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L’escapismo è la nuova moda? E qual è l’obiettivo da raggiungere? Ci sono viaggi reali che hanno mete precise o immaginari che, proprio perché mentali, sono liberi da qualunque frontiera se non quelle della fantasia. Entrambi, comunque, stimolano il desiderio di confrontarsi con mondi differenti. Il contatto con la diversità genera un dialogo necessario, quando si possiede la curiosità di comprenderla. Un po’ come accade con il nuovo. I messaggi inclusivi non sono una novità, però, nella visione estetica di Pierpaolo Piccioli per Valentino che, per la primavera-estate 2020, si traducono in souvenir culturali che, in pratica, non sono altro che la sintesi delle esperienze fatte. Interiorizzandole diventano proprie e, conseguentemente, personalizzate. All’interno della Galerie Curbe del Grand Palais sfilano trench, maglioni con il cappuccio e camicie boxy che si allungano come se fossero djellaba, con stampe esotiche di orizzonti lontani create dall’artista Roger Dean, presenti, d’altra parte, sui cappelli per ripararsi dal sole, da abbinare a pantaloni fluidi, talvolta con bande laterali a contrasto, stretti in vita con cinture con il logo d’archivio. Immancabili i jeans sotto i giubbotti coordinati, ma con le cuciture che si allungano diventando frange, le stesse presenti sulla maglieria, nonché le sneakers camouflage con la suola in PVC per resistere a lunghe traversate, ormai, iconiche del marchio romano. Le collane raccontano memorie vacanziere, i portaocchiali diventano strategici se indossati a tracolla mentre gli zaini, portati a mano, sono pieni di sogni. O di utopie? Probabilmente, di tanti altrove, tra sartoriale e streetwear, che non ci sono, ma che possono diventare possibili perché tappe di un percorso che l’urgenza ha reso tali. Significati inediti, o frammenti di essi, scaturiti dall’interlocuzione con l’altro suggeriscono consapevolezze inaspettate, quelle che possono contribuire alla definizione fluida di un uomo che, attraverso il suo guardaroba, scopre aspetti di sé che ancora non conosceva. La ricerca che conduce al cambiamento, dopo tutto, è la priorità di qualunque viaggio.

 

Quali sono i germogli della nuova creatività? La moda, come si è visto durante questo fashion week-end milanese, si è accorta che non può rimanere indietro nella salvaguardia del pianeta. Lo stesso vale per Fendi che fa sfilare la primavera-estate 2020 nel giardino di Villa Reale. Secondo Silvia Venturini Fendi, infatti, è giunto il momento di uscire dal virtuale e di tornare al naturale per sostituire l’immateriale con il concreto e la tecnologia con l’artigianalità. Guest artist di stagione, il sesto (e il secondo italiano dopo Nico Vascellari), è il regista Luca Guadagnino che aveva già collaborato con il marchio di proprietà di LVMH nel 2005 per il cortometraggio The First Sun che presentava la collezione maschile del 2006. Per l’occasione, nelle pause di lavorazione di Suspiria, ha disegnato sul suo iPad dei motivi a rete e a griglia somiglianti agli intrecci dei gazebo che, attraverso il savoir-faire della maison romana, sono stati riprodotti su giacconi, maglieria e shopping bag in pelle. Ma sue sono anche le stampe Botanics for Fendi presenti sui completi in seta lucida, sulle camicie in organza talmente lunghe da sembrare djellaba, sui bermuda stretti da coulisse e sul piping dei pantaloni sui quali l’orlo è lasciato aperto verso il fondo per scoprire le scarpe da giardiniere realizzate con la giapponese Moonstar quando non comodi sandali. Lo spirito outdoor della collezione è ribadito con gli overall, talvolta in jeans, accessoriati con multitasche utility staccabili dall’animo workwear, i cestini e gli annaffiatoi con le righe Pequin che si alternano a desiderabilissime Peekaboo e Baguette in versione maschile, in pellami esotici, rafia intrecciata o nel classico cuoio Selleria, i guanti logati e i cappelli da apicoltore. Se, da una parte, il giardinaggio, ormai, è diventato una passione bucolica per pochi, probabilmente, da riscoprire come suggerisce la stilista, dall’altra, sembra confrontarsi con un necessario ritorno all’esclusività, prerogativa troppo spesso dimenticata ultimamente. Sarà, senza inutili nostalgie, un modo per rinverdire i valori perduti di un tempo? Certamente, l’abbigliamento che dialoga anche con le nuove generazioni, può essere d’aiuto in una missione importante come questa.

