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L’aspettativa cambia la prospettiva? Anche nella moda? Sembrerebbe di sì, se si parte già dall’invito alla sfilata co-ed Gucci Cyborg il cui countdown solleticava la fantasia, impennatasi, poi, maggiormente di fronte all’inquietante sala operatoria, ricreata cinematograficamente (e un po’ nozionisticamente!) al Gucci Hub di via Mecenate, attorno alla quale sono state sistemate asettiche sedute tipiche delle sale d’aspetto delle strutture ospedaliere. Un perfetto contrasto con le proposte per l’autunno-inverno 2018-2019 che, con poche differenze dalle collezioni precedenti, arricchiscono le stratificazioni delle uscite in passerella, sempre meno intervallate tra loro quasi a creare un’allucinazione, che privilegiano il decorativismo al design. La narrazione concettuale, in modo più coerente del solito, richiama questa volta il Manifesto Cyborg scritto da D.J. Haraway nel 1984 che ha permesso ad Alessandro Michele d’immaginare un ibrido, una creatura in un mondo post-genere, che supera ancora di più il dualismo maschile e femminile di una generazione in divenire (presumibilmente, quella dei millennials) disposta a indossare un linguaggio, libero e consapevole, che viviseziona chirurgicamente il tempo e diventa desiderabile. Nonostante si fondi su articolazioni spericolate, riesce a rendere credibili gli equilibrismi precari che disegna: la spersonalizzazione del volto, per esempio, spesso coperto da passamontagna che si alternano ai cappellini con il logo della squadra di baseball New York Yankees, apre una pluralità di possibilità, talvolta embrionali come le fodere che ricoprono gli abiti, possibili o meno, in grado di dar voce alla volontà di emancipazione contemporanea, di essere ciò che si vuole. La differenza diventa unicità e il cambiamento trasformazione quando la it bag è sostituita (dettaglio interessante!) da una testa mozzata realizzata da Makinarium, la fabbrica che si occupa di effetti speciali per Cinecittà, da un cucciolo di drago preistorico, o ancora da un serpente, uno degli emblemi di Gucci. Alla ricerca di modelli identitari nuovi non rappresentati attraverso il guardaroba annullato nel suo significato (tratto che si ritrova, curiosamente, anche nell’estetica di Demna Gvasalia). Paradossalmente, lasciando da parte il prodotto (che diventa un successo nella sua traduzione commerciale) lo stilista riesce ad avvicinarsi al consumatore che ha premiato il marchio del Gruppo Kering nel fiscal year con un incremento dei ricavi che hanno raggiunto i 6,2 miliardi di euro (+41,9%).

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Alessandro Garofalo / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Marcus Tondo / Indigital.tv

 

Foto/photos: courtesy Richard Quinn

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: courtesy Shrimps

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv