Gucci primavera-estate 2021

“Che vita hanno i vestiti quando smettono di sfilare?” è soltanto uno degl’interrogativi che si pone Alessandro Michele in una lettera aperta. A cui tenta di rispondere con un format inconsueto: il GucciFest, il festival digitale in scena dal 16 al 22 novembre all’interno del quale, accanto a 15 talenti emergenti della moda, Ahluwalia, Collina Strada, Rui, Gui Rosa, Bianca Saunders, Mowalola, Rave Review, Cormio, Stefan Cooke, JordanLuca, Shanel Campbell, Boramy Viguier, Yueqi Qi, Gareth Wrighton e Charles de Vilmorin, accuratamente scelti insieme allo staff, s’inserisce Ouverture Of Something That Never Ended, una miniserie girata a Roma in dodici giorni e co-diretta da Gus Van Sant per svelare, su tutte le piattaforme, la primavera-estate 2021 di Gucci. Sebbene sia approssimativo denominare così le collezioni del designer romano per la maison di Kering, considerando la sua volontà di ridurle a due all’anno e di renderle, peraltro, non stagionali. Significativa, infatti, nei sette episodi interpretati da Silvia Calderoni, nome noto del teatro d’avanguardia italiano, è la presenza di proposte già viste nel suo fashion show per l’autunno-inverno 2015-2016, quello che lo ha portato a diventare direttore creativo, le quali, questa volta, recano un’etichetta rossa ricamata con la scritta Something That Never Ended, come si legge nelle note. Si potrebbe pensare a un’operazione nostalgica dato che la storia rappresentata sembra voler ricontestualizzare serialmente e ossessivamente un passato ideale, ormai, anche troppo lontano per essere ricordato. Ma che, in un presente pandemico, in cui uno degli sconvolgimenti più notevoli riguarda la quotidianità che ognuno ha cercato di riformulare a proprio modo, è in grado, almeno, di offrire nuovi spunti di serenità. Quando non rischiano di svanire in illusori e ambiziosi auspici nel caso ci si ritrovi, poi, come la protagonista, persi nella finzione teatrale. E il futuro? Essendo complicato da immaginare, ci si può affidare alle premonizioni offerte dalla contemporaneità: da una parte, che nell’emblematica incertezza di un’emergenza sanitaria ancora in corso, niente è più rassicurante di ciò che si conosce; dall’altra, che straordinariamente o, quantomeno, paradossalmente importanti non sono più gli abiti, ma i messaggi che sottendono, non sempre facilmente decodificabili o prospetticamente orientati bensì aperti a possibilità interpretative diverse. Devono essere forti, autentici e trasversali nella loro narrazione escatologica. “Per dare forma a un concetto di libertà”? O, più semplicemente, per riscoprire la normalità? “You told me EVERYTHING by SAYING NOTHING”. Forse, è quello che c’è veramente da scoprire!

Daniele S.

Back to top