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Sogno o realtà? Si è concluso un altro fashion month dominato dal ritorno al classico e dal desiderio di evasione, probabilmente, da quello sportswear che, paradossalmente, consentiva maggiore possibilità di sviluppo. Miuccia Prada, invece, si ostina ad andare controcorrente e per la primavera-estate 2019 di Miu Miu preferisce, ancora una volta, affidarsi al suo istinto: la moda sta davvero riflettendo sul mondo contemporaneo? Sicuramente, non abbastanza sull’identificazione di chi acquista. Sceglie, dunque, di puntare sul bello non convenzionale, attraverso un processo di decostruzione dell’eleganza, proponendo abiti di gazar tagliati a vivo o in denim trattato con scolli talmente profondi da mostrare l’intimo e casualmente accessoriati da grandi fiori, fiocchi o cristalli, presenti anche sugli accessori, dai sandali di raso con platform vertiginosi alle chiusure delle borse, dalle cinture agli occhiali, dai gioielli ai cerchietti, giacche sartoriali maschili da indossare con maglieria rimpicciolita e annodata come scialli, gonne al ginocchio che coprono le trasparenze del voile con le paillette o pitonate come i cappotti doppiopetto con maxi bottoni o coulotte e calzettoni. Come si prospetta il futuro? Il progressismo della moda, quello che dovrebbe trovare risposte alle emergenze non solo estetiche del presente o fornire una valida alternativa a esso si sta arrendendo inesorabilmente ripiegando sulla tradizione? La sua tendenza eversiva o, almeno, radicale si sta rassegnando di fronte alla certezza rassicurante del passato a cui non ci si ribella più? Al più, ci si limita a distruggerlo. E il cambiamento? L’unico possibile passa solamente per la strada dello snaturamento? In un momento di transizione, come quello attuale, le prese di posizioni radicali puntano, per ora, unicamente alla semplificazione del linguaggio in modo da consentire che il messaggio possa arrivare il più chiaramente e velocemente possibile. In attesa, magari, di un confronto che possa, nuovamente, riaffermare la supremazia dell’unicità sul conformismo e stimolare, conseguentemente, la ricerca di quel nuovo che stenta a emergere. Se la moda, da una parte, dev’essere libera di sbagliare e Miuccia Prada è, da sempre, fautrice del politicamente scorretto, dall’altra, la vera modernità non può dissociarsi dalla mutazione del pensiero. Quella che nella società attuale ancora manca.

 

“La bellezza comincia nel momento in cui decidi di essere te stesso”, diceva Coco Chanel. Probabilmente, come quando si va in spiaggia. Karl Lagerfeld, quindi, ne ricrea una nella cornice consueta del Grand Palais sulla quale far sfilare la primavera-estate 2019 di Chanel: sabbia bianca finissima, presa in prestito da una cava, onde attivate da un sistema di pistoni nascosti e un pannello con il cielo azzurro lievemente velato da nuvole bianche che disegnano il panorama di uno stabilimento balneare in legno di una lussuosa località immaginaria, presumibilmente Deauville o Biarritz, dov’è iniziata l’ascesa della maison di rue Cambon. Il mare in città o la città al mare. I bagnini osservano le bagnanti che passeggiano a piedi nudi indossando tailleur bouclé in tweed composti da giacche boxy e doppie gonne zippate lateralmente, gilet nello stesso materiale su camicie bianche logate in nero, a contrasto, sulle tasche o di frange in pelle e leggings sotto al ginocchio, tuniche a trapezio dalle maniche ampie in fantasie multicolor che riproducono ombrelloni stilizzati con le camelie coordinate o in pizzo, anche in denim, fermate da cinture di metallo che esibiscono le lettere CHANEL in modo interrotto, presenti anche su collane, orecchini e semplici cappelli di paglia che sarebbero piaciuti molto a Mademoiselle. Logo-à-gogo analogamente sui sandali con tomaia e tacco in PVC da portare, rilassatamente, in mano o agganciati alla doppia borsa matelassé di spugna, dall’utilizzo molto versatile, che sostituisce le catene con le perle. Per la sera, top di paillette, con giochi di ruche o trasparenze e scolli profondi sono sdrammatizzati da ciclisti dall’anima active. Il tema scelto non è certamente nuovo per il marchio: chi non ricorda, per esempio, la resort 2010, in passerella al Lido di Venezia, poco lontano dal Hotel des Bains dove il 19 agosto 1929 morì Sergej Djagilev del cui funerale si occupò la fondatrice? O la resort 2011, davanti al Senequier di Saint-Tropez, luogo caro allo stilista? Nonostante la leggerezza di questa collezione, forse, più adatta appunto a una resort, si percepisce, chiaramente, il desiderio di tornare a un mondo che non esiste più per recuperare una magia, ormai, dimenticata. Un po’ come si è già visto da Valentino. Sarà la fine di un’epoca? Puntualmente, infatti, si torna a parlare dell’imminente successione di Karl Lagerfeld, uscito, nuovamente, nel finale con il suo braccio destro Virginie Viard. Chi prenderà il suo posto? C’è chi scommette che sarà proprio lei!

