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La moda è teatro? In uno spettacolo può accadere qualunque cosa, soprattutto, quando, in un tempo e luogo indefiniti, ci si abbandona alla possibilità della contaminazione. Ed è proprio quello che accade per la primavera-estate 2019 di Gucci. Dopo l’evento milanese con il coreografo Michael Clark, il racconto di Alessandro Michele, questa volta (si dice l’unica), arriva a Parigi nell’iconico Théâtre Le Palace, istituzione che (con)vive ancora con l’ombra notturna e polverosa degli eccessi di un passato (sub)culturale. Niente di più allineato all’estetica apocalittica proposta dallo stilista già a partire dalla sua prima prova nel 2015, ma anche a quella recente della trilogia francese iniziata con la campagna pre-fall 2018 dedicata al 1968 e proseguita con la resort 2019 nella necropoli di Arles. Libertà di esprimersi, quindi, anche nello sradicare la cronologia della narrazione: si inizia con il finale, con un frammento di Lady Macbeth di Leo de Berardinis e Perla Peragallo, esponenti trasgressivi del teatro di ricerca italiano, per arrivare all’esibizione di Jane Birkin che canta Baby Alone in Babylone, scritta da Serge Gainsbourg. Mentre, secondo un’alternanza psichedelica, entrando dal foyer, incrociandosi a metà platea per fermarsi sul palcoscenico a completare il quadro finale, i modelli e le modelle indossano, per fare qualche esempio, abiti di lurex, di piume o con stampa animalier insieme a borse a forma di Topolino che fanno parte di una collaborazione con Disney, gioielli di bachelite e sandali con la zeppa, completi sartoriali di broccato, in classico check o monogrammato come le sneakers sopra top dallo scollo profondo insieme a occhiali giganti e conchiglie protettive sopra i pantaloni, magliette con Dolly Parton su gonne plissettate insieme a cappelli a larghe falde, manette, catene e cascate di cristalli, camicie con il fiocco o con un’overdose di ruche dalle maniche maxi sotto giubbini di velluto e pantaloni di pelle insieme a zaini da montagna a fiori. Con un gioco delle contraddizioni, tra ’70 e ’80, Michele ha cercato di dare un significato al caos stravolgendo, da una parte, il vestire borghese e, dall’altra, rileggendolo in un modo più unitario e meno barocco del solito. Disordinando l’ordine e ordinando il disordine ha creato un’umanità che trova rifugio nell’alternativa. Lo confermano i dati che registrano nel primo trimestre dell’anno una crescita del 49% e nel secondo del 40%. Rinascimento o funerale di un’epoca? Solo una dimostrazione che la moda può essere ancora decisamente influente.

 

Gli abiti raccontano la personalità di chi l’indossa? Se “The story comes from inside the body”, la frase di Sharon Eyal, scritta sulla struttura costruita all’interno del Hippodrome de Longchamp che ospita la sfilata di Christian Dior, è stata una delle ispirazioni della primavera-estate 2019 disegnata da Maria Grazia Chiuri, si potrebbe pensare che sia vero. È superfluo affermare che nella danza il linguaggio del corpo sia espressione delle emozioni dell’animo: adesso, la stilista prova a sviluppare lo stesso concetto anche nella moda. Accosta, allora, il racconto coreografico della compagnia L-E-V fondata dalla coreografa nata a Gerusalemme con il suo collaboratore di sempre Gai Behar a quello degli abiti della maison di avenue Montaigne e fa dialogare i due mondi attraverso la libertà del movimento. Un aspetto caro anche a Monsieur Dior che, tra l’altro, disegnò i costumi per Tredici ballerine di Roland Petit. Come Isadora Duncan, Martha Graham e Pina Bausch allontanarono il primo dai codici rigidi del balletto classico, Maria Grazia Chiuri sovverte nella seconda quelli del classico. Parte da body, coulotte e calzemaglia di rete, da portare sotto gli abiti insieme all’underwear, per arrivare, in un gioco di stratificazioni, a corsetti che diventano canotte e si sovrappongono ad abiti di tulle florealmente stampato o ricamato animati da drappeggi o pieghe e scarpe da ballerina con il tacco in plexi. Ma non è tutto: lavorazioni couture nei soprabiti e nelle giacche Bar convivono con quelle popolari degli effetti tie-dye dei giubbotti, del pizzo crochet delle gonne, come se fossero varie forme di danza, accomunate dal rigore esecutivo rispecchiato dalla severità dei tailleur pantalone o delle tuniche in cotone con motivi etnici. Senza cadere nella facile tentazione di fare confronti con la variazione sul tema proposta da John Galliano per la haute couture autunno-inverno 2003, degna di nota è, al contrario, la diffusione del format spettacolare dei (fashion) show dove, però, purtroppo, gli abiti non occupano più il centro della scena se sono visibili con difficoltà. La performance, insomma, diventerà l’esperienza con la quale condividere un pensiero trasversale? Sicuramente, la necessità di un cambiamento è diventata sempre più pressante. Al pari di quello al vertice creativo se, come vogliono le indiscrezioni, Maria Grazia Chiuri starebbe per lasciare.

