo. Sarà un richiamo alla canzone dei Sex Pistols, il gruppo icona del punk rock britannico? O un messaggio che sottolinea, com’è stato annunciato dal British Fashion Council, che la London Fashion Week è stata totalmente no fur? O un ricordo del suo periodo da Givenchy? Del resto, chi non ricorda la felpa in neoprene dell’autunno-inverno 2013-2014? Tre linee guida che hanno caratterizzato la primavera-estate 2019, intitolata Kingdom, che si è snodata sulla labirintica passerella costruita in un ex centro postale del sud della capitale britannica. Se, altre volte, con Christopher Bailey, si era passati dal buio alla luce attraverso l’apertura del tetto, in questo caso, considerando l’attesa resa ancora più alta grazie a teaser studiati per i social media che hanno svelato il nuovo logo semplificato, ma anche il monogramma TB (Thomas Burberry, il fondatore), apparso su monomarca, edifici, taxi, bus e sottoforma di orsacchiotto di plastica, l’effetto è sembrato ancora più evocativo. Una sfilata suddivisa in tre parti, refined, relaxed e eveningwear, durante le quali, a eccezione dell’ultima, si sono alternati organicamente womenswear e menswear in un distillato della poliedrica cultura inglese, legata indissolubilmente anche ai codici di Burberry. Nella prima, l’anima sartoriale si ritrova tra trench ravvivati da inserti o da perle e piume, bluse fantasia infiocchettate su gonne al ginocchio, zippate o a pieghe, nonché completi arricchiti da foulard per lei, completi impeccabili, camicie con coordinati fermacravatte incorporati e ombrelli legati a catene da portare a tracolla per lui. La seconda torna allo street style per cui è famoso lo stilista italiano, riletto però in chiave più sofisticata, con pizzi su abiti sottoveste e frange su tute aderenti da portare con calzini alla caviglia e décolleté tricolori per lei, polo chiuse da bottoni automatici, pantaloncini da basket dalla stampa animalier e chunky sneakers per lui. A chiudere, una serie di abiti da sera in jersey neri illuminati solo da qualche bagliore metallico per le occasioni dressed up. Sarà la tradizionale collezione di debutto con un doveroso omaggio al passato in cui, però, poter trovare in fieri gli elementi che caratterizzeranno il futuro stilistico dell’etichetta? Per ora, nessuna rivoluzione. Solo proposte trasversali e moderne che riscuoteranno un grande successo commerciale, iniziato già con la vendita per 24 ore su Instagram, WeChat e nello store, completamente rivisitato, al 121 di Regent street.

 

L’abito può contribuire a cambiare la personalità di chi lo indossa o lo aiuta a esprimerla? Non è facile indagare la complessità della psiche, ancora di più se i parametri consueti, d’improvviso, vengono sconvolti. Tentando, però, si potrebbe stimolare quel cambiamento che sta diventando sempre più urgente. Come il fatto che John Galliano abbia deciso di presentare, nella sede di rue Saint-Maur, la prima collezione Artisanal uomo, intesa, come avviene per la donna, come un laboratorio di sperimentazione in grado di fornire spunti da elaborare successivamente nella produzione del prêt-à-porter che sarà in passerella il prossimo settembre. Cosa meglio della couture, infatti, può consentire di ridisegnare la mascolinità alla luce di una liberalizzazione del pensiero? Quella che può portare, senza ambiguità alcuna, a promuovere nuovi concetti di ambiguità: maschile e femminile, Occidente e Oriente, ma, soprattutto, sartorialità e fantasia, anime della griffe che il fondatore non dimenticò quando diventò direttore creativo di Hermès, periodo storico ricordato, per volere del caso, adesso a Parigi, nella mostra “Margiela, les années Hermès” al Musée des Arts Décoratifs. Ritorna il dressing in haste, già indagato nelle precedenti sfilate, nonché il tema della funzione, ma con un nuovo filo conduttore: il taglio in sbieco, tecnica d’atelier già utilizzata in passato quando lo stilista di Gibilterra era al timone creativo di Christian Dior. Nella realtà multiforme del presente, quindi, in cui nulla è ciò che appare, le giacche si portano sulle spalle e diventano cappe sopra i top di chiffon piumato decorati di paillette dorate e i pantaloni di vinile di tutti i colori, come i guanti, infilati all’interno di stivali da cowboy, i completi sono in tweed che corre diagonalmente, i corsetti che assottigliano la silhouette sembrano delle cinture e i kimono, alcuni dei quali originali, risalenti al XVIII secolo, sono rielaborati per diventare vestaglie da sovrapporre al trench di pelle o overall completati da sneakers giganti. Un abbigliamento che consente una nuova “self-expression”, come afferma la nota diffusa da Maison Margiela? Sicuramente, una nuova forma di erotizzazione che supera la convenzionalità e può consentire anche a lui, una maggiore consapevolezza del proprio corpo. Quella che, per anni, è stata chiesta solo a lei.

 

L’ottimismo salverà il mondo? Sembrerebbe pensarla così Dries Van Noten, soprattutto, alla luce dell’acquisizione per una cifra non precisata del brand, fondato ad Anversa nel 1986, da parte del gruppo di Barcellona Puig che ha in portafoglio marchi come Jean Paul Gaultier, Carolina Herrera, Paco Rabanne e Nina Ricci. Se nel 2017, infatti, ha realizzato 1,94 miliardi di euro di ricavi (+8,1%), la prospettiva per il 2025 sarebbe quella di superare i 3 miliardi. Interessante se si considera che lo stilista manterrà, comunque, una significativa quota di minoranza e rimarrà al timone creativo, malgrado le indiscrezioni su una sua possibile uscita. Lo scorso marzo si era iniziato a vociferare a proposito della ricerca di un partner industriale o finanziario, soluzione adottata da molti nomi, rimasti indipendenti, per puntare all’espansione in un mondo della moda sempre più globalizzato, e di un incarico conferito a Vendôme Global Partners. Con la chiusura del deal, adesso, si apre un futuro di speranza che si rispecchia nel colore, protagonista della primavera-estate 2019, che pur essendo stato usato molte volte, in quest’occasione, viene sviluppato in modo inedito, quasi volesse sottolineare un taglio con il passato: su impermeabili, giacche, camicie, t-shirt, pantaloni, bermuda, borse e sandali, infatti, sono presenti le stampe digitali di Verner Panton, (singolare la coincidenza che anche Miuccia Prada abbia scelto per l’allestimento dello spazio di via Fogazzaro gli Inflatable Stool, sgabelli gonfiabili disegnati nei primi anni Sessanta dal designer danese e ora (ri)prodotti in esclusiva da Verpan!). Un tentativo di dare una risposta risolutiva a una realtà sconfortante? O di fornire anche solo un cambiamento nella prospettiva di osservazione? Più semplicemente, lo stilista assicura che l’effetto cromoterapico di questa collezione, facilmente vendibile e altrettanto facilmente indossabile, potrebbe contribuire a migliorare la contemporaneità. Se, com’è noto, l’arte riesce ad anticipare la vita, nel caso specifico, non potrebbe esserci un auspicio migliore.

 

La couture scende in strada? Sembrerebbe di sì da Valentino che sfilato all’interno dei saloni del Musée des Arts Décoratifs, per l’occasione, resi fucsia dai maxi pannelli luminosi dell’allestimento. Se Milano cerca di superare lo streetwear che ha contagiato, secondo logiche diverse, un po’ tutti i marchi, Parigi punta alla contaminazione: emblematiche sono le nomine di Virgil Abloh, fondatore di Off-White, a direttore creativo del menswear di Louis Vuitton e Kim Jones, ex Louis Vuitton, di quello di Dior Homme, entrambi al loro debutto in questi giorni. O Kris Van Assche, ex Dior Homme, arruolato da Berluti che, al momento, ha presentato solo la campagna teaser scattata da Jamie Hawksworth. Per ulteriori novità bisognerà attendere il prossimo gennaio. Inclusione che non deve solo limitarsi all’abbigliamento, ma, più in generale, alla cultura. L’uomo pensato da Pierpaolo Piccioli, quindi, è un combattente che vuole abbattere le barriere partendo da quelle che delimitano il mondo della haute couture, notoriamente distante ed esclusivo, perché la bellezza va condivisa, come il tempo. C’è tutta la tradizione della griffe romana, vecchia e nuova, nella primavera-estate 2019: il logo storico viene ripreso e distorto su t-shirt e camicie di denim, piccole V invadono bomber zippati, maglioni lavorati a mano e pantaloni della tuta che si aprono sul fondo, mentre il lettering VLTN, creato recentemente dallo stilista, decora parka, jeans troppo lunghi che devono essere risvoltati, borse e portacellulari. Il rosso iconico ritorna discretamente su felpe fiorate e bermuda, il camouflage, che il marchio ha adottato nell’espressione della sua estetica maschile, non dimentica i pijama in seta, mentre le sneakers, ormai immancabili, questa volta, si riempiono di piume. Adesso, sarà la moda a influenzare la strada o la strada a influenzare la moda? Magari, entrambe, in modo diverso. Comunque, come è stato dimostrato con questa prova, se ci si lascia travolgere dalla tentazione di “esplorare territori ignoti” si potrà avere la possibilità di “uscirne arricchiti”, si legge nelle note. Del resto, il dialogo con l’altro rappresenta una necessità: come quello tra eleganza e creatività, forma e apparenza, sartorialità e funzionalità. L’unico futuro possibile. O immaginabile!

 

Tutto e il contrario di tutto? Com’è possibile, allora, proporre qualcosa di nuovo? Sicuramente, negli anni, le visioni immaginifiche degli stilisti non si sono risparmiate sulle passerelle (alcune, fortunatamente, avvalorate anche da una giustificazione più o meno sensata!) per tentare di descrivere, attraverso i loro racconti, il mondo in perenne mutamento. Fornendo significati, logicamente, diversi anche a seconda della prospettiva di lettura. Un po’ come Roma, la città eterna e la città di Fendi, che, al contrario, diventa Amor. Per il marchio di proprietà del gruppo francese del lusso LVMH non è possibile fare lo stesso, ma, anagrammandolo, si può ottenere “Fiend”. Questo è il punto di partenza della primavera-estate 2019 disegnata da Silvia Venturini Fendi che, in questa occasione, ha deciso di collaborare con Nico Vascellari. Una collezione che si muove sul concetto di doppio, idea nata, probabilmente, pensando ai due gemelli appena nati, figli dell’artista e di Delfina Delettrez Fendi. Tutto, quindi, non è come appare, ma molto di più: i soprabiti e i completi sartoriali sono fatti di una rete che li fa sembrare trasparenti, i giubbotti e i pantaloni logati, all’apparenza in pelle o in PVC, sono in realtà in tessuto di carta, le polo lavorate a maglia diventano camicie e i bermuda sportivi gonne. Immancabile rimane il logo, presente ovunque, nella formulazione classica sugli accessori, come la nuova Peekaboo X-Lite, i marsupi, i cappelli, i mocassini con le bande elastiche e i sandali da corsa con le suole ammortizzate, sotto forma di diavoletti (Fiend, appunto) e giochi di parole che si trasformano in stampe sulle camicie, ma anche le carte da gioco sulle t-shirt, dove Fendi è il re, Roma l’asso di cuori, Silvia Venturini Fendi la regina e Karl Lagerfeld, l’altra anima della maison, Jokarl, il jolly. Una dimostrazione di come, cambiando un elemento, tutto può risultare modificato e apparire automaticamente diverso. Perché se anche lo streetwear ha bisogno di cambiare, un rimescolamento può fornire un’infinità di nuovi assemblaggi, quelli che sono alla base del vestire moderno. Dualismo: del resto, dalla lotta tra il bene e il male in poi, è tutto un delicato equilibrio di opposti, come i lati oscuri che ogni uomo inevitabilmente possiede.

 

Quando un corpo maschile diventa sensuale? Quando riesce a comunicare in modo naturale. Lontano, dunque, da ogni condizionamento esterno, anche di tipo culturale. Immagina una Cuba fatta di tramonti, di cocktail e di palme Alessandro Dell’Acqua per la primavera-estate 2019 di N°21 con un guardaroba in cui il classico viene reso attuale attraverso la contaminazione che, però, com’è si è già potuto vedere altrove, prende le distanze dallo streetwear dominante, ormai, sulla scena generale e considerato da molti sorpassato. A dispetto dell’incontrovertibile successo, soprattutto a proposito di menswear, di Balenciaga, disegnato da Demna Gvasalia, giusto per fare un nome. Sono, invece, calore e colore gli elementi su cui punta lo stilista napoletano a incardinare una fisicità che viene mostrata attraverso completi formali su camicie in toile de jouy che ritraggono atmosfere esotiche o con foto del backstage come simbolo distintivo del marchio al posto del taschino, da portare aperte per mettere in evidenza le collane di pietre preziose, cappotti di pelle su short corti in kid mohair accoppiato con il popeline o in PVC, la cui trasparenza è smorzata da boxer in cotone, che vengono abbinati a trench dello stesso materiale, maglioni senza una manica o con scollature profonde su jeans rigorosi e sandali con il calzino. Nella definizione dell’uomo nuovo che la moda deve fornire ogni stagione, metabolizzando anche i cambiamenti contemporanei di un mondo che corre sempre più veloce, Dell’Acqua riscopre una mascolinità, più sensibile e meno aggressiva, centrata sulla consapevolezza del proprio corpo ed esaltata da un tailoring rilassato che delinea un’eleganza giovane, già condivisa sulla passerella di Prada. Sarà la nuova tendenza, se così si può chiamare? Sicuramente, come si percepisce facilmente, l’uomo inizia a sentire l’esigenza, anche attraverso l’abbigliamento, di riscoprire se stesso, invece che adattarsi a un modello preimpostato. D’altra parte, niente è più seducente della spontaneità.