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Haters gonna hate. Si sa. Ma, purtroppo per loro, i dati vanno al contrario: se i dati precedenti erano influenzati dai saldi epocali delle collezioni firmate da Frida Giannini (ergo, poco attendibili) adesso, si hanno le prime informazioni chiare e inequivocabili del successo commerciale di Alessandro Michele: Gucci, mi spiace per chi pensava il contrario, è in crescita: +3,9% (a fronte di +3,3% dei conti semestrali di Kering). Ottimo (ancora) Saint Laurent (+23,7%) che fa riferimento, però, alle proposte di Hedi Slimane. Cosa succederà con Anthony Vaccarello? Caduta, invece, (ancora) per Bottega Veneta (-9,2%): i tiepidi riscontri delle ultime sfilate di Tomas Maier trovano conferma commerciale per un brand che vive sugli accessori “Intrecciato”…

ENGLISH VERSION

Haters gonna hate. We know that. But, unfortunately for them, data show something different: if previous data had been influenced by the epoch-making clearances of the collections designed by Frida Giannini (thus hardly reliable) now we’ve got the first clear and unmistakable information about Alessandro Michele’s commercial success: Gucci – I am sorry for those who were convinced of the opposite – is on the rise: +3.9% (+3.3% in the first-half results of Kering). Saint Laurent is (still) going very well (+23.7%), but that result still refers to Hedi Slimane’s proposals. What will happen with Anthony Vaccarello? Bottega Veneta, instead, is (still) falling (-9.2%): the tepid reactions to Tomas Maier’s latest collections are thus confirmed commercially, and the brand seems to be living exclusively on its “Intrecciato” accessories.

 

Ieri esclusivo, oggi partecipativo.

Yesterday exclusive, today participatory.

In occasione del lancio del nuovo sito, Piazza Sempione ha organizzato un incontro esclusivo sulla Luxury Digital Experience e sui “Nuovi modelli d’interazione tra imprese di lusso e mercato” che si è svolto presso gli spazi dell’headquarter di via Vigevano a Milano.
Un evento innovativo quanto i contenuti analizzati. Davanti a un pubblico formato da giornalisti, blogger, online player ed esperti del settore, sono state ascoltate le testimonianze di Giuliano Noci, ordinario di marketing presso l’Istituto Politecnico di Milano e associate dean del MIP-School of Management, Mario Abis, professore di ricerche psico-sociali IULM e direttore generale del MAKNO e Sara Maino, caporedattore moda di Vogue Italia e responsabile dell’area talents di vogue.it, moderati da Marina Garzoni, fondatrice e ceo di Moda e Tecnologia/Style Star, sul tema della rete e delle nuove frontiere della comunicazione digitale.
In particolare, si è dialogato sulle modalità di interazione tra le aziende della moda e il consumatore finale, alla luce dei valori di coinvolgimento, condivisione e partecipazione generati dalla globalizzazione digitale, da cui emerge una nuova declinazione del lusso, non più elitario ma aperto a tutti.
Un avanzamento tecnologico e socio-culturale che richiede un allineamento coerente e strategico da parte delle aziende del lusso, basato sui codici di multi canalità, mobilità e dilatazione spazio-temporale che definiscono oggi il profilo, i desideri e le esigenze reali dell’individuo, protagonista attivo nella narrazione del brand.
Prodotto, servizio, retail experience e attenzione verso il cliente sono strettamente correlati ai valori di co-creazione e personalizzazione, uniti nella dimensione digitale del lusso, in cui è l’individuo stesso a manifestare quali saranno le aspettative e i trend del futuro.
“Oggi la brand equity – conferma Enrico Morra, ceo di Piazza Sempione – dipende soprattutto dal concetto di sharability. In quest’ottica, abbiamo creato il nuovo sito piazzasempione.com: un’ esperienza visiva, narrativa ed emozionale, che raccoglie intorno all’universo e ai valori del marchio una community partecipante e attiva. Il nostro impegno è quello di rispettare il pensiero delle nostre clienti e la loro autonomia di scelta, interessandole al nostro mondo non come spettatrici ma come protagoniste di un progetto comune. Attraverso l’interazione e la condivisione dei valori che ci distinguono, cerchiamo di intercettare i cambiamenti in atto e l’evoluzione del gusto contemporaneo, per offrire un prodotto che corrisponda al sogno di una donna sempre più libera, dinamica e indipendente”.

 

Gucci rafforza l’impegno eco-friendly e anti-spreco per ribadire che lusso e sostenibilità non sono concetti incompatibili all’insegna di contenuti etici, oltre che estetici.

Gucci strengthens its eco-friendly anti-waste commitment to reassert that luxury and sustainability are not incompatible. For contents that are not only aesthetic but also ethic.

Gucci annuncia il lancio di un programma di iniziative eco-friendly per la progressiva riduzione dell’impatto delle attività dell’azienda sull’ambiente nell’ottica di coniugare passato e presente, lusso e responsabilità. Al centro c’è la creazione di un nuovo packaging, che sarà introdotto in tutti i 284 negozi a gestione diretta nel mondo a partire dal mese di giugno 2010, realizzato esclusivamente con carta certificata FSC (Forest Stewardship Council) e riciclabile al 100%. Il progetto rafforza e rispetta la tradizione e i valori storici della griffe fiorentina nel percorso di avvicinamento verso i 90 anni di storia che si celebrerà nel 2011.