 

Quanto conta differenziarsi? È un interrogativo lecito da porsi in chiusura di quest’edizione di Milano Moda Donna, stilisticamente povera di sorprese significative, nonché alla luce del ritorno alla moda della famiglia Castiglioni con il debutto di Plan C, il progetto che vede Carolina Castiglioni come direttore creativo affiancata dal padre Gianni e dal fratello Giovanni, rispettivamente, nei ruoli di amministratore delegato e direttore operativo. Apparentemente, non si parla di Consuelo, al cui fianco la figlia ha lavorato fino al 2016, rimpiazzata nel marchio fondato nel 1994 e ceduto nel 2013 a OTB da Francesco Risso, lo stilista che, più di ogni altro in questo periodo, riesce a polarizzare le opinioni controverse degli osservatori. Com’è avvenuto anche per la primavera-estate 2019 che per la donna ritorna negli spazi di viale Umbria (l’uomo aveva momentaneamente traslocato nel garage sotto la Torre Velasca) dov’è stato creato un dormitorio, tra letti di ogni forma e dimensione sui quali sono stati sistemati i posti a sedere. Del resto, era la prima sfilata della giornata! In passerella, sotto soprabiti in pelle dipinti a mano, sono presenti top coordinati, abiti scultorei in canvas, asimmetricamente drappeggiati come pepli che richiamano la Grecia antica, o che prendono forma dai bustier per allargarsi su gonne tagliate a vivo in toni neutri interrotti da stampe classiche di statue e colonne o fiori stilizzati. Simboli di una femminilità intellettuale che, se per la fondatrice si rispecchiavano in Rei Kawakubo, per Risso richiamano, maggiormente, Martin Margiela. In comune, hanno la dimensione della decostruzione materiale, da una parte, con l’accostamento, per esempio, di materiali diversi e temporale, dall’altra, cifra stilistica, ormai, affermata nel nuovo corso di Marni che risulta, però, più strutturata nel menswear. Nulla, dopo tutto, consente di abbattere le barriere, fisiche e mentali, come la reminiscenza che, nei ricordi, in modo intimo e personale, destruttura e raccorda, elabora e sviluppa. Se, nella fluidità della memoria, ritrova le borse geometriche, così care all’etichetta, a differenza delle collezioni precedenti, l’idea della confusione che dev’essere alla base del lavoro artistico lascia un po’ spiazzati: per differenziarsi bisogna essere pronti a rompere le regole, ma si deve esserlo altrettanto nel ricostruire il classico. Il punto di partenza del nuovo divertimento.