 

Maschile o femminile? Forte o romantico? Sessuale o sensuale? Se, da sempre, per Donatella Versace il menswear della Medusa non può che oscillare tra questi parametri opposti, per la primavera-estate 2020 di Versace, in linea con le ultime collezioni, richiama ancora una volta i codici della maison unendoli a quella spregiudicatezza che dovrebbe contribuire a definire un concetto di mascolinità più libero e consapevole. La sfilata, dedicata a Keith Flint, il cantante di The Prodigy e amico della stilista, scomparso a 49 anni lo scorso marzo, suggerisce decisamente di osare: si pensi all’auto da corsa, presente al centro della passerella in plexiglass rosa come gli oleandri del giardino della sede storica di via Gesù, che l’artista-designer Andy Dixon ha ingentilito con rose e orchidee. Il simbolo della maturità per eccellenza, l’ambizione suprema di qualunque ragazzo che compia diciotto anni, si accoppia con completi di tessuti diversi combinati come se volessero evidenziare la loro doppia anima, per esempio, metà monocromatica e metà in principe di Galles, con t-shirt tie-dye logate da indossare su jeans e pantaloni di morbida pelle o di jersey modellati sul corpo, con spolverini e blouson che accostano l’animalier al vinile e sono stretti in vita da cinture sulle quali è riprodotta la scocca di automobili, presenti, invece, interamente sulle camicie di seta. Stampe realizzate da Dixon, che ha già collaborato con Versace per l’ultimo Salone del Mobile, insieme a quella basata sulla reinterpretazione del dio romano Bacco. La passione per l’antichità di Gianni Versace, d’altra parte, spunta nelle riproduzioni delle anfore su dolcevita che s’illuminano di lurex, la forza del passato è rafforzata attraverso gli scatti vintage di campagne pubblicitarie di profumi e la firma estesa del fondatore che torna sulle cravatte. Tutta questa energia sarà sufficiente a cambiare le abitudini dell’uomo in fatto di abbigliamento? Sicuramente, è necessario molto coraggio per riuscire a giocare con la propria immagine come Flint, la cui trasgressione si manifestava già nella sua inconfondibile acconciatura, anch’essa riproposta. Dopo l’empowerment femminile, ribadito con il womenwear presente in 15 uscite, sarebbe giusto immaginarne uno maschile per un uomo che, quando non riesce a confrontarsi ad armi pari con il conformismo, ne esce inevitabilmente indebolito.

 

Realtà o fantasia? Se, nella saturazione attuale di proposte, è diventato sempre più difficile immaginare qualcosa che possa risultare, al momento stesso, attraente e vendibile, Francesco Risso per la primavera-estate 2020 di Marni si spinge ancora più in là. Nello spazio di viale Umbria, allestito con un tetto di bottiglie di plastica trattenute da una rete a simboleggiare un’invasione di spazzatura che, recuperata da mari e boschi e artisticamente modificata da Judith Hopf, farà da sfondo alla sfilata donna di settembre, gli ospiti, in piedi, prendono parte “a una cerimonia per celebrare l’unione tra due anime: quella di Truman Capote e quella di Ernesto Che Guevara”. Impossibile? Se la contemporaneità è costituita da opposti destinati a lottare dicotomicamente, l’unica strada rimasta da percorrere è quella della sintesi. La quale non può che seguire un processo di trasformazione. Allora, rigore e ribellione, ordine e disordine, cifre stilistiche del designer, pervadono una collezione che assembla tessuti apparentemente inconciliabili tra loro, talvolta sullo stesso capo, monocromatici, finestrati o, addirittura, mimetici. Completi formali composti da giacche a due o tre bottoni e pantaloni movimentati dalla presenza di tasconi o field jacket militari s’indossano con polo a disegno jacquard e camicie, con il collo rialzato, sporcate per sembrare camouflage o stampate ancora con bottiglie. Il messaggio di sostenibilità, presente, ormai, su tutte le passerelle perché è diventato un imperativo per un pianeta bisognoso di una crescente salvaguardia, è rappresentato, in questo caso, anche dai cappelli creati con pezzi di recupero da Shalva Nikvashvili che, però, rubano la scena agli abiti i quali, sebbene, da una parte, rafforzino, di stagione in stagione, la visione dello stilista, dall’altra, si allontanano dall’estetica del marchio. Il suo animo concettuale resiste, solamente, per allinearsi alle esigenze del presente attraverso una legittimazione, almeno, sul piano strettamente ideologico. Sarà una strategia efficace? Una delle ultime missioni rimaste alla moda è quella d’incidere su un mondo diventato impermeabile al fatto che “la ribellione è bella e la bellezza è ribelle”. Cosa resta da fare? Illudersi che la speranza riesca, comunque, a brillare e non sia estinta come gli animali delle spille d’argento di Kazuma Nagai.

 

Tailoring o sportswear? Per festeggiare i primi dieci anni di MSGM, Massimo Giorgetti torna a Firenze durante la 96esima edizione di Pitti Immagine Uomo e sceglie il Nelson Mandela Forum, mai usato prima per una passerella. “Never look back, it’s all ahead”, però, lascia immaginare che non ci sarà alcuna retrospettiva dei capi che hanno segnato il successo del brand, fondato nel 2009 e, adesso, partecipato per il 49% da Manifattura Paoloni, per il 32% da Style Capital, il fondo di private equity guidato da Roberta Benaglia e per il 19% dallo stesso stilista. Non dimenticando, naturalmente, la propria identità, l’obiettivo è quello di disegnare, piuttosto, il futuro partendo dal menswear che, attualmente, pesa per il 20% sui ricavi pari a 51 milioni di euro: allineato cromaticamente con le tribune dalle sedute colorate della location dove, generalmente, vengono ospitate manifestazioni sportive e musicali, mondi affini a MSGM, l’immancabile fluo percorre trasversalmente le proposte che spaziano tra giacche mono e doppiopetto e pantaloni dal taglio sartoriale sdrammatizzate attraverso camicie e canotte con stampe a fiori o paisley, che evocano l’acqua di mari vacanzieri o rappresentano volti e corpi maschili dell’artista berlinese Norbert Bisky, giubbotti e bermuda animalier che sembrano slavarsi gradualmente o si sporcano con effetti tie-dye e pantaloni a righe che scoprono l’underwear. Tutto da esplorare il segmento degli accessori che, in questa occasione, punta sulle collaborazioni con Sebago per le calzature e con Fila per marsupi, borse, costumi e per la nuova interpretazione del modello di sneakers Fila Adrenaline. Nonostante l’apparente spensieratezza, la collezione risulta più matura quasi come se volesse avvicinare il target di riferimento dell’uomo, anagraficamente più giovane, a quello della donna. Un bel cambiamento dal lontano 2013 quando Giorgetti, mentre rifletteva sulla possibile chiusura della linea maschile, fu chiamato a Pitti per sfilare negli spazi della Stazione Leopolda. Le celebrazioni proseguiranno a luglio con il lancio dell’activewear e a settembre, a Milano, con il fashion show dedicato al womenswear e con l’apertura del flagship store, sempre in Brera, in via Broletto, al posto di un’agenzia di Unicredit Banca con 400 metri quadri in cui verrà svelato il nuovo concept retail. Una crescita continua e costante senza l’ossessione della velocità, come per le “Estati d’animo” della primavera-estate 2020. “Gioia di vivere” per vestirsi in libertà. L’unico imperativo del lifestyle contemporaneo.

 

Kate Moss è la protagonista della campagna firmata da Mert Alas e Marcus Piggott.

Giorgio Armani ha scelto Kate Moss, per la prima volta, come protagonista della sua campagna per l’autunno-inverno 2019-2020 scattata in bianco e nero e a colori, all’interno di uno spazio essenziale, da Mert Alas e Marcus Piggott, con i quali lo stilista italiano aveva già collaborato in passato.
“Per la prima volta interprete dello stile Armani, cui regala la propria sensualità volitiva e presente, Kate Moss è una donna dalla bellezza singolare, scelta per la sua personalità ed energia, fuori dalle mode del momento”, si legge in una nota.
Daisuke Ueda e Thijs Stenneberg, invece, interpretano le proposte maschili che, eccezionalmente, hanno sfilato in versione co-ed lo scorso febbraio presso l’Armani/Silos.

 

Quanta bellezza è rimasta nella moda? Dalla necropoli di Alyscamps, i Campi Elisi di Arles ai Musei Capitolini di Roma: Alessandro Michele per la resort 2020 di Gucci continua il suo dialogo con l’antico rendendo omaggio alla città in cui è nato e dove, attualmente, si trovano gli uffici creativi. Delle sue mille anime, sceglie quella pagana di cui recupera, anarchicamente e quasi archeologicamente, lo spirito di libertà, quella che, ormai, spaventa così tanto e che il presente fa di tutto per soffocare. “Car seule l’antiquité païenne éveillait mon désir, parce que c’était le monde d’avant, parce que c’était un monde aboli”, scriveva Paul Veyne. Nel buio del mondo contemporaneo, neanche, poi, tanto metaforico, illuminato, nel caso della passerella, solo dalle piccole torce distribuite agli ospiti, sfila la Gucci Band, come si legge sui portachitarre, che indossa vestiti, alcuni nati nelle ultime 48 ore. Tra toghe drappeggiate, perfino sui completi indifferentemente maschili o femminili, camicie con i fiocchi, tipiche del repertorio dello stilista, o con Topolino, spolverini vestaglia, abiti smanicati a vivo, bermuda di jeans, tute con il logo, corone dorate, guanti e calzini di pizzo sui mocassini, lancia anche dei messaggi espliciti, l’obiettivo più importante della moda: il rispetto della donna e del suo diritto di scegliere. Per questo, sulle lunghe tuniche è ricamato un utero, sul retro delle giacche appaiono slogan femministi degli anni ’70 come “My body My choice” o sulle sciarpe striscione viene riportata la data 22.05.1978, giornata storica in cui in Italia è entrata in vigore la Legge 194 che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza. Un invito a togliersi, più o meno simbolicamente, quei bavagli disegnati sulla bocca sostituendoli con le espressioni verbali Amore, Roma e Gucci. Per non rimanere indifferenti. Nel caso della maison fiorentina che appartiene al gruppo Kering si traduce, d’altra parte, nel sostegno, nel corso dei prossimi due anni, al progetto di recupero della Rupe Tarpea, la parete rocciosa situata in uno spazio naturale sul lato meridionale del Campidoglio, dalla quale, fino al I secolo d.C., venivano gettati i traditori della Patria condannati a morte nel Foro Romano sottostante. Perché il passato non va mai dimenticato. Soprattutto, per il prezzo del progresso. Quello che non dovrebbe consentire ulteriori ridiscussioni sui livelli di civiltà già raggiunti.

