Currently viewing the category: "Fashion shows and presentations"

La moda è un’elaborazione del tempo? La Mitologia greca, il Rinascimento italiano, i fasti di Versailles, la fotografia di Deborah Turbeville, la Medea di Pier Paolo Pasolini e gli anni Sessanta. Cosa lega tutto ciò? La sfilata haute couture per l’autunno-inverno 2018-2019 di Valentino. Non c’è un tema o un’ispirazione, come ammette Pierpaolo Piccioli, ma una rilettura coerente della bellezza tra creatività e sogno. Torna in primo piano, all’interno dei saloni del Hôtel Salomon de Rothschild, la straordinaria abilità delle sarte di piazza Mignanelli, a cui è stato chiesto di dare un nome all’abito che hanno contribuito a realizzare. Ricordi ed emozioni che partono da “Sogno ad alta voce”, una cappa con gl’intarsi di Leda e il cigno da una parte e di Narciso allo specchio dall’altra sdrammatizzata da una tuta turchese, per terminare con “Crisalide”, un fourreau di taffeta e velluto plissé arancio, completati, rispettivamente, da una maxi cotonatura pensata da Guido Palau e da un copricapo floreale coordinato. Non viene dimenticato il rosso carminio, emblematico della maison romana, che fa la sua apparizione, nell’abito bustier “Per passione” per il quale sono stati utilizzati 38 metri di seta. Ma degno di nota, per citare un ulteriore esempio, è anche “Orchidea” dove una giacca di lamé dorato copre una blusa di chiffon rosa arricchita da volant sulle maniche e bermuda verdi che richiamano l’abbigliamento maschile del Settecento. Se tutti, durante le giornate dedicate alla couture parigina, si sono interrogati sul suo significato nella contemporaneità e, ognuno a proprio modo, ha cercato una risposta attraverso le creazioni in passerella, lo stilista, in linea con la collezione precedente, ha ribadito la necessità di alleggerirla anche concettualmente per renderla portabile e desiderabile, di partire dalle sue regole, ma anche di trasgredirle in libertà, di poter separare le proposte alla ricerca di un ideale spirituale che, in modo diverso, appartiene a chi sceglie (o ha la possibilità!) d’indossarle. Perché se “i vestiti sono portatori di memoria” non bisogna mai arrendersi alla scoperta. Sempre con coraggio.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Esiste ancora l’autenticità nella moda? Se il prêt-à-porter deve, anche per esigenze di allineamento al mercato, interrogarsi sul presente, la haute couture, libera da queste dinamiche, può dedicarsi alla sperimentazione. Soprattutto, nel caso della collezione Artisanal di Maison Margiela che, a differenza delle altre, non è destinata alla vendita. “Il profumo” della creatività, come fa sapere John Galliano, attraverso un podcast, descrivendo l’autunno-inverno 2018-2019, da cui deriveranno, poi, tutte le versioni più diluite. Sono passati un po’ di anni da quando, nella primavera-estate 2006, Martin Margiela entrò, come membro corrispondente, con la cosiddetta Linea 0, nel calendario parigino e, adesso, con due mostre nella capitale francese, “Margiela 1989-2009” al Palais Galliera e “Margiela, Les Années Hermès” al Musée des Arts Décoratifs, il confronto con la passerella diventa quasi obbligato. C’è tutto l’universo del rivoluzionario stilista belga, ancora ampiamente citato, riletto, però, attraverso l’immaginario flamboyant di quello di Gibilterra che disegna un mondo a parte, quello nomade (il pensiero corre veloce alla controversa collezione Clochard per la primavera-estate 2002 di Christian Dior!) delle nuove generazioni digitali. Vagabondi in viaggio sulla rete che indossano piumini dalle imbottiture a vista ingigantiti e portati al contrario, cappotti che sono coperte arrotolate sul corpo, abiti decostruiti fino a perdere l’identità e tramutarsi in memorie di se stessi, gonne che diventano top e scarpe, le immancabili “Tabi”, protette da una calza. Come le piume o i frammenti di completi maschili che integrano le parti mancanti di capi femminili, a cui sono sovrapposti due strati di tulle di nylon, quasi a voler separare le proposte da un mondo sempre più pericoloso e incapace di abbandonarsi alla fantasia. Del resto, se l’ossessione per il nuovo è determinato proprio dalle immagini ingannevoli che invadono insistentemente gli smartphone, attaccati in questo caso alle caviglie, d’altra parte, contribuiscono contemporaneamente a fagocitarlo rendendo, con un gioco perverso, istantaneamente vecchia qualunque cosa sia facilmente fruibile. Una realtà tenuta insieme precariamente da cinture fermate dal velcro che delineano un glamour fatto di materiali snaturati e volumi inediti. Ma è l’unica possibile: perché se la contemporaneità è sempre più spersonalizzante, niente è più caratterizzante delle emozioni.

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv