Christian Dior primavera-estate 2021

Quante domande (si) pone la moda? Innumerevoli se si considerano le contaminazioni che accompagnano la primavera-estate 2021 di Christian Dior, in passerella (fisica) al Jardin des Tuileries. A iniziare dai collage letterari della scrittrice Lucia Marcucci, riletti dalla regista Alina Marazzi: le sue frasi dialogano con la storia dell’arte, da Giotto a Piero della Francesca, da Georges de La Tour a Monet, in un dibattito che correla un nuovo femminismo alla comunicazione al centro della rivoluzione digitale, andando a comporre la Vetrata di poesia visiva simile a quelle sacre di una cattedrale o appaiono sugli abiti indossati da 12 voci del gruppo Sequenza 9.3 diretto da Catherine Simonpietri che interpreta live Sangu di Rosa, eseguito in prima assoluta nella Chiesa Saint-Leu-Saint-Gilles lo scorso 25 settembre, della compositrice Lucia Rocchetti che musica estratti dei Voceri, repertorio musicale delle cerimonie funebri corse, analizzati a partire dal 1838 da Niccolò Tommaseo. Come sempre, Maria Grazia Chiuri rispolvera gli archivi, in particolare, una giacca meno costrittiva perché regolabile con una cintura che Monsieur Dior progettò per il mercato giapponese nel 1957 o un cappotto della collezione Trapèze di Yves Saint Laurent del 1958. Sono vicini gli anni ’60, quelli del cambiamento che, inevitabilmente, si riflettono su quelli attuali sconvolti dall’emergenza sanitaria. Insieme alla necessità di creare capi che si adattino al corpo stabilendo con esso un rapporto più intimo e personale. Non poteva, allora, non confrontarsi con gli scritti della progettista-designer Nanni Strada o del critico Germano Celant secondo il quale “Il taglio struttura il linguaggio, ma anche il vestito” non più rivolto all’esterno come espressione di sé bensì all’interno, verso se stessi, che diventa il punto di partenza nella formulazione di un comfortwear per comporre l’uniforme contemporanea. Praticità e desiderio. Il risultato di questa riflessione programmatica sulle trasformazioni sociali, che si lascia contagiare, d’altra parte, dalle influenze intellettuali di Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e Susan Sontag prevede, dunque, bomber in suéde con motivi floreali, gilet in pelle traforata, vestaglie doppiate con patchwork paisley o lavorazioni chiné su tessuti ikat, fatti a casa da donne indonesiane, da stringere in vita a piacere con una o due cinture logate, camicie maschili allungate con pettorine di pizzo sovrapposte, pantaloni boxy, anche Dior Oblique, con coulisse abbottonati lateralmente, tuniche in maglia, mussoline di seta e chiffon con perline applicate. Tra gli accessori, ballerine e sandali intrecciati da abbinare a Book Tote, Saddle e Bobby rivisitate per l’occasione. Industrial couture, tra Italia e Francia: riuscirà seriamente a modificare le abitudini in questi tempi incerti?

Daniele S.

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