 

Quanto è fondamentale rispettare il dna di un marchio? Se, generalmente, si è puntato su un ritorno alla normalità, Versace non sarebbe più riconoscibile senza il suo massimalismo. Così, Donatella Versace, che ha costruito il suo rilancio su collezioni fortemente identitarie, per la primavera-estate 2019 immagina una donna che non può dimenticare il potere della seduzione anche se, questa volta, decide di contaminarla di romanticismo. Alle giacche quadrettate, strutturate per esaltare il punto vita, coordinate ai pantaloni a sigaretta o ai cortissimi short su t-shirt logate e ai top monospalla su minigonne in pelle monocolore a contrasto vengono accostati abiti sottoveste di seta stampata con fantasie microfloreali resi ancora più leggeri dal tulle trasparente sovrapposto in un gioco di trasparenze doppiate e drappeggi maliziosi o pantaloni scampanati anni ’70 dal tocco hippy su camicie incrociate in vita. Non mancano metal mesh dipinto in colori fluo, giubbotti con stampe barocche per pantaloni risvoltati che mostrano sneakers Chain Reaction che si trasformano in sandali con il logo impresso sul PVC, la borsa Conglobo, ispirata ai bauletti vintage, o la Icon rivisitata in chiave gipsy e accessoriate da mollette, lampadine o spine elettriche dorate come a voler fornire quell’energia che, a tratti, viene si attenua: la mancanza di un tema preciso delega al repertorio dei primi anni ’90 il racconto di proposte che sembrano smarrire la coesione tra loro se non contribuissero a esaltare quella femminilità libera e consapevole che le passerelle sembrano, spesso, voler dimenticare. Rimane un mistero da svelare. Secondo indiscrezioni, la stilista avrebbe convocato per martedì prossimo una riunione con i dipendenti di Milano per un importante annuncio. Si ritornerà a parlare di cessione? Tra i pretendenti per la maison della Medusa, controllata per l’80% dalla famiglia attraverso la società Givi (Santo per il 30%, Donatella per il 20% e la figlia Allegra Beck per il 50%) e per il 20% dal fondo Blackstone, il cui valore si aggirerebbe intorno al miliardo di euro, spiccano Silas Chou, Michael Kors, Tapestry e Apax partners. Sembrano scomparsi, invece, i colossi del lusso francese Kering e LVMH. Quello che è certo, per ora, è che Versace si è assestata nel 2017 su circa 15 milioni di utile netto.

 

Gli abiti sono una rappresentazione della realtà? Più che altro, probabilmente, dovrebbero poter raggiungere un pubblico, auspicabilmente il più ampio possibile, attraverso un linguaggio comprensibile per riuscire a influenzarlo. Questo, però, non significa optare per la semplificazione estrema che comporterebbe solamente la banalizzazione del messaggio. Un po’ come fa l’arte contemporanea in mostra alla Fondazione Prada dove Miuccia Prada ha deciso nuovamente di ambientare la sfilata. In questo caso, nello spazio Deposito, per la primavera-estate 2019, indaga la complessità del presente tra il perbenismo della borghesia e il radicalismo della fantasia. Tensioni che sembrerebbero inconciliabili se si dimenticasse l’attitudine abituale della stilista di sovvertire il classico alla ricerca di nuovi contenuti: in passerella, quindi, bluse in duchesse s’indossano su bermuda in jersey con stampe geometriche anni ’70, come i top con scollature profonde su gonne a portafoglio, abiti sottoveste dalla linea ad A coprono maglioni in shetland con buchi sui gomiti e doppio scollo, presenti anche sulle camicie maschili borchiate, come i guanti, le borse e i maxi cerchietti bon ton, da abbinare a gonne in chiffon trasparente, monocromatico o a pois, che mostrano le coulotte sottostanti o a pieghe tie-dye dai colori psichedelici. Elementi unificanti sono i fiocchi sparsi ovunque, ma mai dove dovrebbero essere, il logo triangolare e le scarpe in vernice dalla tomaia e il tacco ondulato in plexi, archetipo della dicotomia dilagante, nonché le immancabili calze al ginocchio di nylon trasparente. E a proposito di questo materiale, non manca il contributo di tre architetti donna internazionali, Cini Boeri, Elizabeth Diller e Kazuyo Sejima che, all’interno del progetto Prada Invites firmano, rispettivamente, la borsa postina, l’abito porta-abiti mutante e l’utility bag con i manici imbottiti. Proposte certamente indossabili e facilmente vendibili che, d’altra parte, rischiano di sminuirne il significato, la spinta verso il cambiamento che la maison milanese cerca sempre di costruire collezione dopo collezione. Se è facile introdurre, anche dialetticamente, il dissenso, più difficile è calcolare la propagazione della scossa estetica che lo ha generato.

 

Sarà la sensualità a rendere nuovamente la donna protagonista? Il declino dello street style sembra essere definitivamente avviato. Anche per Alessandro Dell’Acqua che per la primavera-estate 2019 di N°21 rivendica la necessità di tornare all’originalità, l’unico modo per riportare gli abiti al centro dell’attenzione. E lo fa utilizzando, senza soluzione di continuità, tessuti haute couture per costruire capi dalle linee sportive o tessuti sportivi per costruire capi dalle linee haute couture, in un’alternanza di colore che, monocromaticamente, spazia dal nero al rosa passando per il nude, il colore prediletto dello stilista napoletano. L’essenzialità dei volumi si allea con la sperimentazione tecnica quando un giaccone maschile tagliato sulle spalle viene realizzato in multiprene, materiale impiegato per confezionare le coppe dei reggiseni, e si accompagna a una gonna a tubo con lo spacco laterale in eco struzzo lucidato o viceversa da portare su bluse in chiffon vetrificato e scarpe in plexi. Ma non solo: piume di struzzo definiscono lo scheletro di soprabiti e sopragonne in jersey da sovrapporre a top scarnificati e triangoli di paillette s’intrecciano su abiti sottoveste. Non mancano gli accessori che, questa stagione, risultano perfettamente coerenti con le proposte in passerella: Angela è la nuova borsa realizzata anch’essa in multiprene con tre catenelle diverse in ottone mentre lo zainetto è in piume di struzzo. Una femminilità sussurrata, ma consapevole, al pari di Dell’Acqua che, con questa collezione matura, dimostra come il valore aggiunto di un marchio, in un mercato in perenne e sempre più veloce cambiamento, sia quello di rimanere se stessi. Un imperativo che qualunque donna moderna, che voglia affermarsi, conosce molto bene.

 

La moda ha bisogno di normalità? Se è una domanda che gli osservatori attenti si sono già posti durante la fashion week di Londra, adesso, è tornata prepotentemente anche al termine della sfilata di Jil Sander per la primavera-estate 2019 disegnata, per la terza volta, da Lucie e Luke Meier. Inedita la location scelta dal duo stilistico (non saranno i soli in queste giornate milanesi!) che hanno puntato sugli spazi industriali della ex fabbrica di panettoni Cova, già utilizzati per gli eventi dell’ultimo Salone del Mobile, ma non ancora per le passerelle, situati nella periferia nord di Milano, recentemente ribattezzata Nolo (North of Loreto). Sperimentazione che, in un gioco di contrasti, bilancia l’inclinazione conservatrice che sta contagiando il fashion system dopo quella reazionaria dello street style secondo il quale, ultimamente, sembrava essere messa al bando qualunque forma di eleganza. Quanto, però, questa lotta contro l’entropia contemporanea non condurrà verso una nuova forma di omologazione? Per ora, non è dato saperlo anche se, in un momento in cui anche l’interesse del consumatore sembra anestetizzato, la necessità di trovare un nuovo equilibrio è diventata sempre più pressante. In questo caso, i Meier riprendono le variazioni dell’uniforme, perfettamente amalgamate con il menswear , presentato lo scorso giugno (pare che abbiano abbandonato la formula co-ed), lavorando sui capisaldi del brand tedesco fondato nel 1973: la camicia sportiva maschile, allora, si trasforma in abito o ne costruisce parte di esso, nei colli alla coreana o i maxi polsini, mentre quelli in maglia osano uscire dalla monocromaticità delle tuniche coordinate ai pantaloni o alla gonna a pieghe che s’indossano su infradito dalle zeppe altissime e con borse rigorose di tutte le forme e grandezze. Una divisa urbana, che sembra una corazza difensiva, nonostante la concessione al rigore militare di una libertà sportiva riecheggiata negli anorak tecnici. Un neoconformismo che, paradossalmente, regala alle proposte la possibilità di essere diluite, a seconda delle esigenze, nel guardaroba personale. Rimane una perplessità, quella legata al fatto che in un mondo caratterizzato da un dualismo generale in qualunque visione, ormai, l’imperativo è quello di fornire un punto di vista forte. Quello che all’etichetta, purtroppo, ancora manca.