“Questo progetto – afferma Frida Giannini, direttore creativo di Gucci – conferma che niente viene sacrificato in termini di creatività scegliendo materiali che rispettano l’ambiente. Il nuovo packaging è veramente bello e rimanda perfettamente ai valori del marchio e alla sua tradizione, per i quali la maison Gucci è riconosciuta e apprezzata sin da quando Guccio Gucci ha fondato l’azienda a Firenze quasi 90 anni fa. Noi tutti abbiamo una responsabilità nei confronti delle generazioni future per ridurre al minimo l’impatto di ciò che facciamo sull’ambiente”. Impiegando una sofisticata carta marrone cioccolato, le nuove shopping bag e le confezioni regalo riprendono lo storico logo GG, introdotto per la prima volta negli anni ’60, con un effetto che ricorda la pelle Guccissima. Sulla superficie delicatamente rilucente, che esalta l’esperienza di lusso e rimanda ai toni del concept dei monomarca ideato da Frida Giannini, spicca, invece, il logo “GUCCI” in color oro e la scritta “Firenze 1921”, che richiama le origini dell’azienda, la tradizione made in Italy e i quasi 90 anni di storia. L’indirizzo del sito web gucci.com è stato introdotto sul lato con l’obiettivo di valorizzare la complementarietà tra il canale di vendita online e gli store e all’interno compare la scritta “This shopping bag is FSC certified and made of 100% recyclable material”. È stata, al contrario, rimossa la plastica che ne ricopriva la superficie e la carta velina non è più verniciata.
La certificazione FSC attesta che ogni albero dal quale deriva la carta impiegata proviene da foreste gestite con criteri sostenibili e che ogni passaggio della catena produttiva è in linea con gli standard FSC.
Gucci prosegue, inoltre, nella ricerca di fibre alternative per il packaging, come shopping bag biodegradabili in mais, bambù e cotone. D’altra parte, per limitare ulteriormente l’impatto ambientale, arginando eccessi e sprechi, sta cercando di razionalizzare anche le spedizioni dei prodotti dagli impianti produttivi ai punti vendita. Le calzature saranno impacchettate in un’unica flanella anziché due. Le confezioni regalo saranno preparate solamente se espressamente richieste. I manichini saranno rimpiazzati con una versione più “eco-friendly” ideata da Frida Giannini e realizzata in polistirene resistente agli urti, materia prima molto durevole e 100% riciclabile, totalmente made in Italy e rifinita con vernice ad acqua.
“Oggi, a ragion veduta, i marchi leader in ogni settore – ha sottolineato Patrizio di Marco, presidente e amministratore delegato di Gucci – vengono giudicati non solo per la qualità dei prodotti e servizi offerti ma anche in virtù delle loro relazioni con la comunità, il territorio e l’ambiente. Nel 2004 Gucci si è distinta come una delle prime realtà nel suo settore ad avviare volontariamente un processo di certificazione in materia di Responsabilità Sociale d’Impresa (SA 8000) lungo tutta la sua filiera produttiva. Lo stesso anno, Gucci ha iniziato una collaborazione con Unicef che, nel corso degli ultimi sei anni, ha generato più di 8 milioni di dollari destinati a progetti per sostenere bambini e donne dell’Africa sub-sahariana. Tali iniziative sono parte del nostro sistema di valori, tanto quanto lo è, e lo deve essere, la nostra attenzione verso l’ambiente”.
Facendo seguito al successo nel conseguimento della certificazione SA 8000, Gucci ha di recente superato una verifica preliminare (pre-audit) per ottenere la certificazione ambientale ISO 14001 entro la fine del 2010.
 

Il marchio milanese fa discutere in tutto il mondo per una storia che riguarda la divisione giapponese del gruppo.

The Milan-based brand is causing debate all over the world for a decision of the Japanese division of the group.

Una controversia legale rischia di compromettere seriamente l’immagine di Prada in Giappone. Il celebre marchio italiano è accusato di molestie e discriminazioni sul lavoro da Rina Bovrisse, ex direttrice generale del gruppo nel Paese nipponico.
Sta facendo molto scalpore la denuncia della dirigente giapponese che sarebbe stata prima retrocessa e poi cacciata in quanto, stando alle sue dichiarazioni, non all’altezza dei canoni estetici della maison che, pare, assuma solamente donne belle e in forma chiedendo a chi è già impiegato di prendere provvedimenti per poter essere sempre perfetti nella cura personale, impeccabili nell’apparenza e, soprattutto, di bell’aspetto.
Secondo la stampa specializzata, la vicenda di Rina Bovrisse sarebbe iniziata lo scorso maggio, quando la donna avrebbe ricevuto da Davide Sesia, ceo di Prada in Giappone, l’ordine di licenziare 15 membri dello staff, gestori e assistenti di negozi, perché “brutti, vecchi e grassi e troppo lontani dallo stile Prada”, insieme alla richiesta di cambiare la sua pettinatura, di rinnovare un po’ il suo look e di mettersi a dieta.
“Mi vergogno della sua bruttezza – avrebbe dichiarato Sesia – e non voglio che i visitatori italiani la vedano”.
A questo punto l’ex senior manager retail che fino allo scorso novembre gestiva circa 500 dipendenti nei 40 negozi di Prada sparsi nel Paese del Sol Levante, dichiaratasi contraria ai licenziamenti, sarebbe prima stata retrocessa e, poi, temporaneamente sospesa dall’attività lavorativa. Da parte sua, lo scorso dicembre, Rina Bovrisse avrebbe presentato una prima denuncia al tribunale distrettuale di Tokyo, chiedendo un risarcimento per lo stress emotivo patito e la reintegrazione nel proprio ruolo. Quindi, avrebbe tentato inutilmente di raggiungere un accordo con l’azienda italiana, fino al definitivo licenziamento, motivato dalle sue “false accuse nei confronti della società”.

“Il tribunale giapponese competente – hanno replicato dalla sede di Prada a Tokyo – ha respinto tutte le accuse della dipendente e ha confermato che il licenziamento della signora Rina Bovrisse è perfettamente legale”.
Tesi ribadita da un comunicato del quartier generale della griffe in Italia: “A seguito delle numerose notizie stampa pubblicate in merito alla vicenda del licenziamento della signora Bovrisse da parte di Prada Japan, Prada ribadisce ancora una volta la propria totale estraneità alle accuse mosse dalla signora Bovrisse relativamente a un presunto comportamento lesivo da parte della società nei suoi confronti e attira nuovamente l’attenzione sulla decisione del competente tribunale giapponese, che ha respinto tutte le accuse mosse dalla dipendente e sancito la perfetta legittimità del licenziamento della stessa”.
Adesso la Bovrisse, che lavora da circa 18 anni nel mondo della moda, presenterà una nuova azione legale contro la società guidata da Patrizio Bertelli.
“Sto raccogliendo nuove testimonianze e presenterò una denuncia dettagliata il più presto possibile. Il mio dovere è proteggere le donne che lavorano duro e fare in modo che possano lavorare in un ambiente sicuro”.
Secondo l’ex direttrice generale molte delle persone hanno subito il suo stesso destino. Tra gli episodi denunciati, ce ne sono alcuni su ipotesi di trasferimenti e dequalificazione professionale per costringere alle dimissioni o anche quelli di obbligare i dipendenti ad acquistare beni del gruppo “per evitare il taglio di organico”.
La prima azione è stata presentata ad un tribunale del lavoro, che in Giappone può risolvere le controversie senza arrivare a processo. Ma, in caso di disaccordo, si può arrivare a una sentenza di una corte. Tra gli accusati, anche il direttore delle risorse umane, Hiroyuki Takahashi.
Tensioni e attriti che hanno oscurato i piani di sviluppo del gruppo i quali prevedono, tra l’altro, l’apertura di trenta nuove boutique nel 2010.
 

L’avvento di Giangiacomo Ferraris porta novità in casa Versace: la maison della Medusa si prende una pausa in Giappone per riqualificare il retail.

La moda italiana non è immune alla crisi economica e la debolezza dei consumi va a intaccare anche le posizioni più consolidate del made in Italy sui mercati internazionali.
La maison Versace, dopo un’attenta analisi della propria presenza nel mondo, liquiderà le attività in Giappone entro la fine dell’anno. Lo scorso luglio sono stati chiusi tre negozi, i due di Tokyo e quello di Osaka, che facevano capo alla Versace Japan Co., ora si avvia a chiudere l’ultimo della rete di vendita diretta e, entro la fine del mese, cesserà l’attività anche la seconda e ultima unità operativa della Gianni Versace Japan, smobilitando l’ufficio delle pubbliche relazioni che include quanto resta delle divisioni della sede centrale, chiusa a maggio. Non si trattava certo di un presidio strategico per la Medusa che un paio d’anni fa aveva rilevato il controllo della distribuzione dal colosso Mitsui. Solo pochi punti vendita sul mercato nipponico che, del resto, si rivela da anni maturo per la moda e il lusso.
“Stiamo risolvendo le ultime pendenze – ha spiegato il portavoce della società, Atsushi Oue, che dal prossimo mese sarà un consulente della Versace – e c’é il proposito di aprire nuovi negozi nel 2010. Ma il come e il quando è ancora da stabilire. Il Giappone è un mercato importante, quindi speriamo tornare nuovamente l’anno prossimo aprendo dei negozi o attraverso i grossisti. La scelta di rinunciare temporaneamente a tre boutique in Giappone non intacca minimamente le strategie di sviluppo del brand”. In questo quadro, Versace “ha dato inizio al contempo alla ricerca di nuove location coerenti con il posizionamento del brand, nonché forme di presenza sul mercato giapponese anche attraverso nuovi canali di distribuzione”.
Si tratta, quindi, di un abbandono temporaneo che ha lo scopo di riqualificare il network retail nell’intera area del Sol Levante. Resta il fatto che, dopo 28 anni, Versace non ha più spazi di proprietà nell’area.
L’operazione si inserirebbe nel contesto di una revisione globale, avviata successivamente all’entrata in campo, lo scorso giugno, del nuovo ceo Gian Giacomo Ferraris, non tanto a causa del crollo dei consumi ma “per eliminare – ha spiegato un portavoce della società a Milano – gli store non più in linea con la nostra immagine, come location e posizione. Si tratta però di una chiusura temporanea perché la ricerca va avanti, al fine di ristrutturare l’intera impalcatura retail”.
Il marchio è sbarcato sul mercato giapponese nel 1981, mettendo a segno una forte crescita della griffe durante la “buble economy” di fine anni ’80 ma da allora le vendite sono scese soffrendo in particolare durante la recente crisi economica. Nel 2008 Versace ha registrato ricavi per 1,6 miliardi di yen (poco più di 12 milioni di euro al cambio attuale) contro i 4,1 miliardi di yen del 2005, in base alle proiezioni della società di consulenza Teikoku Data Bank. Qualche anno fa la società aveva proceduto a liquidare anche tutte le attività all’ingrosso.
Nel piano del nuovo amministratore delegato di Versace, comunque, i mercati asiatici restano “in ogni caso, molto ben presidiati attraverso la rete di 27 negozi in Cina aperti nell’ultimo triennio, ulteriormente rafforzata dall’imminente inaugurazione del negozio flagship a Mumbai, che si aggiunge a quelli recentemente aperti a Dubai, Macao e Kuala Lumpur”.
Mercato di riferimento, oltre a quello del Sol Levante, resta quello americano, dove, infatti, il gruppo ha appena inaugurato a Las Vegas e ha in programma un’altro opening, sempre nella città del lecito gioco d’azzardo.
L’etichetta ha chiuso il 2008 con un fatturato pari a 336 milioni di euro, mettendo a segno un +8,3% sul 2007 e conta in totale 90 punti vendita in tutto il mondo.
Non è escluso, comunque, che la mossa di Versace faccia da apripista ad analoghe decisioni da parte di altri competitor del fashion system e del lusso: quando i margini si comprimono e le vendite calano, come in questo momento, le attività che non raggiungono almeno il punto di pareggio sono tristemente destinate alla liquidazione.
 

Fronte comune da parte degli stilisti italiani e della Camera Nazionale della Moda Italiana contro le accuse di Suzy Menkes, la più nota fashion editor a livello mondiale, partita alla carica sul made in Italy in crisi alle sfilate di Milano, che ha definito da veline la moda italiana sulle pagine dell’International Herald Tribune.

“Blame it on Berlusconi” titola il reportage di Suzy Menkes, inviata dell’International Herald Tribune alle passerelle milanesi appena concluse: “there are enough saucy, sassy and sexy dresses in this city” da animare, scrive senza mezzi termini, uno degli “infamous” party del premier italiano. Insomma, anche la moda rivela il suo intreccio con la politica e i capi che hanno sfilato in questi giorni, secondo la più che autorevole esperta, sarebbero perfetti per le serate berlusconiane, i cui resoconti hanno riempito le pagine dei quotidiani di tutto il mondo durante l’estate.
A leggerlo tutto, il pezzo non è poi così critico come appare dalle prime righe, sebbene, subito dopo, la giornalista scriva che “Viva la Bimbo” sembrerebbe essere il “grido di guerra”, l’idea aggregante della stagione. La stessa opinionista chiarisce alla riga successiva cosa intenda con “Bimbo” parlando chiaramente di veline, “termine usato dagli italiani per descrivere presentatrici TV formose, esibizioniste e succintamente vestite inventate da Berlusconi come magnate della televisione”.

In particolare, fa riferimento ad alcuni pezzi delle collezioni di Emporio Armani, Pucci e Bottega Veneta, colpevoli di aver abbandonato la loro usuale sobria eleganza.
Secondo lei, Giorgio Armani avrebbe aggiunto alla sua rispettabile linea Emporio un gruppo di vestiti dai colori sgargianti con reggiseno a vista e shorts che definisce capi chiassosi per divertirsi a feste che le ragazze per bene non frequentano, implicitamente continuando la linea d’attacco con cui si apre l’articolo: “Berlusconi – aggiunge lanciando un invito al Presidente del Consiglio – dovrebbe insignire Armani di un’altra onorificenza di Stato per il suo nobile tentativo di adeguarsi alla tendenza festaiola del presidente”.
“In questo mondo all’incontrario che è la moda italiana di oggi – scrive ancora la columnistmaison che una volta ancheggiavano a ritmo sensuale, oggi danzano su un accordo diverso” e porta come esempio un Gucci insolitamente sportivo e un Roberto Cavalli che ha giocato col maschile-femminile, mescolando romantici abiti a fiori e pantaloni gessati. Ne deriverebbe, secondo la critica di moda, un senso di confusione, per cui anche case con una lunga storia alle spalle sembrerebbero perdere identità. “E nella cupa realtà della recessione, la moda italiana sembra in un mood di evasione, dandosi a feste come fosse il 1929”.
In difesa della moda italiana sono subito scesi in campo Laura Biagiotti, Donatella Versace, Kristina Ti, Angelo Marani e Mario Boselli. Gli stilisti difendono “la cultura, la base, la ricchezza della moda di tutto il pianeta” ovvero quella italiana.
Il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana ha commentato dicendo che criticare il nostro paese a titolo e a sproposito è un po’ uno sport della stampa estera e, inoltre, l’invidia fa brutti scherzi: “Un attacco incomprensibile quello a opera dell’International Herald Tribune se non interpretandolo come frutto di invidia perché l’Italia, malgrado il periodo generale di crisi, è ancora al primo posto della moda nel mondo e questo dà fastidio a piazze come New York e Londra, andate molto meno bene nonostante le previsioni. L’invidia non è mai morta mi risulta che a New York le cose siano andate malissimo”.
In effetti, durante questa edizione di Milano Moda Donna, non si è vista alcuna volgarità e la stessa Suzy Menkes accomuna le collezioni disegnate da Frida Giannini, Roberto Cavalli e Dolce & Gabbana nella definizione di “saving graces” di questo week-end per i loro vestiti belli e ben fatti, i tessuti innovativi e l’ottima realizzazione sartoriale. Per ragioni simili loda anche Brioni che sarebbe stato l’unico con i suoi modelli ad aver dimostrato che in Italia esiste ancora un angolo dove non sia sempre ora di fare un party.
Anche per Laura Biagiotti ci sarebbe l’irritazione per il successo del made in Italy alla base di queste critiche: “È un attacco all’Italia, colpire la moda significa colpire tutto il made in Italy. Non ci risparmieranno nulla perché siamo bravi, siamo belli e facciamo anche business” ha affermato la signora del cashmere che poi ha preso anche le difese di Armani che ha preferito trincerarsi dietro a un prudente e diplomatico no comment. “Se c’è una persona rigorosa ed elegante nella moda italiana è senza dubbio lui, viene colpito perché rappresenta la massima espressione del nostro successo nel mondo”.
Donatella Versace, invece, le ha respinte al mittente sottolineando che Berlusconi non arriva a influenzare anche la moda: “In ogni caso sulle passerelle di questi giorni non ho visto nulla di volgare” ha aggiunto la stilista.
Angelo Marani, infine, ha tuonato: “Agli inglesi ci vorrebbero 100 anni per riuscire a fare quello che facciamo noi. E poi basta con questa storia, le donne italiane non hanno niente in comune con le escort, hanno classe, fascino, cervello e per questo c’invidiano tutti”.
La risonanza internazionale delle rivelazioni di Patrizia D’Addario rischia di far guardare a tutto ciò che è italiano attraverso una lente deformante? O è stata, semplicemente, la voglia della Menkes di tornare alla luce della ribalta poiché ultimamente la sua fama come voce molto autorevole nel mondo della moda era decisamente offuscata?
A dirla tutta, però, anche a Vanessa Friedman, fashion editor del Financial Times dal 2002 e Cathy Horyn, giornalista americana del New York Times, non si sono dimostrate troppo entusiaste degli abiti visti durante la fashion week di Milano. Secondo la prima, l’estate di sesso del primo ministro italiano ha fatto breccia “nell’immaginazione degli stilisti ed è arrivata sulle passerelle” e parla di “influenza nefasta del premier sulle collezioni”. La seconda rimarca che “la supremazia italiana nel design e nel settore manifatturiero è stata messa gravemente alla prova. Le collezioni primavera-estate hanno messo in luce tutto: gli stress economici sulla creatività e la perdita di energia quando gli stilisti lasciano che siano altri a dettare cosa produrre”.
 

La moglie di Barack Obama posa a braccia nude per la foto ufficiale e divide gli americani. Ma gli esperti di moda la promuovono. Il punto di forza? Il gusto per abbinamenti e colori accesi.

È arrivato il ritratto ufficiale della first lady d’America (foto in alto a sinistra), ed è subito polemica. Mentre la maggioranza degli americani sembra, infatti, apprezzare lo stile fresco e moderno della signora Obama, uno statunitense su dieci ritiene che l’abito scelto da Michelle per lo scatto sia troppo informale. Motivo del contendere? Le braccia scoperte, anche se bellissime: liscie, toniche, non troppo muscolose, grazie alle tre sedute a settimana, di 90 minuti ciascuna, in palestra.

Per quanto mi riguarda, trovo che il tubino blu scuro di Michael Kors, illuminato da due giri di perle, sia elegante e raffinato e conferisca a Mrs. Obama un aspetto meno convenzionale rispetto a quello della foto ufficiale del marito. Del resto la neo first lady ha una precedente illustre per quanto riguarda la predilezione per gli abiti sbracciati: Jackie Kennedy, esempio indiscusso di stile ed eleganza.

La foto ufficiale oggetto delle polemiche è stata scattata da Joyce N. Boghosian nella Blue Room della Casa Bianca. Michelle appare composta, ma elastica, con una punta di sensualità. La mano appoggiata sul tavolo richiama l’attenzione sul mazzo di fiori bianchi. Dietro si intravede il prezioso arredo stile impero e un ritratto di Thomas Jefferson. Il sorriso smagliante e le braccia nude conferiscono all’immagine una leggerezza che mancava al ritratto del marito.

Del resto la moglie del presidente ama osare e se ne infischia delle critiche (e forse è proprio questo il motivo per cui è tanto apprezzata). Tramite Desirée Rogers, la social secretary della Casa Bianca, ha fatto sapere che le scelte degli abiti sono una questione che riguarda esclusivamente lei. Sembra, infatti, che decida da sola quali abiti indossare e anche quando si avvale dei consigli di uno stylist, lo faccia solo se quest’ultimo/a è di ampie vedute e dimentica i nomi più noti in favore di griffe di nicchia o emergenti. È quanto avvenuto in occasione delle cerimonie per l’inaugurazione del mandato del marito, quando lady Obama ha optato per Isabel Toledo e Jason Wu. Certo, per la notte della vittoria, il 4 novembre scorso, indossava Narciso Rodriguez, ma in campagna elettorale non si vergognò certo di indossare un abito di H&M (vedi foto in basso a destra). Non è la griffe che fa lo stile, ma il modo di abbinare i capi.

L’apprezzamento nei confronti di Michelle Obama da parte del mondo del fashion è altissimo, a partire dalla famigerata Anna Wintour, che l’ha scelta come seconda first lady (la prima fu Hillary Clinton) per la copertina di Vogue America. Ancora una volta in tubino sbracciato, ma questa volta color fucsia e con il titolo: “La first lady che il mondo aspettava”.

 

La moglie di Barack Obama posa a braccia nude per la foto ufficiale e divide gli americani. Ma gli esperti di moda la promuovono. Il punto di forza? Il gusto per abbinamenti e colori accesi.

È arrivato il ritratto ufficiale della first lady d’America (foto in alto a sinistra), ed è subito polemica. Mentre la maggioranza degli americani sembra, infatti, apprezzare lo stile fresco e moderno della signora Obama, uno statunitense su dieci ritiene che l’abito scelto da Michelle per lo scatto sia troppo informale. Motivo del contendere? Le braccia scoperte, anche se bellissime: liscie, toniche, non troppo muscolose, grazie alle tre sedute a settimana, di 90 minuti ciascuna, in palestra.

Per quanto mi riguarda, trovo che il tubino blu scuro di Michael Kors, illuminato da due giri di perle, sia elegante e raffinato e conferisca a Mrs. Obama un aspetto meno convenzionale rispetto a quello della foto ufficiale del marito. Del resto la neo first lady ha una precedente illustre per quanto riguarda la predilezione per gli abiti sbracciati: Jackie Kennedy, esempio indiscusso di stile ed eleganza.

La foto ufficiale oggetto delle polemiche è stata scattata da Joyce N. Boghosian nella Blue Room della Casa Bianca. Michelle appare composta, ma elastica, con una punta di sensualità. La mano appoggiata sul tavolo richiama l’attenzione sul mazzo di fiori bianchi. Dietro si intravede il prezioso arredo stile impero e un ritratto di Thomas Jefferson. Il sorriso smagliante e le braccia nude conferiscono all’immagine una leggerezza che mancava al ritratto del marito.

Del resto la moglie del presidente ama osare e se ne infischia delle critiche (e forse è proprio questo il motivo per cui è tanto apprezzata). Tramite Desirée Rogers, la social secretary della Casa Bianca, ha fatto sapere che le scelte degli abiti sono una questione che riguarda esclusivamente lei. Sembra, infatti, che decida da sola quali abiti indossare e anche quando si avvale dei consigli di uno stylist, lo faccia solo se quest’ultimo/a è di ampie vedute e dimentica i nomi più noti in favore di griffe di nicchia o emergenti. È quanto avvenuto in occasione delle cerimonie per l’inaugurazione del mandato del marito, quando lady Obama ha optato per Isabel Toledo e Jason Wu. Certo, per la notte della vittoria, il 4 novembre scorso, indossava Narciso Rodriguez, ma in campagna elettorale non si vergognò certo di indossare un abito di H&M (vedi foto in basso a destra). Non è la griffe che fa lo stile, ma il modo di abbinare i capi.

L’apprezzamento nei confronti di Michelle Obama da parte del mondo del fashion è altissimo, a partire dalla famigerata Anna Wintour, che l’ha scelta come seconda first lady (la prima fu Hillary Clinton) per la copertina di Vogue America. Ancora una volta in tubino sbracciato, ma questa volta color fucsia e con il titolo: “La first lady che il mondo aspettava”.

 

La Cina rappresenta un mercato dal potenziale illimitato per il fashion system internazionale. Sono sempre più numerosi i marchi che approdano nelle principali città cinesi.

La Cina è da diversi anni il target primario dei marchi di moda. Attualmente, a causa del clima negativo dell’economia mondiale, i giganti del fashion system si stanno dando da fare per consolidare la loro presenza in quest’area facendo leva su questo mercato altamente remunerativo che può contribuire alla crescita dei loro fatturati.
La strategia di Emilio Pucci ne è un esempio: negli ultimi anni il famoso marchio italiano è sbarcato a Hong Kong e a Shanghai ma è solo l’inizio. Didier Drouet, amministratore delegato di Emilio Pucci, ha già annunciato un accordo in joint venture che porterà all’apertura di altri 10 punti vendita nei prossimi cinque anni.
“Oggi la Cina – ha dichiarato Drouet – rappresenta un mercato chiave, ma siamo convinti che nel futuro prossimo lo sarà anche di più”.
Ermenegildo Zegna è un altro brand che ha da tempo riconosciuto il potenziale della Cina. Facendo affidamento su una lungimiranza iniziale, il gruppo ha aperto il suo primo negozio a Pechino nel 1991. Attualmente, ne possiede oltre 50 in tutta la Cina e ne ha in programma altri 20.
Anche Cristiana Ruella, amministratore delegato di Dolce & Gabbana che a Pechino ha appena inaugurato uno store su due piani, ammette che la Cina è un mercato fantastico, a crescita rapida e con un potenziale enorme considerando che gli acquirenti sono molto ricettivi a tutta la moda italiana. Inoltre, grazie al recente sviluppo delle infrastrutture nel Paese, le griffe possono far sentire la loro presenza molto più facilmente.
Non fa eccezione la medusa: per fronteggiare l’atteso ribasso del mercato dei beni di lusso, Versace ha già escogitato alcuni progetti ben strutturati e la Cina giocherà un ruolo molto importante.
In una recente visita a Pechino l’amministratore delegato Giancarlo Di Risio ha confermato che il marchio non è stato colpito dalla crisi finanziaria mondiale. Tuttavia, nel tentativo di aiutarlo a restare illeso in un ambiente commerciale incerto, ha rivelato una serie di ambiziosi progetti di espansione nella zona che, con i suoi 15 negozi, sta producendo un profitto, escludendo il Giappone, di un terzo delle vendite della maison in Asia e il cui mercato potrebbe controbilanciare il declino nei Paesi sviluppati.
Nel 2009 Versace investirà 45 milioni di euro per aprire 11 punti vendita nel mondo. Tra questi, 5 saranno nella Cina continentale e un flagship store a Pechino. Gli interni saranno caratterizzati da pavimenti in marmo nero, muri in vernice bianca, soffitti di smalto bianco e tende con gocce di cristalli brillanti. Gli accessori diventeranno il punto focale accanto agli abiti ricercati. Considerando che coloro che spendono maggiormente in beni di lusso sono i giovani, l’abbigliamento potrebbe essere troppo costoso mentre calzature, borse, orologi e gioielli saranno molto più accessibili.
Oltre ad espandere la sua presenza sul mercato cinese, Versace è sempre interessato ad introdurre elementi cinesi nel proprio design. In occasione della prima sfilata di moda che si è tenuta a Pechino il 13 novembre sono state, infatti, presentate pitture, disegni ad acquerello e ad inchiostro insieme ai modelli di abiti tradizionali.
Sarà adottata, inoltre, anche la vincente strategia di cooperazione intersettoriale che porterà alla costruzione, entro tre anni, di un residence a 6 stelle super in una città costiera per far provare e apprezzare lo stile di vita di Versace.
Ma quello che rende la Cina un mercato irresistibile per le aziende italiane è l’intenso desiderio che i consumatori cinesi hanno dei prodotti Made in Italy: ne consegue che anche le società meno note hanno la possibilità di svilupparsi enormemente. Corneliani, ad esempio, casa produttrice di abbigliamento a Mantova, ha aperto tre anni fa la sua prima boutique a Hangzhou e ha in programma un nuovo flagship store a Pechino nella primavera 2009, oltre ad altri negozi in tutta la regione nei prossimi cinque anni. Kiton, d’altra parte, ha inaugurato a Pechino il suo terzo monomarca dopo quello aperto presso Beijing China World Hotel e quello di Chendu Maison Mode Department Store. Ubicato al piano terra del prestigioso Park Life Mall nell’esclusivo quartiere di Beijing Yintai Centre, misura 140 metri quadrati e ospita le collezioni uomo e donna della famosa griffe di sartoria napoletana.
Sempre a Pechino è arrivato col suo primo concept store anche Paul & Shark, il famoso marchio italiano di moda che offre qualità e stile per il tempo libero, portando così a 50 il numero dei suoi shop in Cina. Situato all’interno del grande magazzino Maison Mode Department Store, uno dei più frequentati della città, occupa una superficie di 332 metri quadrati e presenta tutte le linee della label.
Il design segue le orme del primo concept store di Paul & Shark in Italia includendo una zona galleria in cui sono esposti i capi. L’arredamento degli interni in legno crea un ambiente caldo e ospitale, con vari strati di cassetti che suggeriscono un’atmosfera quasi domestica. Il negozio offre un servizio alla clientela molto attento oltre ad una stanza dedicata al servizio di sartoria su misura.
La stessa città è stata scelta da Carlo Pignatelli per avviare il suo primo monomarca in Estremo Oriente. Nato sulla base di un accordo siglato con la società China Kind International, lo store, il 16esimo della griffe nel mondo, si trova al secondo piano del Jinbao Place, tempio del lusso che ospita su sette livelli importanti firme internazionali. Concepito in due distinte aree, una dedicata alle proposte cerimonia, l’altra riservata alla linea Outside e agli accessori, presenta i toni caldi del rovere e dell’alluminio bronzato e le trasparenze di cristalli e superfici a specchio.
Anche il brand bolognese Furla, che produce accessori in pelle e calzature, sta traendo vantaggio da questa tendenza. Secondo l’amministratore delegato Paolo Fontanelli questa situazione crea impareggiabili opportunità per i marchi di lusso che hanno la possibilità di stabilire una solida presenza nel Paese.
In quest’ottica, ha, infatti, recentemente debuttato con il flagship store di Shanghai all’interno di Times Square, uno dei centri commerciali più attivi ed eleganti della città, il primo, dopo quello di Milano ad adottare un nuovo design d’interni, che coniuga materiali moderni e linee classiche, in un ambiente confortevole e spazioso, dove il visitatore è accolto da una serie di superfici espositive che si intersecano come un nastro, creando l’effetto di un’onda. In vendita, borse, articoli in pelle, gioielli e orologi. Uno spazio speciale è dedicato alla collezione “Giovanna Furlanetto for Furla” disegnata per le clienti più esigenti.