 

“Trovi tutti i capolavori in formato tascabile nelle stazioni”, s’entusiasmava Mademoiselle Coco che, indubbiamente, amava le stazioni. Ma non solo. Durante gli Anni Folli, erano popolate da viaggiatori che aspettavano di partire alla ricerca d’evasione, aristocratici, artisti e uomini d’affari che s’incontravano nei Café-Restaurant anonimi o sontuosi come Le Riviera, ricreato dalla griffe francese, o amanti come, probabilmente, Gabrielle Chanel e Boy Capel che si ritrovavano sulle banchine. Proprio una di quelle fa da cornice, all’interno del Grand Palais, alla Cruise 2019/20, dalla quale potrebbe essere partito il Train bleu, soprannome del treno di lusso della Compagnie des wagons-lits, chiamato ufficialmente Calais-Méditerranée-Express, a causa del colore dell’acciaio delle carrozze. Questo mezzo di trasporto permetteva di lasciare Parigi la sera e d’arrivare in Costa Azzurra la mattina seguente. La fondatrice lo prendeva, prima, almeno una volta al mese per controllare l’avanzamento dei lavori della sua dimora La Pausa a Roquebrune-Cap-Martin (diventata, lo scorso anno, una nave attraccata al molo ricostruito per la Cruise 2018/19, sebbene somigliasse più al Flying Cloud del Duca di Westminster) e, poi, quando andava a soggiornarvi insieme a Paul Morand o Jean Cocteau. Curioso, tra l’altro, che fu proprio lui a scrivere il soggetto del balletto Le Train bleu, composto su commissione di Sergej Djagilev per i Balletti Russi, presentato per la prima volta il 20 giugno 1924 al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi, con musica di Darius Milhaud, scene di Pablo Picasso e costumi della stessa Chanel. Poiché il viaggio è sinonimo di libertà, anche dell’immaginazione, Virginie Viard, diventata direttore artistico dopo la scomparsa di Karl Lagerfeld, per il suo debutto (semplificato!) punta sulla voglia di modernità seppur in continuità con la tradizione segnata dai codici forti della maison di rue Cambon. L’ombra delle precedenti collezioni riappare nelle destinazioni segnalate lungo la passerella, Venise, Saint-Tropez, Antibes, Byzance, Édimbourg, Bombay e Rome, così come negli emblemi iconici: le camelie che fermano i fiocchi di bluse con il collo a cratere, le catene quelli che stringono le giacche multitasca, talvolta asimmetriche, dal taglio morbido e spalle accentuate, da indossare su leggings logati, pantaloni ampi tagliati alla caviglia o pieni di bottoni come quelli dei marinai, bermuda a vita alta e tute matelassé. Il tweed diventato, spesso, monocromatico, segno di riconoscimento della stilista, è presente in ordine sparso e non più separato nella sezione iniziale, meno sperimentale. Tra gli accessori, spiccano ballerine o stivaletti bicolori, rispettivamente, con la punta o con la cavigliera in vernice, gioielli pieni di perle e doppie C e guantini che sono un omaggio al predecessore, al pari dell’ultimo abito. Pressoché scomparsa, invece, la geometria formale a favore di una femminilità rilassata. Sarà il preludio di una svolta? Se “l’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo”, l’offerta di proposte facilmente vendibili, in questo caso, è certamente molto ampia.

 

Difesa o attacco? Giunti all’ultimo giorno del fashion month, si può dire che è un po’ l’interrogativo che ha contraddistinto le passerelle che si sono susseguite nelle diverse capitali: un’interpretazione conflittuale del presente, alla ricerca di una sintesi di elementi contrastanti. Miuccia Prada, come ha fatto a Milano per Prada, ripropone l’argomento, sebbene rivisto e corretto, anche per l’autunno-inverno 2019-2020 di Miu Miu. Un’esortazione alla protesta nei confronti di un mondo che è diverso da quello che si vorrebbe. Anche nel caso della moda? Probabilmente! All’interno del Palais d’Iena, nell’allestimento dello studio AMO, le foto e i video dell’artista inglese di origini australiane Sharna Osborne definiscono la donna del marchio, intrappolata, com’è noto, tra innocenza e perversione. In scena, allora, compaiono cappotti in tweed, montoni rovesciati e lucidati, montgomery in panno, maglie in lana lavorati a crochet, bomber di peluche e parka tecnici che diventano cappe protettive, indubbiamente, uno dei capi più gettonati della prossima stagione, abiti in tulle stretti sul collo e sulle gambe decorati con microfantasie floreali, come quelle degli zaini, o strutturati che si aprono in gonne a palloncino ingigantite dai drappeggi da indossare su cardigan camouflage coordinate alle sciarpe, completi che alle giacche abbinano short o knickerbocker con tasconi. Al collo splendono colletti di maglia di metallo perimetrati da cristalli, ai piedi, sulle parigine, si alternano anfibi o sandali con platform, analogamente visti da Prada. Una ribellione intimista che fa dell’abbigliamento un manifesto socioculturale. Una donna che non ha bisogno di nulla sceglierà sempre più qualcosa che abbia un significato, che stimoli una riflessione, dalla quotidianità alla globalità come l’attenzione verso l’ambiente, sottotesto non marginale di molte sfilate. Perché la consapevolezza, anche di scegliere come vestirsi, diventi un parametro di primaria importanza. Quello che fa la differenza perché invita a reagire e a non subire. L’unico modo affinché la propria voce, tra tante, venga ascoltata.

 

“La moda non è né morale né immorale, però è fatta per tirare su il morale”, diceva Karl Lagerfeld, scomparso due settimane fa a 85 anni, con la sua ironia tagliente. Probabilmente, avrebbe voluto che fosse così anche con l’ultima collezione da lui creata per Chanel, quella per l’autunno-inverno 2019-2020. Grande commozione, invece, si respirava al Grand Palais, all’interno del quale è stato allestito lo Chalet Gardenia di un’immaginaria località di montagna, una di quelle che tanto amava Gabrielle Chanel. Un minuto di silenzio, per una commemorazione discreta. Non è stato cambiato neanche un dettaglio della sfilata rispetto a come l’avrebbe voluta il couturier in cui, come sempre, sono presenti tutti gli emblemi della maison di rue Cambon, allineati con una leggerezza nuova: dal tweed dei cappotti e dei tailleur da abbinare alle camicie in voile mosse da ruche e fiocchi o delle tute sfrangiate, talvolta, con piccole stampe di sciatori da portare sotto ai giubbotti imbottiti e ai maglioni jacquard, alle immancabili catene che diventano cinture o collane da affiancare alle perle. Le cappe lunghe fino ai piedi, anche foderate in ermellino, si abbinano ai top in paillette e alle gonne in pelliccia a palloncino. Come quella indossata da Penélope Cruz, a sorpresa, in passerella con un ranuncolo in mano. Tra gli accessori, foulard con il logo da annodare al collo, scarponcini après-ski e borse, coordinate agli abiti, che diventano pratici marsupi o riproducono i mezzi di risalita. E adesso? La leggenda continua. “The beat goes on” è la scritta, dal tratto inconfondibile, che appare sull’autoritratto di Kaiser Karl insieme a Mademoiselle Coco, nel segno della continuità, ha assicurato Virginie Viard, nata a Digione e da oltre 30 anni al fianco dello stilista tedesco al timone creativo, che ha preso il suo posto. Sicuramente, però, questo momento, uno dei più emozionanti della fashion week parigina, è destinato a essere ricordato: un finale in bianco candido e incantato, come la neve e come la luce. “We can be heroes, just for one day”, canta David Bowie. Ma c’è chi lo sarà per sempre. Un lungo e sentito applauso.