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Quando una donna indossa haute couture? Le donne che monsieur Dior amava, capiva e vestiva prediligevano il daywear, da tempo trascurato da chi non ha come obiettivo principale la vendita. Da 600 schizzi arrivava a presentare 250 abiti a sfilata, che nel tempo hanno contribuito a delineare la storia della maison francese che, adesso, per il 70° anniversario, rivive a Les Arts Décoratifs nella mostra “Christian Dior. Couturier du rêve”: dal 1947 a oggi, passando per i sei direttori creativi che si sono avvicendati alla guida della casa di moda: Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e, oggi, Maria Grazia Chiuri. Però tutto questo è solo un punto di partenza. Cosa rende ancora grande la griffe? La poliedricità è la sua forza, che si traduce in un inesauribile potenziale di modernità, nonostante, come sostiene la stilista italiana, si debba rifuggire lo stereotipo (o la replica!). Dior non è solo New Look, fiori e tailleur Bar, comunque immancabili, come suggerito da Isabelle Rabineau nel suo libro “Le molte vite di Christian Dior”. Tante vite quante sono le diverse esigenze delle donne nel mondo.
Invece, per la sua seconda collezione per l’autunno-inverno 2017-2018, che trasloca dal giardino del Musée Rodin a quello del Hôtel des Invalides, allestito per l’occasione dall’artista Pietro Ruffo, Maria Grazia Chiuri si rifà a una pubblicazione del 1953, commissionata dal fondatore per raccontare l’azienda alle filiali. Ciò che davvero Dior dev’essere. Maschile e femminile si fondono nei cappotti di lane inglesi, negli chemisier drappeggiati, nelle gonne a doppia piega per renderle tridimensionali, senza poi dimenticare gli abiti da sera in tulle, trasparenti ma non troppo, grazie a un abile gioco di sovrapposizioni, o ricamati con mappe di viaggio, come i viaggi che la direttrice creativa fa nell’archivio o quelli che diventano emozioni. Tutto è rigorosamente stretto in vita da una piccola cintura di coccodrillo o, in un caso, da una fascia dell’amato animalier. Perché se il passato è una successione di date, il futuro non è altro che la scomposizione dell’esperienza. Per poter sempre ricominciare.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: courtesy Sabrina Persechino

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Il tempo si annulla nel sogno. Non c’è passato, presente o futuro, esiste solo un momento congelato nell’immortalità. Come nel mito, che sopravvive alle epoche. O nei rituali anacronistici degli atelier, per esempio, quello di ricoprire ogni sera gli abiti con una carta velina o spillare sui tavoli i cartamodelli. Al suo debutto in solitario nella haute couture di Valentino, Pierpaolo Piccioli pensa a una bellezza olimpica che non deva essere corrotta dal tempo e, quindi, cosa c’è di meglio di lasciarsi ispirare dai miti classici? Un ideale estetico di femminilità che, mai prima d’ora, riconduce al lavoro del fondatore di cui traduce fedelmente la vocazione. All’interno del Hôtel Salomon de Rothschild, reso talmente minimalista da sembrare una wunderkammer moderna, si susseguono abiti plissettati che ricordano le colonne dell’antica Grecia, tuniche dalle linee verticali talmente scultoree che sembrano resistere alla gravità, cappe dalle forme elementari come se fossero state scalpellate nel tessuto, talvolta in modi diversi sullo stesso capo, decori leggeri di strass o micro paillette ton sur ton, di canutiglie o cannule di vetro iridescente che donano una naturalezza formale almeno apparente, ma dietro ai quali si nasconde la sorprendente abilità di petites mains di rendere semplice ciò che è complicato o di realizzare con un gesto ciò che sfugge ai limiti della creatività. Una purezza che domina anche la palette cromatica e la rende armonica nelle sue tinte tenui e delicate, abbinate come le 15 tonalità di giallo esplorate nelle trecce di chiffon intrecciato o interrotte da alcune pennellate decise di colore, rosso e fucsia metallizzato. In un’epoca così ossessionata dalla velocità come quella contemporanea, in cui tutto invecchia in un batter di ciglia, il messaggio arriva chiaro: uscire dal tempo per avere ancora la possibilità di sognare. Anche fosse per pochi minuti, anche si ammirasse solo un capolavoro da lontano. Nella vita, la tragedia peggiore sarebbe quella di precludersi la possibilità di emozionarsi.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Un amico francese mi diceva che ogni individuo vive almeno due vite, la sua e la propria rappresentazione. Talvolta, contemporaneamente. L’indagine, più o meno filosofica, di questo fenomeno che, ormai, coinvolge quasi ogni aspetto del reale è sempre molto affascinante al punto che si può ritrovare anche nella collezione Artisanal di Maison Margiela disegnata da John Galliano: rimuovendo le sovrastrutture si può pensare di penetrare in profondità e riscoprire l’essenza che è decisamente più oggettiva del gusto. Questi giorni di haute couture parigina saranno ricordati come quelli di rimozione del superfluo e anche lo stilista di Gibilterra, conosciuto per il suo massimalismo, si adegua spingendo, però, questa tendenza, se così si può chiamare, all’estremo. Scomposizione e ricomposizione: la decostruzione arriva ai limiti della destrutturazione, nei trench, nelle giacche di taglio maschile, nei top tagliati, strappati, lacerati e ricuciti alle gonne, ma anche negli abiti di cui rimane solo qualche frammento. Tutto è décortiqué, letteralmente scorticato, perché alla memoria, capacità intrinsecamente selettiva, basta una sensazione. Un accenno anche nelle decorazioni che contribuiscono a sagomare la silhouette di capi unici che sembrano usciti da un laboratorio creativo con quello spirito che animava il fondatore della maison che oggi fa parte del gruppo Only The Brave di Renzo Rosso. Questa prova schizofrenica e, allo stesso tempo, magistrale sembra voler ribadire, in quest’epoca di grande cambiamento che arriva a toccare anche della parte più nobile del fashion system, che i parametri in gioco non possono essere solo la tradizione del passato, l’attualità del presente e la previsione del futuro. La fantasia sarà sempre l’immancabile quarta dimensione in grado, come nessun’altra, di rendere possibile l’impossibile: l’artigianalità dell’emozione.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv