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Natasa Cagalj, Michael Rider e Ilaria Icardi sarebbero i potenziali successori.

Natasa Cagalj, Michael Rider, and Ilaria Icardi would be the potential replecements.

Questa volta potrebbe essere ufficiale. Secondo indiscrezioni, dopo circa dieci anni, Phoebe Philo starebbe per lasciare Céline entro la fine dell’anno. I termini sarebbero stati definiti prima dell’estate.
“Neghiamo categoricamente qualsiasi partenza imminente di Phoebe Philo da Céline”, ha dichiarato un portavoce di LVMH, ma il gigante del lusso non ha smentito che ci siano stati dei colloqui per la successione. Tra i pretendenti, ci sarebbe Natasa Cagalj, ex design director da Stella McCartney e ora direttore creativo di Ports 1961, Michael Rider, designer director del prêt-à-porter dell’etichetta francese fondata nel 1945 da Céline Vipiana come laboratorio di calzature per bambini, e Ilaria Icardi, design director da Victoria Beckham e prima senior design director da Yves Saint Laurent.

ENGLISH VERSION

This time it might be official. According to rumours, after roughly ten years, Phoebe Philo is expected to leave Céline by the end of the year. The terms had been reportedly agreed before the summer.
“We categorically deny any imminent departure of Phoebe Philo from Céline,” a spokesman for LVMH said but the luxury giant did not deny that interviews for a replacement were taking place. The potential replacements could include former Stella McCartney design director Natasa Cagalj, who is now creative director at Ports 1961, Michael Rider, design director of ready-to-wear for the French label, founded in 1945 by Céline Vipiana as a children’s shoe business, and Ilaria Icardi, the design director at Victoria Beckham and, previously, senior design director at Yves Saint Laurent.

 

La missione della moda è quella di promuovere la bellezza? Spesso, si ha un’idea della bellezza, come del lusso, come se fossero qualcosa di inarrivabile. Phoebe Philo, al contrario, per Céline, ha allestito una passerella (anacronisticamente elevata da Lanvin) sotto una tenda minimal costruita nel Tennis Club de Paris dall’architetto cileno di origine serba Smilian Radić, autore, tra l’altro, del Serpentine Gallery Pavillion a Londra, che consente, attraverso un’illuminazione da esterno, di vedere bene le proposte. L’eleganza anni’70 di una campagna pubblicitaria che ritrae la donna borghese di avenue Foch si fonde con la libertà anni’80 di esplorare nuovi territori nei trench over uniti alla giacca senza revers o che, ripiegandosi, raddoppia per somigliare a una cappa, nei caban a sacchetto, regolabili nei volumi, attraverso un gioco di coulisse, nelle giacche che passano, senza indugio, dalle forme maschili a quelle femminili, fermate in vita da una cintura, nei gilet squadrati, nei pantaloni morbidi che si trasformano anche in abiti sfrangiati e nelle gonne versatili, a portafoglio, a pieghe, a frange o rese volontariamente asimmetriche con un inserto plissettato coordinato. Tutto è Montana-escamente gigante, anche negli accessori, dalle cinture dal maximorsetto doppio alle nappine dei mocassini fino ad arrivare al fronte e retro di una (im)probabile spilla presente sulla punta dei boots. Lo scopo? Per non passare inosservati? No! Perché, secondo la stilista inglese, il comfort, curato anche per ospiti della sfilata grazie ai piumoni sulle panche, accentua la femminilità. Una visione senza mezze misure che, ormai, può considerarsi identitaria presso il brand che fa capo a LVMH. Fortunatamente, al di là di tante provocazioni destinate a scomparire in una stagione o poco più, esistono ancora creativi che propongono alle donne esattamente ciò che vorrebbero indossare. E non è così scontato.

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Quale innovazioni può apportare la moda oggi? E, in quella ricerca, quanto in là può spingersi? Sicuramente, può cambiare orizzonte: Demna Gvasalia, infatti, nominato direttore creativo di Balenciaga due anni fa, aveva cercato di filtrare sempre la sua visione attraverso quella del fondatore. Questa volta, forte del successo del marchio sotto la sua guida, nonché di un’estetica sempre più riconoscibile (uno dei tratti in comune con Alessandro Michele, al timone di Gucci, che appartiene anch’esso a Kering) prova a distaccarsene, adottando un’analisi della contemporaneità più vicina alla sua creatura, l’altrettanto (ormai!) noto brand Vetements. Se in passerella, il punto di partenza è una donna borghese che sceglie coat over, camicie a righe dal taglio maschile o plastificate e gonne tartan, il gioco delle stratificazioni diventa imprevedibile quando unisce trench a giubbotti in denim, perfecto a camicie botton-down, abiti drappeggiati con coulisse a sottovesti che si possono indossare in entrambi i modi o pantaloni formati da materiali diversi, ripresi dalla sfilata maschile, che unisce jeans, pied-de-poule e stampe che sembrano prese da uno screensaver, riportate anche sui cuissard. Gli accessori seguono lo stesso percorso progressivamente spiazzante, dalle borse logate e impunturate, arricchite di charms come se fossero souvenir parigini, presenti anche sui bracciali e sulle cinture a catena, a quelle che ricoperte da fodere antipioggia, dalle maxibag dalle frange lunghissime a quelle che sembrano bauletti delle moto. Non sono da meno le scarpe che dalle décolleté classiche in vernice dalle borchie coniche antiavvicinamento arriva a ripensare, come Christopher Kane, alle Crocs, che, però, le iperdecora e fornisce loro un plateau. Quanto lusso c’è in tutto ciò? Poco importa! Viene subito da ripensare a Margiela, dove ha lavorato, ma lo stilista georgiano, al contrario, svuota il riciclo dell’ordinario del carattere simbolico, limitandosi a trasformare i codici della strada in semplice sintesi sperimentale della realtà quotidiana. Basterà? Ai Millennials che spenderanno gli euro o i dollari stampati sui vestiti, probabilmente, sì!