 

Rigore o eccentricità? Se sulle passerelle, spesso, gli stilisti hanno puntato al primo, Pierpaolo Piccioli per la primavera-estate 2019 di Valentino prova a coniugarli partendo un luogo mentale che la moda dovrebbe concretizzare. Dove si trova? Non è fisico: risente della memoria del passato e tende alla libertà del futuro per definire “un punto fermo nell’equilibrio instabile nel presente”. Ha la consistenza del sogno, probabilmente, quello della haute couture, il vero patrimonio del made in Italy da conservare e tramandare, che è tornata a influenzare la realtà del prêt-à-porter. La collezione che ha sfilato tra le vetrate nel giardino del Hôtel des Invalides non fa eccezione, anche nell’eccellenza delle lavorazioni artigianali, tra abiti in faille di cotone plissé dai volumi soffiati sulle spalle che accarezzano il corpo, camicie in popeline di cotone che si gonfiano sulle braccia e sono chiuse sul collo da maxi fiocchi da indossare su pantaloni dritti, tuniche o completi in pizzo di cotone accessoriati da cappe da gettare su una spalla, felpe con il logo che spicca, allo stesso tempo, vistosamente sulle alte cinture, nonché piume di marabù, che arricchiscono removibilmente i sandali bassi in gomma, insieme a gonne lunghe a pieghe, trench in nylon da portare sopra a pijiama in patchwork di velluto e cotone in fantasie floreali e paillette che accendono cromaticamente le proposte iniziali in nero urbano, bianco candido e rosso carminio. Colori emblematici che si ritrovano sulle borse, come la nuova V ring, a soffietto con la fibbia-logo dall’animo modernista. Un’eleganza rilassata che ha come obiettivo quello di “portare la moda nella strada che la strada nella moda”, come dichiara Piccioli. Tuttavia, il processo non sembra ancora completato. La haute couture per l’autunno-inverno 2018-2019, per esempio, presenta un maggior grado di focalizzazione che si perde nel tentativo di perseguire la democratizzazione della bellezza. E se, da una parte, “è importante ribadire le idee in cui si crede”, credo che faceva parte anche del fondatore, Valentino Garavani, dall’altra, è chiaro che, solo attraverso questo percorso, si può arrivare a scoprire la propria unicità. La quale, in un periodo di migrazioni estetiche legate agli avvicendamenti creativi presso le griffe, può riuscire a spostare le traiettorie individuali del gusto. Qualcuna delle “Philophile” potrebbe approdare alla maison romana? In molti, scommetterebbero, invece, su Loewe, anch’essa nella scuderia di LVMH, come Celine.

 