Il potere d’acquisto in continua crescita e il desiderio di prodotti di fascia alta tocca anche le città secondarie che hanno iniziato ad attirare l’attenzione di case delle moda più importanti a livello internazionale, come evidenziato nel caso di Louis Vuitton che ha ampliato la propria presenza in queste città fortemente promettenti, soprattutto in quelle ancora inesplorate.
Estremamente ottimista nei confronti di questo mercato, Louis Vuitton ha aperto di recente a Urumqi, capitale della regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Cina nord occidentale e a Dalian, la seconda città per estensione della provincia di Liaoning nella Cina nord orientale. In particolare, questo flagship, che si estende su una superficie di 1140 metri quadrati, è diventato il punto focale di Dalian grazie anche a una cerimonia di inaugurazione caratterizzata da decorazioni sfavillanti.
Guardando al futuro, in programma nel 2009 c’è una boutique nel centro commerciale Mykal di Harbin, nella Cina nord orientale. Entro il 2010 Louis Vuitton presenterà un altro image store di 500 metri quadrati all’interno del centro commerciale Dream Island a Nanning, capitale della regione autonoma dello Guangxi, nella Cina meridionale.
Malgrado questi centri siano meno conosciuti all’estero c’è da attendersi un notevole contributo alle vendite nel lungo periodo. Per conquistare questo obiettivo, però, i marchi internazionali dovranno portare i consumatori ad apprezzare il brand e a trasformarli in clienti fedeli.
E poichè queste realtà meno famose sono state già indicate come portatrici di nuovi profitti per le maison di alta gamma, soprattutto, nell’attuale clima di crisi finanziaria mondiale, con ritorni positivi in 3 o 4 anni, anche Giorgio Armani, Salvatore Ferragamo e Prada prevedono nuovi punti vendita a Nanning.
Salvatore Ferragamo, nel frattempo, ha esteso le sue operazioni in Cina aprendo il suo primo negozio a Guangzhou, all’interno di La Perle, un elegante centro commerciale della città: 186 metri quadrati arredati per creare un ambiente sofisticato, elegante e intimo che offrono tutte le collezioni del marchio.
La nota orologeria svizzera Audermars Piguet, infine, ha lanciato il suo primo store a Macao, presso la galleria Shoppes del Four Seasons Hotel, posando così la prima pietra della sua espansione in Cina. Nei 112 metri quadrati di superficie, traduce con eleganza il valore e la filosofia del marchio. Una parte è dedicata alla linea di gioielli di Audemars Piguet. Un’altra zona è riservata, invece, ai clienti VIP, che in tutta privacy possono ammirare i meravigliosi capolavori.
Wolfgang Sickenberg, amministratore delegato di Audemars Piguet (HK) Limited, sottolinea che Macao è una delle città cinesi dallo sviluppo più rapido e che questa apertura è un ottimo modo di irrobustire la reputazione del marchio e comunicarne i valori e la tradizione, la qualità e l’innovazione. Sickenberg si dice fiducioso che, in un contesto economico così dinamico, le creazioni Audemars Piguet verranno apprezzate dai consumatori cinesi, oltre che dai collezionisti di orologi.
 

In diminuzione gli acquisti stranieri nel nostro Paese soprattutto da parte di statunitensi e giapponesi. Riconfermata, invece, via Montenapoleone come meta dello shopping internazionale del lusso.

Un 2008 diviso in due per quanto riguarda la performance del Tax Free Shopping, la spesa dei turisti extra Unione Europea in Italia che vale 1,3 miliardi di euro.
Come informa Global Refund, nel primo semestre si è registrato un aumento degli acquisti del 5%, mentre nel secondo si è imposto un deciso trend negativo che ha portato a chiudere l’anno con una flessione del 2%.

Il primato spetta ancora ai russi (+33% del totale, +23% rispetto al 2007), nonostante la diminuzione di novembre e dicembre. In aumento rispetto al 2007 lo shopping di cinesi (+13%), brasiliani (+18%), arabi (+3%) e, soprattutto, ucraini (+26%). Gli scontrini medi più elevati appartengono, tra l’altro, a queste ultime due nazionalità e ammontano, rispettivamente, a 1.411 e 1.237 euro. Forte invece la contrazione degli acquisti di statunitensi (-39%) e giapponesi (-19%). A livello geografico, la Lombardia, guidata da Milano, si conferma leader del mercato costituendo da sola il 42% del business di questo comparto: il volume degli acquisti è cresciuto del 2% rispetto al 2007 con uno scontrino medio di 887 euro. La strada preferita dagli stranieri resta, incontrastata, via Montenapoleone che rappresenta il 10% del totale, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente.