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Realtà o normalità? Ormai, è quasi scontato dire che molti stilisti, con il loro lavoro, provano a riflettere sul presente, anche se da un punto d’osservazione decisamente privilegiato, convinti che sia un loro dovere fornire un’interpretazione e, perché no, suggerire un possibile sviluppo. C’è, invece, chi preferisce rappresentare il mondo esattamente com’è. Perché? Postoriginalità? Per ribadire ciò che si conosce e, magari, con l’occhio dell’abitudine si tende a non analizzare più? O per capire a che punto è arrivata la società e da dove riparte? Rispondere o meno non è fondamentale di fronte all’autunno-inverno 2019-2020 di Balenciaga in cui Demna Gvasalia rende omaggio al consumatore, quello che, peraltro, decreta il successo (soprattutto, commerciale) di un marchio. Una passerella senza elementi di distrazione (a eccezione dei lampi di luce che sembrano ricreare un cielo in tempesta e, nella loro intermittenza, illuminano un po’ fastidiosamente le prime uscite), asfaltata come una comune strada consente, infatti, di concentrarsi sulle proposte co-ed che alternano cappotti e completi dalle spalle rigorosamente strutturate con bottoni a scomparsa che possono indossare entrambi, t-shirt e felpe logate, camicie con la doppia manica, corte e lunga, pantaloni della tuta e jeans a scacchi per lui e giacche senza revers che diventano abiti, overall di maglia, bluse con il fiocco e gonne a pieghe stampate con la Tour Eiffel per lei. L’approccio high-tech alla sartorialità ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e nell’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, si ritrova nei bomber, nei piumini e nei trench unisex le cui spalle sono state sollevate e ripiegate su se stesse per creare tridimensionalità, ma anche nei dolcevita maschili o negli abiti a trapezio e nei mini dress in lurex femminili con il collo a barca che diventa tubolare. Onnipresente la lettera B o doppia B, sulle stringate e sugli stivali, sui gioielli e sulle borse souvenir che faranno la gioia di tanti turisti della capitale francese da accostare a shopping bag di tutte le grandezze che si portano a tracolla o a mano e a clutch con le piume. Se la collezione punta, almeno nelle intenzioni, a modernizzare lo stile parigino, la notizia che attira maggiormente l’attenzione è quella che lo stilista non presenterà più precollezioni. I capi per i prossimi sei mesi sono stati tutti svelati in questa occasione. Viene, quindi, da chiedersi se nella moda a vincere sia la creatività o la strategia.

 

Dov’è finita l’autenticità? In un’epoca decadente come quella contemporanea, nella quale la sovrastimolazione creata dalla cultura digitale ha generato un’alterazione irreversibile che crea dipendenza, è diventato difficile, nell’eccesso dell’artificialità, riuscire a trovare la verità della realtà. Un argomento più volte trattato da John Galliano per Maison Margiela che, nella sfilata co-ed per l’autunno-inverno 2019-2020, recupera i traguardi raggiunti con l’Artisanal dello scorso gennaio e li sviluppa in modo ancora più radicale “per portare l’entità dell’abito al suo nucleo più puro”, si legge nelle note. Attraverso la scomposizione, ricomposizione e migrazione sul corpo di capi del guardaroba tradizionale si arriva, dunque, alla loro essenza. E non è più importante neanche l’identificazione di genere, seguendo l’ottica della gender fluidity tipica della griffe: eliminata ogni sovrastruttura, rimane solo una traccia della loro origine, visibile grazie a qualche residuo formale o a quegli adattamenti, spesso, segnati dalle imbastiture bianche a vista. Così, un cappotto in flanella si trasforma in una cappa, un trench in finta pelle in un paio di bermuda dall’orlo décortiqué, una sciarpa paillettata in un top e un jodhpur in un abito bustier. Le camicie prendono in prestito le maniche delle giacche o dei maglioni dalle lunghezze dissonanti, i tailleur sono formati da capispalla tagliati orizzontalmente, i pantaloni sono appiattiti per diventare gonne e le fodere dalle fantasie colorate diventano leggings zippati coordinati agli stivaletti dalla punta squadrata che si alternano a scarpe da bebe con il calzino. Il cambiamento nasce da un approccio trasformistico dell’identità? Magari, liberando le proprie pulsioni che, con un percorso complesso e travagliato, può portare a emergere una nuova consapevolezza secondo la quale, con l’assenza di abbellimenti superflui, seguendo lo spirito rivoluzionario del fondatore, diventa possibile adattare ogni proposta, dalla costruzione sartoriale ineccepibile, in base a chi la indossa. Un messaggio profondo di speranza, ormai, sempre più urgente. Nella moda e non solo.

 

Quale sarà la nuova identità di Lanvin? Difficile dirlo alla prima prova di un nuovo direttore creativo che si trova di fronte il difficile compito di rendere ancora rilevante, in un mercato fortemente saturo e altamente competitivo, la più antica maison francese. Dopo l’uscita, a 14 anni dalla nomina, di Alber Elbaz (e, lo scorso novembre, di Lucas Ossendrijver che disegnava l’uomo) né Bouchra Jarrar né, tantomeno, Olivier Lapidus hanno avuto successo. Ci riuscirà Bruno Sialelli? Al momento, negli spazi gotici del Musée Cluny, sede del Museo Nazionale del Medioevo, il 31enne designer di Marsiglia, per l’autunno-inverno 2019-2020, punta su poncho, kilt e plaid che diventano gonne asimmetriche a fazzoletto in tartan, abiti foulard arricchiti di lamine luminescenti o in maglia di lurex per lei, montgomery dal taglio sartoriale, camicioni dalla stampa manoscritto, t-shirt in tulle e pantaloni scamosciati o in maglia per lui. Per entrambi, invece, giacche alla marinara in lana con dettagli in pelle e caban con i revers dal collo ampio o a forma di cuore, twinset con ricami tridimensionali, cappotti, maglioni e sciarpe d’ispirazione sudamericana e jeans scoloriti composti da pannelli cuciti tra loro con cinture incorporate. Non manca il logo, da quello iconico di Jeanne e Marguerite Lanvin presente sugli chemisier o sulle borse al monogramma JL (o è una doppia L?) sui pigiami di seta o sugli abiti sottoveste. Un’offerta varia e desiderabile in grado di soddisfare potenzialmente un pubblico ampio ed eclettico, ma diverso rispetto a quello rimasto orfano di Elbaz per il womenswear e di Ossendrijver per il menswear. Linee, in precedenza, peraltro, profondamente diverse e, ora, accomunate secondo un’unica visione d’impronta lifestyle. Strategia di distacco che potrebbe essere vincente se l’estetica di Sialelli non fosse ancora troppo influenzata dalle proprie esperienze passate: dopo gli studi allo Studio Berçot di Parigi, ha lavorato per Paco Rabanne, Acne Studios, Balenciaga e, infine, da Loewe dove si occupava della divisione maschile sotto la direzione artistica di J.W. Anderson. Si starà, davvero, delineando un capitolo più attuale per la griffe, adesso, nell’orbita del gruppo cinese Fosun International? Considerando la sua lunga storia, non ci si potrebbe aspettare niente di meno.

 

Quant’è importante la fedeltà di un designer alla tradizione del marchio per cui disegna se non è il proprio? E a se stessi? Anthony Vaccarello sceglie, dunque, di lavorare su quei tratti comuni tra il gusto di Monsieur Yves Saint Laurent e il suo. Per l’autunno-inverno 2019-2020 di Saint Laurent cita Betty Catroux, regina delle disinvolte notti parigine e musa iconica del fondatore, ma, tra le infinite suggestioni di un archivio immenso, decide anche di abbandonarsi alla seduzione ipnotica della mitica fragranza Opium e di riconsiderare la controversa collection du scandale, quella per la haute couture della primavera-estate 1971 che oltraggiò la critica per la la sua ispirazione allo stile bellico degli anni ’40 che rievocava l’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale e che, però, riscosse grande successo. La Maison de Verre, un grande cubo specchiato, situato di fronte al Trocadéro, sul quale la Tour Eiffel si frammenta nei suoi quadri riflettenti, allora, fa da cornice a una sfilata dalle atmosfere notturne, dominata da cappotti e completi maschili dalle spalle importanti anni ’80 che s’indossano su top e camicie dalle trasparenze sfacciate, da minitrench vinilici, da giacchine ricamate di paillette su shorts animalier o pantaloni e gonne a balze di pelle, da abiti scultorei con fiocchi giganti o scolli a cuore pieni di cristalli che sembrano pois, abbinati a piccole cuffie coordinate, stole di pelliccia zebrata e scarpe a punta con platform o stivali con piume. I vetri della passerella si scoprono essere bifronte nel finale per svelare, nell’oscurità, la “seconda parte” del fashion show fatta, più o meno, delle stesse proposte, per lei e per lui, che diventano fluorescenti e si confondono letteralmente in un gioco di moltiplicazioni. Un desiderio liberato per capi che risulteranno, facilmente, desiderabili per una donna forte e audace, ma non aggressiva e combattente. Un’amante della leggerezza. Com’era Betty Catroux. Peraltro, se anche Tom Ford le dedicò la sua collezione per la primavera-estate 2001 di Yves Saint Laurent rive gauche, l’estetica di Vaccarello è certamente più vicina a quella costruita da Hedi Slimane e interpretata, addirittura, meglio rispetto allo stilista arruolato, adesso, da Celine. E questo, nella sana (diciamo così!) competizione che anima la moda attuale, non è un dettaglio trascurabile.

 

Esiste ancora il glamour? Il mondo per cui Roberto Cavalli, lo stilista, disegnava abiti da sogno, esageratamente sexy? Parrebbe di no, considerando le proposte di Paul Surridge per l’autunno-inverno 2019-2020 di Roberto Cavalli, il marchio, che ha sfilato co-ed all’interno di una tensostruttura situata nei Giardini Indro Montanelli. E se le fantasie, elemento identitario della griffe fiorentina, non mancano, in questo caso, l’animalier diventa astratto e multicolor traducendosi per lui su cappotti in panno di lana, giacche ampie senza bottoni, camicie e dolcevita da abbinare a jeans scoloriti e stivaletti, tanto cari allo stilista toscano, mentre per lei su abiti plissettati, giacchini corti e pantaloni a vita altissima da portare sui cuissard. L’essenzialità, spesso monocromatica, del daywear lascia spazio ai bagliori dell’eveningwear: incrostazioni di paillette sono state pensate al maschile su giubbotti da indossare su pantaloni di pelle e al femminile su miniabiti che scoprono le gambe svettanti su sandali dai tacchi alti e sottili. Paradossalmente, però, nonostante il brand abbia sempre risaputamente privilegiato il womenswear, a cui è stato legato l’immaginario, l’attenzione rivolta al menswear, disegnato dell’ex direttore artistico di ZZegna, sembra prevalere dato che, come nelle precedenti collezioni, l’esibizionismo viene sostituito dal pragmatismo costruito sulla geometria delle forme e sulla perfezione dei dettagli. La vera expertise dello stilista britannico. Una nuova forma di sensualità che possa trovare ancora una legittimità nel mondo contemporaneo? Il dubbio rimane, come quello riguardante la cessione dell’etichetta da parte di Clessidra che, attraverso la controllata Varenne 3, detiene, dal 2015, il 90% del capitale a pretendenti come Philipp Plein o Otb-Only the brave di Renzo Rosso. Purtroppo, le indiscrezioni finanziarie hanno catturato maggiore interesse rispetto ai capi.

 

La trasfigurazione è sinonimo di novità? O sarebbe sufficiente cambiare il significato degli abiti? Dopo Prada, anche Marni per l’autunno-inverno 2019-2020 mantiene per la sfilata femminile la stessa location di quella maschile del mese scorso, all’interno dello spazio industriale di via Ventura, ma non è l’unica affinità: entrambi i marchi propongono, attraverso una contrapposizione dualistica di opposti, una reazione. Se per Miuccia Prada la sintesi si risolve, alla fine, in un’unione, per Francesco Risso si trova nella ribellione contro il perbenismo. E intitola il suo fashion show NeuroErotik, un “allegro esercizio contro la censura”, come si legge nelle note: “l’idea è quella di mappare nuovi punti di piacere, come in una griglia. Un erotismo non scontato, ma guidato dal cervello”. Se la visione concettuale dell’etichetta fondata da Consuelo Castiglioni era legittimata dal fatto che niente è come sembra, in questo caso, la sensualità cerebrale delle proposte in passerella si decostruisce e si ricostruisce nel tentativo di fornire composizioni che possano suggerire letture inedite o inaspettate. Così, i cappotti maschili diventano stratificati e oversize, gli abiti assemblano parti diverse tra loro, spesso a contrasto, attraverso anelli di forma diversa (di Margiela-esca memoria) o si caricano di piercing, i camicioni riportano motivi pixelati, i top dalla scollatura profonda con le impunture a vista si sovrappongono, le giacche tagliate di netto diventano bolero e s’indossano su gonne con più di un punto vita che uniscono tessuti plissettati orientati in direzioni divergenti. Elementi unificanti sono le catene mixate tra loro da portare come sciarpe o come cinture, gli anfibi con il platform di diverso colore o gli stivali al ginocchio anche borchiati. Razionalità o irrazionalità? Destrutturazione o ristrutturazione? “È il tempo di giocare, senza esclusione di colpi, a corpo libero e pensieri liberati. Tanto questo gioco è tutto nella testa. Riuscirete a fuggire?”, scrive Risso, poco preoccupato del fatto che la sua complicata rivoluzione, non solo estetica, con il womenswear abbia perso di forza e significato rispetto a quella vista per il menswear. Per riuscire a scardinare le convenzioni è necessario un punto di vista alternativo: quello “allegro ma non troppo” era, certamente, più convincente.

 

Come si può riportare alla redditività l’unico brand di Kering che ha un fatturato in negativo? Impresa ardua se i termini di paragone sono Gucci, Saint Laurent e Balenciaga. Poiché Bottega Veneta ha chiuso il 2018 attestandosi a 1,1 miliardi di euro, -5,7%, è naturale che il debutto di Daniel Lee, il successore di Tomas Maier al timone creativo, si caricasse di notevole aspettativa, nonostante la sua prima prova sia stata anticipata dalla presentazione della pre-fall 2019, accolta favorevolmente dai buyer. Per l’autunno-inverno 2019-2020, andato in scena all’interno di una tensostruttura situata accanto all’Arco della Pace, il designer punta sulla libertà, anche di osare, nella definizione di un lusso disinvolto che, pur rispettando la tradizione del marchio del “when your own initials are enough”, prova a scrivere una pagina del tutto nuova, in cui il seXy-factor diventa un parametro fondamentale. Partendo dal classico intrecciato che diventa macro, sfilano co-ed in passerella completi sartoriali dalle spalle importanti su dolcevita impalpabili dalle maniche extra long o maglieria decostruita su giubbotti e pantaloni da motociclista. E se questi sono credibili più per lui, i maglioni per lei si riempiono di catene dorate, le stesse che stringono cappotti e gonne trapuntate. Tra i materiali preziosi e raffinati, spicca su tutti la pelle utilizzata a profusione un po’ ovunque e con lavorazioni diverse: ancora intrecciata sugli anorak, unita al neoprene nelle giacche, arricciata sulle camicie, annodata nei top o rinforzata negli anfibi. L’anima dark è illuminata da mosaici di cristalli sui camicioni. Una collezione moderna che mira decisamente alla differenziazione del prodotto nel tentativo di attrarre fasce di consumatori diverse. Magari, più giovani e meno borghesi. Del resto, in un mondo sempre più globale, non è più possibile considerare, come in passato, una sola tipologia di riferimento. Sarà questa la formula che consentirà l’inversione di rotta dei conti? Senza dubbio, la visione del 32enne stilista inglese, ex braccio destro di Phoebe Philo da Céline, può essere considerata rischiosa, ma solo attraverso il coraggio, ormai, si può arrivare all’obiettivo. Gucci docet!

 

Costruzione o rappresentazione? Di un brand o di un’estetica? Se Gucci ha archiviato il 2018 passando da 6,2 miliardi di euro del 2017 a 8,3, +33,4%, un motivo ci sarà. La domanda più scontata, quindi, sarebbe: di cosa ha bisogno il consumatore? E la risposta non potrebbe non orientarsi verso una doverosa riflessione sull’abito e la sua funzione. Riconoscimento? Di se stessi o di quello che si vorrebbe essere? Alessandro Michele cita Hannah Arendt che, nelle note della sfilata per l’autunno-inverno 2019-2020, “ci ricorda che siamo persone nel momento in cui scegliamo la maschera attraverso cui ci mostriamo sul palcoscenico del mondo”. E cosa accade con un capo d’abbigliamento? Può essere un “mezzo attraverso cui dare diritto di cittadinanza al nostro divenire molteplice”? Non c’è che l’imbarazzo della scelta nelle proposte di un guardaroba che, come sempre, esaltano l’annullamento delle differenze di genere. Del resto, la maschera (non in vendita!), che ricopre parzialmente o totalmente i volti in lacrime, è fatta anche per questo. O, al contrario, per definire il proprio ruolo. Considerando, infatti, che in latino la parola “maschera” si traduce con “persona”, si può dire che sia più rivelatrice di quanto si creda. Allora, sulla passerella a specchio illuminata da oltre 120 mila lampadine a led all’interno del quartier generale di via Mecenate, le identità si confondono e si contaminano tra cappotti incompiuti con imbastiture bianche a vista, completi sartoriali composti da giacche strutturate e pantaloni ampi, anche in raso matelassé, dalla vita altissima, stretti sulla caviglia con dei lacci per lui o dal punto vita segnato per lei da indossare su camicie di pizzo con jabot o fiocchi. Abiti e gonne plissettati in tessuti luminescenti o animalier si abbinano a cavigliere gioiello che richiamano il teatro greco antico, ginocchiere logate dall’animo sporty, collari, bretelle e scarpe borchiate il cui cambio si porta a mano. Una collezione più diretta e reale del solito che, paradossalmente, nella molteplicità di riferimenti evocativi, non ha bisogno di ulteriori sovrastrutture. Come il messaggio dello stilista che, paventando un pericolo concreto che per la cultura nella società attuale, ribadisce l’importanza dell’individualità. E se la maschera, usando le parole di Arendt, “non a caso si compone di due superfici fatte della stessa materia, l’una concava e l’altra convessa, adagiate l’una sull’altra”, lo stesso deve avvenire nella ricerca dell’abbinamento con i vestiti. L’unica sintesi perfetta che conta.

 

Cosa ci si deve attendere nella definizione di un progetto nuovo, soprattutto, se legato a una maison storica? Dopo aver eliminato l’accento dalla prima e e inserito la linea uomo che, la scorsa stagione, ha sfilato insieme alla donna, Hedi Slimane per l’autunno-inverno 2019-2020 di Celine ha deciso, per la sua seconda prova, di puntare su una sfilata men only, probabilmente, per dare maggiore evidenza a quelle proposte maschili che, nel caso della primavera-estate 2019, hanno avuto un riscontro molto positivo degli ordini e, conseguentemente, generato ancora più curiosità per il futuro. Se, però, tutto ciò porterebbe a pensare allo sviluppo di una collezione autonoma con una precisa identità, c’è da aspettarsi che, come accadeva da Saint Laurent, womenswear e menswear seguiranno una visione estetica integrata. Così, in una struttura creata in place de la Concorde con vista, attraverso le vetrate giganti, sulla Parigi notturna, dominata da una sfera di neon a illuminare l’interno, lo stilista, partendo come sempre da suggestioni musicali, cita la No wave, il periodo post punk nella New York anni ’70: tutto si gioca sulle silhouette di abiti sartoriali che, a differenza del passato, disegna dritte e leggermente meno accostate al corpo per giovani che guardano alla tradizione con il desiderio, però, di adattarla alla contemporaneità. I pantaloni si fanno più corti, i jeans si risvoltano e scoprono calzini bianchi e stivaletti o allacciate in vernice. Gli accenti sportivi sono riservati esclusivamente a giubbini e pantaloni di pelle più aderenti, mentre le concessioni eccentriche si limitano a cappotti zebrati e giacche decorate di paillette. E se l’etichetta è nota, soprattutto, per gli accessori, non mancano sciarpe annodate al collo e occhiali da sole di sicuro successo commerciale. Formalwear o sportswear? Se questa domanda ha attanagliato le passerelle favorendo, principalmente, il ritorno all’eleganza, arrivati all’ultimo appuntamento in calendario, può essere sostituita dall’auspicio che uno dei nomi più copiati della moda come lui, abbia, anche in questo caso, sufficiente autorevolezza per spostare il gusto delle nuove generazioni. Sicuramente, è più facile rispondere a chi immaginava stravolgimenti che non ci sono stati (ammettendo, poi, che sarebbero stati proficui!): Hedi Slimane, nella propria autenticità, non avrebbe potuto fare altrimenti.

 

La ribellione è un’attitudine? In attesa, dopo 16 anni, del ritorno alla haute couture con la prima sfilata di Balmain Paris, disegnata da Olivier Rousteing, lo stilista scrive un nuovo capitolo di Balmain Homme per l’autunno-inverno 2019-2020. Se la rivoluzione digitale avrebbe dovuto portare, almeno sulla carta, a una maggiore libertà, agevolata dall’arricchimento della conoscenza, in pratica, l’effetto è stato quello contrario. La mancanza di rispetto è all’ordine del giorno, generata da una comunicazione tendenziosa. Come rimediare? Tornando indietro? Sarebbe impossibile! Le conquiste fatte, allora, dovrebbero essere rilette attraverso gl’insegnamenti del passato. Le giacche bouclé bordate di catene e i perfecto borchiati in pelle diventano corti attraverso tagli a vivo, anche sulle spalle che scompaiono, per abbinarsi con maglioni smagliati e pantaloni della tuta con bande laterali risultanti da una decolorazione o da motociclista zippati obliquamente. Le t-shirt hanno il nuovo logo, già apparso sulle proposte della pre-fall 2019, in cui la B di Balmain s’interseca con la P di Pierre (o di Parigi, dato che la griffe è fortemente legata alla città) o recano claim. Tra gli altri, “All I want to do is be more like me & be less like you”, “Your truth is not mine”, “You only know my name, not my story”, “Don’t put your blame on me”, “I’m under no obligation to reply”, “Your comments I don’t mind. Hate with passion is love” o “I hope (s)he likes boys”, stampati anche sulle sneaker, sulle borse e sugli zaini matelassé. Capi manifesto che diventano graffiti di un moderno street tailoring. Un occhio di riguardo agli accessori con occhiali che sembrano binocoli da teatro per osservare il mondo, reale o virtuale. Bianco e nero interrotto solo dalla presenza del jeans (spesso, strappato) in capi ibridi come, in uno spirito di libertà, lo sono i generi: infatti, non è possibile distinguere facilmente i capi da uomo da quelli da donna perché è più importante la personalità di chi l’indossa. Sarà questo il messaggio più importante da assimilare? Sicuramente, più tolleranza in un mondo, ormai, imprigionato digitalmente come gli iPhone case da legare al petto. Per non dimenticare che su Apple Store è già disponibile la nuova app con cui immergersi nell’universo della maison di rue François-1er. Una realtà aumentata che promette un’esperienza il più inclusiva possibile.