La moda è immaginazione? È un’esperienza immersiva quella pensata da Demna Gvasalia per la primavera-estate 2019 di Balenciaga: un tunnel con 2mila metri quadrati di schermi led mostra le immagini caleidoscopiche del video The ride never ends dell’artista Jon Rafman per un viaggio che procede in senso contrario rispetto alle altre passerelle e alla stagione scorsa, nonostante ne condivida ancora l’approccio high-tech alla sartorialità: infatti, in questo caso, dallo streetwear, che, ormai, sembrano tutti concordi nel considerare superato, si arriva alla couture. Un “Neo-tailoring”, ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e l’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, che si ritrova nei cappotti tagliati a vivo dalle spalle squadrate e con un piccolo tag vicino al collo, nelle giacche doppiopetto, ma a un bottone, arricchite da piccole Tour Eiffel in cristalli e coordinate a camicia e pantaloni, nei blouson dai colli esageratamente alti, nelle bluse con le maniche architettonicamente allungate, nei chiodi in pelle ad A rovesciata da abbinare a jeans e stivali con la punta d’acciaio, negli abiti a colonna logati o nelle tuniche ampie stampate con le carte da gioco. Tutto diventa estremamente portabile. Spariscono le sovrapposizioni. Rimangono, però, le forme oversize anche se diventano decisamente più sofisticate. L’anima active che ha contribuito al rilancio della griffe di avenue George V, di proprietà del gruppo Kering, rivive nei completi per lui (ma, volendo, anche per lei) che sembrano delle rivisitazioni delle tute, con le bande colorate sulla gamba, che s’indossano direttamente a pelle poiché non hanno bisogno di camicia (tantomeno di cravatta!) essendo stata sostituita dalla giacca, salvo poi ritrovarla, curiosamente, negli abiti-camicia per lei che segnano il punto vita con una cintura a fiocco laterale. C’è bisogno di cercare realtà alternative per conquistare il consumatore? Può essere sufficiente, forse, provare a tradurre i codici di un marchio storico nell’era digitale attraverso una vibrazione sci-fi che abbia la frequenza dei Millennials. Avrà più valore l’originale o la copia? Il reale o il virtuale? Non importa! Se si ripristinano le regole (con questa sfilata, nonostante qualche critica di “Neo-conformism”, parafrasando la collezione, lo stilista ha dimostrato di averlo fatto degnamente), aumentano esponenzialmente anche la possibilità di disattenderle. Più o meno provocatoriamente.

 

La creazione è (ri)nascita? Sembrerebbe se Rei Kawakubo, dopo 10 stagioni di abiti scultorei, riflessioni sulla realtà che non tenevano particolarmente in considerazione la portabilità, torna a una semplificazione del messaggio, come affermato in un comunicato rilasciato via e-mail. Già da Prada, passando per Celine, si è iniziata a sentire l’esigenza di un dialogo diretto con chi, per qualunque motivazione, si avvicina alla moda e ogni creativo, in modo più o meno riuscito, ha scelto il proprio linguaggio. In questo caso specifico, riletto attraverso la decostruzione concettuale del lusso. Nella primavera-estate 2019 di Comme des Garçons, allora, la stilista giapponese sceglie di tornare a se stessa. Del resto, cosa c’è di più intimo? All’interno dell’École nationale supérieure des Beaux-Arts, allestisce, dunque, una passerella neutra che evidenzia ancora di più il significato: il corpo. I capispalla drappeggiati in modo irregolare, in lana lavorata o accessoriata da piume e fili di lurex, sono lacerati per svelare prominenze sull’addome che sembrerebbero evocare delle gravidanze, ma anche sui fianchi legate, magari, all’età che avanza segnalata anche dal colore delle parrucche. Trasformazione! Quella di se stessi usando il corpo, quella della moda che ha bisogno di un rinnovamento radicale e quella sociale che deve spezzare le catene del conformismo, che fuoriescono dalle t-shirt stampate con maxi rose o con le lettere del brand, coordinate ai leggings. Solo dalla rottura può scaturire il nuovo. Ma, d’altra parte, la libertà non può nascere se non dalla conoscenza profonda della propria identità, da rispettare come la moda non è più in grado di fare. Snaturandosi, naturalmente, si rischia di perdersi o confondersi in divagazioni dialettiche che non apportano alcun arricchimento maggiore. Niente male per la donna che dal 1973 ispira e continuerà a ispirare la migliore avanguardia e che nel 1983 aprì il suo primo negozio a New York, su Wooster Street, su progetto di Takao Kawasaki, talmente austero da non mostrare neanche il prodotto. E, a proposito di questo, come arriveranno queste proposte nei negozi? Come saranno tradotti questi volumi? Sicuramente, saranno una coraggiosa scelta di campo, come quella che fa Rei Kawakubo a ogni sfilata, senza mai ripetersi. Probabilmente, come dovrebbe fare, oggi, anche il consumatore contemporaneo: spezzare qualunque catena!

 

Cos’è il cambiamento? Mi sono posto questo interrogativo riflettendo su quali fossero i designer che hanno fatto la storia della moda. Che hanno fatto? Che fanno? O che faranno? Non si tratta di una sottile differenza dialettica. Guardando indietro, si potrebbero citare Coco Chanel e Yves Saint Laurent, due personalità, profondamente diverse, accomunate dal fatto di aver interpretato pienamente il presente, reagendo, al momento stesso, a esso. Definito il codice, in seguito, hanno provato a interpretarlo limitandosi ad adeguarlo alla metamorfosi del momento (o delle esigenze!). Quello che, probabilmente, in parte, fece Hedi Slimane quando dal 2000 al 2007 è stato al timone creativo di Dior Homme. E se ci si trova di fronte a un avvicendamento creativo ed estetico all’interno di una griffe, sul quale si costruisce l’aspettativa intorno al debutto? Chi non si è domandato come sarebbe stata la prima collezione di Celine disegnata da Hedi Slimane dopo Phoebe Philo? Pur avendo due stili ben identificabili, il loro linguaggio non potrebbe essere più lontano. Tornato sulla scena a due anni di assenza, in seguito alla fine della sua collaborazione con Saint Laurent (che fa capo invece al gruppo rivale Kering) durata tra il 2012 e il 2016, lo stilista, dopo i teaser sui social media, nei quali prima aveva annunciato il cambiamento del lettering dell’etichetta, un omaggio agli anni ’60, da cui ha rimosso l’accento dalla “E” e poi presentato al braccio di Lady Gaga la nuova borsa, 16, aveva annunciato che il suo obiettivo non era né (in)seguire il passato né opporvisi. Ma, solamente, essere se stesso. Promessa mantenuta per la primavera-estate 2019 in passerella a Les Invalides: un’alternanza di maschile e femminile dal forte esprit parigino con le sue atmosfere notturne (il titolo della sfilata, infatti, è Paris La Nuit) tra abiti cortissimi, dai dettagli couture e maxi spalle anni ’60 e ’70, in pelle o paillette, accessoriati da zip, ruche o fiocchi per lei e completi smilzi come le cravatte per lui (ma che piaceranno tanto anche a lei) in cui la giacca viene sostituita da trench, perfecto o bomber decorati con le stampe dell’artista Christian Marclay. Bandite le sneakers sostituite da scarpe e stivaletti rigorosamente a punta. E ora? Ci sarà una migrazione dei consumatori? Da Saint Laurent, dove gli orfani lasciati da Slimane avevano ripiegato sulla reinterpretazione di Anthony Vaccarello? E le donne che puntavano sulla femminilità colta e sensuale di Phoebe Philo? Troveranno qualcosa nel guardaroba dell’uomo nuovo, nostalgico e problematico, per cui è stato aggiunto un nuovo atelier agli headquarter? Rimane un auspicio: riscoprire quell’energia, libertà ed emozione giovanili che in queste proposte, talvolta datate, malgrado la loro coerenza e volontà di reagire all’omologazione imperante, ancora manca.

 

Quanto è importante la versatilità? Si direbbe molto considerando il lavoro di Alessandro Dell’Acqua che, dopo aver svelato a Milano N°21, è volato a Parigi per la primavera-estate 2019 di Rochas. In comune, l’accostamento degli opposti che per il marchio francese si traduce nell’utilizzo di materiali haute couture su forme essenziali che giocano principalmente sui volumi: stampe animalier, jacquard o chiné, ricoprono cappotti e abiti, dal giorno alla sera, arricchendosi, in questo caso, di paillette mentre le piume spuntano da canotte e gonne a pannelli dal taglio asimmetrico su pantaloni di seta. Ma la sfilata al Théâtre de Chaillot non è stato l’unico evento a coinvolgere lo stilista napoletano dato che al Hôtel Ritz è stata presentata la capsule Alessandro Dell’Acqua x Tod’s, la prima del progetto T-Factory, annunciato da Diego Della Valle lo scorso febbraio, che prevede quattro collaborazioni all’anno. Un cambiamento nel business model all’insegna della velocità, dalla presentazione alla produzione fino ad arrivare alla distribuzione, per utilizzare al meglio anche l’engagement sui social media che, secondo l’imprenditore marchigiano, ormai, rappresenta uno dei maggiori driver nel consumo del lusso. Tornando alle proposte, la capsule, disponibile da novembre, è composta da 10 capi di abbigliamento, tra cui trench, parka e pantaloni, in tre variazioni cromatiche, marrone chiaro, rosa cipria e nero, colori iconici di Dell’Acqua, nei quali è declinata anche la mini-serie di scarpe, che rivisitano l’iconico “gommino”, leggermente rimpicciolito e reso più femminile su mocassini e ballerine con il tacco sottile e fiocco di velluto e da stivaletti elasticizzati. Una rivoluzione necessaria? In un momento in cui l’esigenza di cambiare è percepita in modo sempre più forte, è diventato prioritario trovare nuove soluzioni che stimolino il desiderio di un consumatore sempre più confuso. Come lo è mantenere i valori qualitativi di eccellenza e l’italianità della tradizione che caratterizzano il marchio ammiraglio del gruppo da 477 milioni di euro di ricavi nel primo semestre. Come reagirà il mercato? In un mondo globalizzato, in cui i parametri in gioco sono sempre più difficili da prevedere, le scommesse sono aperte. Resta ancora da capire, però, se diversificazione sia la parola chiave del cambiamento.

 

La haute couture sta tornando a contagiare il prêt-à-porter? Se questa non è una novità, qualche stagione fa, ci si domandava quanto fosse vero il contrario. Adesso, però, gli esempi si stanno moltiplicando: da N°21 a Rochas, entrambi disegnati da Alessandro Dell’Acqua, fino a Dries Van Noten. Il cambiamento sembrerebbe essere in atto. Quali saranno le conseguenze? Difficile prevederlo, esattamente come quelle di una maison indipendente che diventa parte di una multinazionale. Si è parlato tanto, nei giorni scorsi, di Versace, rilevata da Michael Kors Holdings, diventata adesso Capri Holdings. Allo stesso modo, non si deve dimenticare che sono passati tre mesi dal closing dell’operazione tra il marchio dello stilista belga e il gruppo di Barcellona Puig che ha in portafoglio etichette come Jean Paul Gaultier, Carolina Herrera, Paco Rabanne e Nina Ricci. Cos’hanno in comune questi deal? La crescita! Il problema, d’altra parte, rimane quello di riuscire a preservare le radici identitarie. E nel caso specifico? Forse, si scorge una tendenza verso i Millennials, categoria che, al momento, sembra garantire fatturati notevoli. Con una certamente gradita rivistazione di molti elementi già considerati nella primavera-estate 2009. Infatti, anche per la primavera-estate 2019 Dries Van Noten immagina completi a righe trasversali, stretti da corde da montagna per drappeggiarli, su décolleté a punta coordinate, soprabiti e camicie monocromatiche o sporcate di colore che riecheggiano stampe floreali sono completate da reti di perline sottili che si appoggiano sulle spalle, abiti in maglia leggera di nylon e seta, simile all’organza, scoprono volontariamente l’underwear a contrasto. Piume vere o di plastica, meno delicate, e bagliori luminosi impreziosiscono top e gonne sdrammatizzati, rispettivamente, con pantaloni cargo e anorak in acetato d’ispirazione workwear. Come s’inserisce, dunque, Dries Van Noten in quello che apparentemente, almeno dalle sfilate viste finora, può essere definito il nuovo corso della moda? Con una collezione di raffinata e moderna concretezza, tra le migliori, si può dire, di Parigi. Passato che influenza il presente e lascia ben sperare per il futuro. Probabilmente, ha ragione lui: “La moda, oggi, è un’attitudine”.

 

Cosa cerca il consumatore, oggi? Probabilmente, una visione forte nella quale ritrovarsi. Nella varietà di prodotto sul mercato, dunque, sceglierà quello che meglio lo rappresenta sia nel caso dell’abbigliamento che, per esempio, della fragranza, l’accesso certamente più facile, veloce e, spesso, meno costoso al marchio. Sarà per questo che Maison Margiela ha proposto Mutiny, il nuovo profumo creato da Dominique Ropion, il primo firmato da John Galliano, che riflette perfettamente i valori emblematici della maison parigina, fondata nel 1988 e dal 2002 di proprietà del gruppo Otb-Only the brave di Renzo Rosso: decostruzione e sovversione, dal tessuto alla tuberosa. Per il lancio globale, è stata realizzata una campagna multimediale diretta da Fabien Baron, proiettata a margine della passerella, con sei protagoniste, Willow Smith, Sasha Lane, Princess Nokia, Teddy Quinlivan, Molly Bair e Hanne Gaby Odiele, dove ognuna si confronta su temi come conformismo e anticonformismo. Quella diversità che per la primavera-estate 2019 si traduce in gender fluidity, esaltata dal fatto che per la prima volta menswear e womenswear sono accostati, talvolta, ai limiti dell’ambiguità. Ammutinata, quindi, ogni regola se non quella dell’identità, filo conduttore del lavoro dello stilista di Gibilterra al timone creativo dal 2014, nulla è ciò che appare: i pantaloni e le gonne sono sartorialmente disegnati per diventare delle giacche, i cappotti e i maglioni degli abiti, le giacche dei body, le cappe delle camicie. E poiché, come già accaduto, la sperimentazione dell’Artisanal è un laboratorio in grado di fornire spunti da elaborare successivamente nella produzione del prêt-à-porter, da quella per la donna di luglio e dalla prima per l’uomo di giugno vengono ripresi, in una ricomposizione di frammenti per completare le parti mancanti, top di chiffon piumato decorati di paillette dorate su pantaloni di vinile o broccato infilati all’interno dei Santiago boot décortiqué, sottovesti in PVC lavorato a losanghe su sandali con platform altissimi (16 centimetri) e calze coordinate rivestite in silicone e gli smartphone attaccati alle caviglie, completi in tweed spigato su smanicati in pizzo doppiati in georgette trasparente e sneakers iridescenti che sembrano ballerine. Tutto, allora, sembra essere memoria di se stesso, quella da cui trarre ispirazione per immaginare il nuovo. Ma tra tutte le proposte, quale sarà la più convincente? Quella più autorevole! Prima di distruggere bisogna sempre sapere come ricostruire.

 

Cos’è il lusso? La possibilità di essere se stessi? Di diventare ciò che si vuole? O la libertà di poter scegliere cosa indossare senza alcun timore? Potrebbe essere questa l’idea di Anthony Vaccarello per la primavera-estate 2019 di Saint Laurent, andata in scena sulla passerella-piscina situata di fronte al Trocadero con l’acqua che rifletteva le luci della Tour Eiffel. Il simbolo di Parigi, ma anche di un esprit che, da sempre, evoca lo stile inconfondibile di Monsieur Yves Saint Laurent. Domina il nero e i bagliori che riproducono le luci della notte in città. Il primo su tuxedo che conferiscono alla donna quella confidenza maschile (in una sfilata in cui il menswear non è presente, essendo già stato svelato a giugno a New York e di cui, adesso, s’ignora la collocazione!) che viene ulteriormente esaltata dalle mani in tasca, sulle giacche di velluto vagamente militari abbinate alle camicie con le ruche e agli shorts cortissimi in pelle, sugli abiti in chiffon dalle maliziose trasparenze tra fiocchi e drappeggi o dalle piume copri-capezzoli da portare con alti stivali in pitone. I secondi sugli audaci top in rete di cristalli che non lasciano niente all’immaginazione, sulle stelle che accendono dalle fasce per i capelli ai sandali con la zeppa passando per i pantaloni aderenti e sulle paillette dei costumi da bagno indossati con mega gioielli. Tocchi esotici sono regalati dagli ampi caftani animalier in risposta alle fila di finte palme al neon che sembrano ricostruire una stereotipata oasi vacanziera senza tempo. Nessuna intenzione seduttiva di capi che risulteranno, paradossalmente, molto sexy, ma, altrettanto facilmente, desiderabili. Come accade quando si entra in una boutique della maison francese da quando al timone creativo c’era Hedi Slimane in poi. Ma adesso che lo stilista è passato da Celine? La domanda è tutt’altro che scontata, soprattutto, considerando il fatto che la curiosità di vedere quale sarà la nuova estetica del marchio disegnato precedentemente da Phoebe Philo è molto elevata. Curiosamente, tralasciando ulteriori riferimenti a Tom Ford e Stefano Pilati, si ritrovano, più che nelle collezioni precedenti, molti richiami a quelle proposte che hanno reso possibile il rilancio di Saint Laurent negli ultimi anni. Semplice coincidenza? Se così non fosse, la rivoluzione della moda sarebbe appena cominciata. Per il momento, se le indiscrezioni verranno confermate, sembra che Vaccarello rimarrà alla guida di Saint Laurent per un altro triennio.