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

“Una donna è più vicina a essere nuda quando è ben vestita”, diceva Mademoiselle. E quando è troppo vestita? Se i detrattori della sfilata di ieri di Christian Dior, disegnata da Maria Grazia Chiuri, puntavano sul fatto che la haute couture stia diventando troppo commerciale (direzione opposta a quella di Giambattista Valli che ha da poco concluso un accordo con Artémis, la holding della famiglia Pinault), il messaggio è stato confermato questa mattina da Karl Lagerfeld nella collezione autunno-inverno 2017-2018 di Chanel. A differenza della stilista italiana, però, che, ricalcando l’affermazione tanto amata da monsieur Dior, “La moda si deve adattare alle donne e non le donne alla moda”, propone abiti per diverse figure femminili, Lagerfeld sembra voler sottolineare la supremazia dell’eleganza parigina. La città è ovunque, nella Tour Eiffel ricreata all’interno del Grand Palais, ma anche nell’ispirazione che accompagna i rigorosi tailleur da giorno in tweed dalle spalle arrotondate e dalle gonne sfrangiate. Nessuna concessione se non qualche piccola scollatura o richiamo floreale. Anche per la sera, escludendo le paillette, gli abiti sono neri o bianchi in duchesse di seta sapientemente drappeggiata. Immancabili i cappelli coordinati. A suggellare lo show, il sindaco della capitale francese, Anne Hidalgo, ha consegnato nelle mani del couturier la medaglia di Grand Vermeil: “Parigi vi ama!”. Un’onorificenza alla carriera significherà qualcosa, come molti hanno pensato? Poco importa! Di queste passerelle si ricorderà che il lusso riscopre il dettaglio d’atelier e ritorna a seguire il Coco pensiero: sottrazione severa e preziosa.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Quando una donna indossa haute couture? Le donne che monsieur Dior amava, capiva e vestiva prediligevano il daywear, da tempo trascurato da chi non ha come obiettivo principale la vendita. Da 600 schizzi arrivava a presentare 250 abiti a sfilata, che nel tempo hanno contribuito a delineare la storia della maison francese che, adesso, per il 70° anniversario, rivive a Les Arts Décoratifs nella mostra “Christian Dior. Couturier du rêve”: dal 1947 a oggi, passando per i sei direttori creativi che si sono avvicendati alla guida della casa di moda: Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e, oggi, Maria Grazia Chiuri. Però tutto questo è solo un punto di partenza. Cosa rende ancora grande la griffe? La poliedricità è la sua forza, che si traduce in un inesauribile potenziale di modernità, nonostante, come sostiene la stilista italiana, si debba rifuggire lo stereotipo (o la replica!). Dior non è solo New Look, fiori e tailleur Bar, comunque immancabili, come suggerito da Isabelle Rabineau nel suo libro “Le molte vite di Christian Dior”. Tante vite quante sono le diverse esigenze delle donne nel mondo.
Invece, per la sua seconda collezione per l’autunno-inverno 2017-2018, che trasloca dal giardino del Musée Rodin a quello del Hôtel des Invalides, allestito per l’occasione dall’artista Pietro Ruffo, Maria Grazia Chiuri si rifà a una pubblicazione del 1953, commissionata dal fondatore per raccontare l’azienda alle filiali. Ciò che davvero Dior dev’essere. Maschile e femminile si fondono nei cappotti di lane inglesi, negli chemisier drappeggiati, nelle gonne a doppia piega per renderle tridimensionali, senza poi dimenticare gli abiti da sera in tulle, trasparenti ma non troppo, grazie a un abile gioco di sovrapposizioni, o ricamati con mappe di viaggio, come i viaggi che la direttrice creativa fa nell’archivio o quelli che diventano emozioni. Tutto è rigorosamente stretto in vita da una piccola cintura di coccodrillo o, in un caso, da una fascia dell’amato animalier. Perché se il passato è una successione di date, il futuro non è altro che la scomposizione dell’esperienza. Per poter sempre ricominciare.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Cosa ci si ricorderà di questa moda domani? A conclusione di una fashion week (o quello che ne rimane) parigina come non si vedeva da tempo, gli stilisti, impegnati a proporre qualcosa di nuovo per rinnovare il guardaroba maschile e stimolare i consumi, sembrano condividere un imperativo: la combinazione “sport-chic” è l’ultima frontiera del menswear. Cosa vorrà dire? Probabilmente, assemblare anime diverse, formale e casual, per rendere l’abbigliamento quotidiano più rilassato. Il rischio, però, è che, considerando il tempo di visualizzazione, incredibilmente veloce, ai limiti della frazione di secondo, di un’immagine su Instagram, si diventa disposti a tutto pur di attirare l’attenzione, anche a sacrificare il messaggio. Cosa ne deriva? Il caos! Questo sembra il suggerimento di Lucas Ossendrijver per Lanvin dove, per la primavera-estate 2018, pensa a un uomo che, dopo il lavoro, si dedica alle escursioni: giacche doppiopetto dai volumi ampi a cui vengono cucite le maniche di un giubbotto si accompagnano a tute workwear, parka tecnici a cui sono state aggiunte tasche supplementari a t-shirt asimmetriche e pantaloni formati da pannelli di tessuti diversi. E quando l’abito è, comunque, tradizionale viene sdrammatizzato da antipioggia in nylon dai colori fluo. Gli accessori oscillano tra le scarpe antinfortunistiche e quelle da trekking, le borse per gli attrezzi si alternano a quelle che contengono la macchina fotografica per immortalare i momenti di svago, gli zaini ai marsupi. Rimane un dubbio: in un’epoca in cui aumentano le sfilate co-ed, grazie alle quali la tendenza è quella di dare una visione unitaria ai brand, come riesce a convivere in Lanvin il dualismo tra l’uomo di Ossendrijver e la donna disegnata da Bouchra Jarrar? Nonostante non sia una novità per la griffe francese, non confonde il compratore contemporaneo? La risposta a settembre quando, secondo alcuni, la stilista potrebbe lasciare Lanvin.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Non c’è niente di più contemporaneo della rielaborazione del workwear e non ci sono più molti marchi in circolazione che non abbiano all’attivo almeno una collaborazione. Ci si potrebbe chiedere: dov’era tutto questo ieri? Pensare di proporlo sarebbe stato considerato avanguardia? Junya Watanabe, invece, potrebbe rivendicarne la paternità insieme al suo contributo all’introduzione del concetto di normalità, sottolineato, ancora una volta, nella collezione Man per la primavera-estate 2018 svelata al Lycée Jacques Decour: 48 sono i pezzi nati insieme a Carhartt, alcuni creati dal designer giapponese e sottoposti a trattamenti speciali e altri originali del marchio di abbigliamento statunitense fondato nel 1889 di cui Watanabe ha scelto i tessuti. Ma non solo: il guardaroba prevede anche camicie realizzate con Turnbull & Asser e due parka che assemblano giacche e zaini con Karrimor. Non mancano le consuete collaborazioni con Levi’s, The North Face, Heinrich Dinkelacker, Schott N.Y.C., Regent, Merz b. Schwanen, Seil Marschall e Southwick per outerwear, t-shirt e pantaloni cinque tasche. Unica concessione a questo normcore, i capi artisticamente macchiati, studiati con l’artista inglese Alan Kitching, come a voler dimostrare, probabilmente, che, dopotutto, a indossarli sarà una comunità che lavora davvero. Semplicità e quotidianità di cui, mai come ora, il consumatore sente l’esigenza, ribadita anche dai modelli in passerella che devono rappresentare, il più verosimilmente possibile, questo desiderio. Del resto, cosa c’è di più allettante di rispecchiarsi in quello che si vede? Ma, anche questa, non è, poi, una novità considerando che sempre più stilisti puntano alla diversificazione: etnica, anagrafica, fisica. Non è differenza, ma unione: un’ulteriore descrizione del mondo reale, il vero obiettivo della moda. Perché fare vestiti è una cosa seria.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Tutto scorre. Anche la moda. In un periodo di ridefinizione del sistema, durante il quale anche le posizioni più alte della piramide creativa si susseguono a velocità impressionanti, gli unici capisaldi rimasti in un mercato, dove i Millennials stanno diventando sempre più influenti, sono solo due: identità e desiderabilità. In questo processo, Francesco Risso, alla sua seconda collezione maschile per Marni, inizia a tratteggiare le linee guida della sua estetica che, per la primavera-estate 2018, si fanno più chiare e definite. Ed essere il successore della fondatrice di un brand complica decisamente il raggiungimento dell’obiettivo. Ma la sfilata, intitolata Lost and Found, parte dal presupposto più elementare dei guardaroba contemporanei: cos’altro si può aggiungere? Cosa può interessare il consumatore? Come proporre qualcosa di nuovo? Riassemblando, la formula che sta determinando il successo delle griffe più richieste o quelle che hanno ancora qualcosa da dire. In modo da liberare l’uomo dalle regole e da farlo uscire da schemi preimpostati. Così abiti gessati, studiatamente decostruiti e ricostruiti, sono abbinati a camicie metropolitane arricchite da pettorine con le immagini disegnate per l’occasione dall’artista Magdalena Suarez e a cravatte apparentemente casuali che se, da un lato, sembrano prestate o della taglia sbagliata, dall’altro, donano una rilassatezza vacanziera che invoglia l’evasione. Al bando ogni rigidità insieme a sneaker o stringate dalle forme pulite in versione bianco e nero, rosse o nella gamma dei marroni. E se la combinazione surrealista richiama un’eco Watanabe-esca, lo stilista dimostra, questa volta, una maggiore consapevolezza che non dimentica il desiderio di sovrapposizione fluida tipica del marchio. Però, a proposito di casualità, non resta che confidare che questa prova riuscita non sia fortuita.

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

Qual è la ragion d’essere della moda? Trattandosi di collezioni crociera, l’imperativo dovrebbe essere quello di vendere considerando che generano una parte notevole dei fatturati. E, in questo senso, stanno acquistando grande rilevanza: le maison che possono permetterselo, infatti, allestiscono passerelle che non hanno nulla da invidiare a quelle presenti nei calendari delle principali capitali del fashion system. Non solo: spesso, contribuiscono allo sviluppo di quelle idee che mirano a spostare il gusto o che azzardano divertissement creativi, ma non sono necessariamente in linea con le esigenze del mercato. Uno dei meriti attribuibili ad Alessandro Michele è quello di aver sgretolato anche le certezze di queste poche regole rimaste in un mondo che rifugge dal concetto di tendenza come linea guida rassicurante a favore di una maggiore complessità che, non trovando più riscontro nell’estetica dominante, prende come riferimento l’accostamento apparentemente insensato di frammenti di ciò che è stato. Non manca nulla del lessico dello stilista visionario che, da quando è alla guida di Gucci, ha avviato una rivoluzione, o sarebbe meglio dire una psichedelica guccificazione all’interno del marchio, ma anche all’esterno, con uno sconcertante desiderio di emulazione di un successo commerciale tutt’altro che scontato. Le rose del Giardino di Boboli, il cui patrimonio botanico sarà restaurato grazie all’impegno finanziario di 2 milioni di euro di Kering, fanno capolino, tra i simboli dell’etichetta fiorentina, come i nastri iconici presenti sulla maglieria abbinata agli short o la doppia G presente indifferentemente sulle cappe bordate di pelliccia, sulle maniche a sbuffo degli abiti femminili, sulle gonne al ginocchio, sui completi maschili, sui calzini portati con i mocassini o sulle borse, tra le t-shirt con il logo anche distorto, i bomber che mescolano fauna e flora o i bagliori dei tessuti quadrettati o laminati. Tutto completato da cuffie, corone d’alloro e perle decorative. L’anarchia rinascimentale si snoda di fronte alle opere di Caravaggio, Tiziano, Rubens o Van Dyck, solo citarne alcuni, che riempiono le sette stanze della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, per la prima volta cornice di una sfilata. Qualcuno potrà chiedersi dove sia la novità in tutta questa riproposizione. Si potrebbe replicare: nell’era del copia-incolla virtuale ha ancora significato inventare il nuovo? L’abitudine, analogamente al pregiudizio, può essere rimossa. Altrimenti, nel peggiore dei casi, la moda può sempre portare allo stordimento. Come l’urtica ferox.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

A Cremona una mostra dedicata al grande stilista scomparso ne ripercorre il processo creativo, dal disegno all’abito.

An exhibition dedicated to the late great designer, in Cremona, retraces his creative path, from the drawing to the piece of clothing.

Il compito di una fondazione dovrebbe essere quello di salvaguardare, conservare e promuovere l’opera di chi porta il nome. Obiettivo decisamente raggiunto nel caso della Fondazione Gianfranco Ferré che, con le mostre sempre diverse che cura, ripercorre le tappe della vita professionale dello stilista architetto celebrando l’estetica unica di una maison che, dopo la morte del fondatore nel 2007, per sfortunate vicissitudini aziendali, non è più protagonista attiva del fashion system contemporaneo. Una griffe storica che, quindi, i millennial dovrebbero imparare a conoscere meglio perché ha contribuito al successo e all’affermazione della moda italiana nel mondo. Dopo “La camicia bianca secondo me” andata in scena prima al Museo del Tessuto di Prato e poi nella Sala della Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e “Ferré e Comte-Dettagli. Grandi interpreti tra moda e arte” presso il Palazzo del Governatore a Parma per il bicentenario dell’arrivo di Maria Luigia d’Asuburgo-Lorena, adesso Cremona, città d’origine della famiglia materna di Ferré, rende omaggio, in occasione del 450° anniversario della nascita del compositore Claudio Monteverdi, al creativo con “Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nei disegni”. In mostra, fino al prossimo 18 giugno, oltre 100 schizzi autografi e alcuni abiti di prêt-à-porter e alta moda provenienti dall’archivio che oggi raccoglie 3 mila pezzi in totale per indagare il suo processo stilistico, dal bidimensionale al tridimensionale: dal disegno, emblematica sintesi di un’intuizione, all’abito che si svela nella ricerca insuperabile del dettaglio. Il percorso si snoda nella linearità del Centro Culturale Santa Maria della Pietà, uno spazio del XV secolo già Ospedale dei Lebbrosi, suddiviso organicamente per tematiche, all’inseguimento dei segni che diventano poesia. Perché, come ricorda Gianfranco Ferré: “Il disegno per me riesce a essere, non in ultimo, espressione individuale di aspettative, aspirazioni e desideri, legati al mio modo di intendere la bellezza, l’armonia e lo stile, più ancora che non la moda. Una poesia che fa di quest’ultima un mezzo per raccontarsi, per tradurre in immagini, manifestare nella realtà e condividere il mio mondo interiore”. In attesa della prossima exhibit: a Torino, sugli accessori, il punto di partenza della carriera di un indimenticabile maestro.

ENGLISH VERSION

The main objective of a foundation should be to safeguard, preserve and promote the work of the person whose name it bears. Such a mission has definitely been accomplished by Gianfranco Ferré Foundation, which, with the always different exhibitions it curates, retraces the landmarks of the architect-designer’s professional life by celebrating the unique aesthetics of a fashion house which, due to unfortunate business vicissitudes, has not been an active protagonist of the contemporary fashion system since its founder’s death in 2007. A historic brand which the millennials should learn more about because it gave a strong contribution to the success and achievements of Italian fashion in the world. After “La camicia bianca secondo me” (“My view on the white shirt”), which was shown at the Textile Museum in Prato and then at the Cariatides Hall of the Royal Palace in Milan, and “Ferré e Comte-Dettagli. Grandi interpreti tra moda e arte” (“Ferré and Comte. Details. Great exponents of fashion and art”), which took place at the Governor’s Palace in Parma on the occasion of the bicentenary of the Duchess Marie Louise of Habsburg-Lorraine’s arrival, now Cremona, hometown to Ferré’s mother’s family, pays homage to the designer on the occasion of the 450th anniversary of the composer’s Claudio Monteverdi’s birth with the exhibition “Gianfranco Ferré. Moda, un racconto nei disegni” (“Gianfranco Ferré. Fashion, telling a story through drawings”). More than 100 signed sketches and drawings, together with some ready-to-wear and haute couture dresses, all coming from the archive which now collects 3,000 pieces, will be shown until June 18 to investigate Ferré’s designing process, from the two-dimensional to the three-dimensional: from the drawing, the epitome of an intuition, to the finished piece of clothing, which unveils itself in the unequalled search for detail. The itinerary twists and turns through the linear spaces of Saint Mary of Mercy Cultural Center, a 15th century building once used as a hospital for the lepers, and is organically divided into thematic sections, in search for signs which become poetry. Because, as Gianfranco Ferré stated: “Last but not least, drawing is for me an individual expression of expectations, aspirations and desires, related to my own way of conceiving beauty, harmony and style, even more than fashion. It’s a form of poetry which turns fashion into a means to tell itself, to translate itself into images, to manifest itself into reality and to share my inner world.” All this while waiting for the next exhibition: in Turin, about accessories, starting point of the career of an unforgettable master.