Balenciaga haute couture autunno-inverno 2021-2022

Cosa caratterizza un capo haute couture? Secondo Demna Gvasalia, la grandeur, qualcosa d’immancabile alle sfilate parigine. Come quella per l’autunno-inverno 2021-2022 di Balenciaga, andata in scena in silenzio secondo i rituali di un tempo, dopo 53 anni, all’interno dell’atelier al 10 di avenue George V, recentemente riportato a quell’ultimo giorno del 1968 che segnò il ritiro di Monsieur Cristóbal. Del resto, da quando ha fondato Vetements nel 2014, il designer georgiano ha sempre avuto come obiettivo quello di rendere straordinario l’ordinario, giocando con lo stereotipo, magari, conferendogli anche un tocco di cinica leggerezza. E l’ha raggiunto anche per questo insidioso debutto dove il passato non viene dimenticato, ma reinterpretato in modo che assuma significati inediti nel presente, osservatorio notoriamente da lui prediletto rispetto al futuro, ancora tutto da immaginare. “La couture rappresenta il più alto livello di costruzione dell’abito, non è rilevante solo in un contesto segnato dalla produzione industriale di massa, bensì è assolutamente necessaria per la sopravvivenza e l’evoluzione futura della moda moderna”, scrive nella lettera che anticipa la collezione che è un omaggio all’eredità del fondatore e, al momento stesso, alla sua visione personale emersa negli scorsi 6 anni dalle sue prove nel prêt-à-porter. E proprio di quei codici, senza significativi cambiamenti, decide di dare una versione elevata parametrizzandoli su quelli degli archivi (soprattutto, nel caso dei volumi). Non mancano, allora, le consuete forme oversize declinate su cappotti effetto accappatoio con avvolgenti stole imbottite coordinate, completi sartoriali in lana con le giacche che svelano dei polsini di camicia trompe-l’œil, giubbotti e felpe con il logo, pantaloni in coccodrillo e jeans tessuti a mano su telai americani che sono stati comprati da manifatture giapponesi. Per la sera, lunghi parka di taffeta che diventano abiti e si alternano a quelli ricamati di fiori se non sono luccicanti di cristalli. I tacchi per lei, ma anche per lui, contribuiscono a sottolineare ulteriormente l’animo gender fluid a contrasto con i cappelli estremamente snob di Philip Treacy. “È un’espressione pura e atemporale dell’artigianato e dell’architettura di una silhouette”, l’essenza identitaria di una maison che, da una parte, era diventata erroneamente (o superficialmente!) sinonimo di streetwear e, dall’altra, ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, il suo meritato posizionamento al più alto livello creativo. Quello che, a suo modo, possiede sempre qualche grado di libertà per essere rinnovato. Però, in nessun modo, deve essere snaturato.

Daniele S.

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