 

Why did they kill Bambi? La #newera di Riccardo Tisci da Burberry è racchiusa in quest’interrogativo. Sarà un richiamo alla canzone dei Sex Pistols, il gruppo icona del punk rock britannico? O un messaggio che sottolinea, com’è stato annunciato dal British Fashion Council, che la London Fashion Week è stata totalmente no fur? O un ricordo del suo periodo da Givenchy? Del resto, chi non ricorda la felpa in neoprene dell’autunno-inverno 2013-2014? Tre linee guida che hanno caratterizzato la primavera-estate 2019, intitolata Kingdom, che si è snodata sulla labirintica passerella costruita in un ex centro postale del sud della capitale britannica. Se, altre volte, con Christopher Bailey, si era passati dal buio alla luce attraverso l’apertura del tetto, in questo caso, considerando l’attesa resa ancora più alta grazie a teaser studiati per i social media che hanno svelato il nuovo logo semplificato, ma anche il monogramma TB (Thomas Burberry, il fondatore), apparso su monomarca, edifici, taxi, bus e sottoforma di orsacchiotto di plastica, l’effetto è sembrato ancora più evocativo. Una sfilata suddivisa in tre parti, refined, relaxed e eveningwear, durante le quali, a eccezione dell’ultima, si sono alternati organicamente womenswear e menswear in un distillato della poliedrica cultura inglese, legata indissolubilmente anche ai codici di Burberry. Nella prima, l’anima sartoriale si ritrova tra trench ravvivati da inserti o da perle e piume, bluse fantasia infiocchettate su gonne al ginocchio, zippate o a pieghe, nonché completi arricchiti da foulard per lei, completi impeccabili, camicie con coordinati fermacravatte incorporati e ombrelli legati a catene da portare a tracolla per lui. La seconda torna allo street style per cui è famoso lo stilista italiano, riletto però in chiave più sofisticata, con pizzi su abiti sottoveste e frange su tute aderenti da portare con calzini alla caviglia e décolleté tricolori per lei, polo chiuse da bottoni automatici, pantaloncini da basket dalla stampa animalier e chunky sneakers per lui. A chiudere, una serie di abiti da sera in jersey neri illuminati solo da qualche bagliore metallico per le occasioni dressed up. Sarà la tradizionale collezione di debutto con un doveroso omaggio al passato in cui, però, poter trovare in fieri gli elementi che caratterizzeranno il futuro stilistico dell’etichetta? Per ora, nessuna rivoluzione. Solo proposte trasversali e moderne che riscuoteranno un grande successo commerciale, iniziato già con la vendita per 24 ore su Instagram, WeChat e nello store, completamente rivisitato, al 121 di Regent street.

 

La moda è un’elaborazione del tempo? La Mitologia greca, il Rinascimento italiano, i fasti di Versailles, la fotografia di Deborah Turbeville, la Medea di Pier Paolo Pasolini e gli anni Sessanta. Cosa lega tutto ciò? La sfilata haute couture per l’autunno-inverno 2018-2019 di Valentino. Non c’è un tema o un’ispirazione, come ammette Pierpaolo Piccioli, ma una rilettura coerente della bellezza tra creatività e sogno. Torna in primo piano, all’interno dei saloni del Hôtel Salomon de Rothschild, la straordinaria abilità delle sarte di piazza Mignanelli, a cui è stato chiesto di dare un nome all’abito che hanno contribuito a realizzare. Ricordi ed emozioni che partono da “Sogno ad alta voce”, una cappa con gl’intarsi di Leda e il cigno da una parte e di Narciso allo specchio dall’altra sdrammatizzata da una tuta turchese, per terminare con “Crisalide”, un fourreau di taffeta e velluto plissé arancio, completati, rispettivamente, da una maxi cotonatura pensata da Guido Palau e da un copricapo floreale coordinato. Non viene dimenticato il rosso carminio, emblematico della maison romana, che fa la sua apparizione, nell’abito bustier “Per passione” per il quale sono stati utilizzati 38 metri di seta. Ma degno di nota, per citare un ulteriore esempio, è anche “Orchidea” dove una giacca di lamé dorato copre una blusa di chiffon rosa arricchita da volant sulle maniche e bermuda verdi che richiamano l’abbigliamento maschile del Settecento. Se tutti, durante le giornate dedicate alla couture parigina, si sono interrogati sul suo significato nella contemporaneità e, ognuno a proprio modo, ha cercato una risposta attraverso le creazioni in passerella, lo stilista, in linea con la collezione precedente, ha ribadito la necessità di alleggerirla anche concettualmente per renderla portabile e desiderabile, di partire dalle sue regole, ma anche di trasgredirle in libertà, di poter separare le proposte alla ricerca di un ideale spirituale che, in modo diverso, appartiene a chi sceglie (o ha la possibilità!) d’indossarle. Perché se “i vestiti sono portatori di memoria” non bisogna mai arrendersi alla scoperta. Sempre con coraggio.

 

Esiste ancora l’autenticità nella moda? Se il prêt-à-porter deve, anche per esigenze di allineamento al mercato, interrogarsi sul presente, la haute couture, libera da queste dinamiche, può dedicarsi alla sperimentazione. Soprattutto, nel caso della collezione Artisanal di Maison Margiela che, a differenza delle altre, non è destinata alla vendita. “Il profumo” della creatività, come fa sapere John Galliano, attraverso un podcast, descrivendo l’autunno-inverno 2018-2019, da cui deriveranno, poi, tutte le versioni più diluite. Sono passati un po’ di anni da quando, nella primavera-estate 2006, Martin Margiela entrò, come membro corrispondente, con la cosiddetta Linea 0, nel calendario parigino e, adesso, con due mostre nella capitale francese, “Margiela 1989-2009” al Palais Galliera e “Margiela, Les Années Hermès” al Musée des Arts Décoratifs, il confronto con la passerella diventa quasi obbligato. C’è tutto l’universo del rivoluzionario stilista belga, ancora ampiamente citato, riletto, però, attraverso l’immaginario flamboyant di quello di Gibilterra che disegna un mondo a parte, quello nomade (il pensiero corre veloce alla controversa collezione Clochard per la primavera-estate 2002 di Christian Dior!) delle nuove generazioni digitali. Vagabondi in viaggio sulla rete che indossano piumini dalle imbottiture a vista ingigantiti e portati al contrario, cappotti che sono coperte arrotolate sul corpo, abiti decostruiti fino a perdere l’identità e tramutarsi in memorie di se stessi, gonne che diventano top e scarpe, le immancabili “Tabi”, protette da una calza. Come le piume o i frammenti di completi maschili che integrano le parti mancanti di capi femminili, a cui sono sovrapposti due strati di tulle di nylon, quasi a voler separare le proposte da un mondo sempre più pericoloso e incapace di abbandonarsi alla fantasia. Del resto, se l’ossessione per il nuovo è determinato proprio dalle immagini ingannevoli che invadono insistentemente gli smartphone, attaccati in questo caso alle caviglie, d’altra parte, contribuiscono contemporaneamente a fagocitarlo rendendo, con un gioco perverso, istantaneamente vecchia qualunque cosa sia facilmente fruibile. Una realtà tenuta insieme precariamente da cinture fermate dal velcro che delineano un glamour fatto di materiali snaturati e volumi inediti. Ma è l’unica possibile: perché se la contemporaneità è sempre più spersonalizzante, niente è più caratterizzante delle emozioni.