Marni primavera-estate 2021

Forza o fragilità? È abbastanza scontato affermare che la pandemia abbia influenzato irreversibilmente la società e, conseguentemente, anche la moda che ne è una delle rappresentazioni. Creare abiti, adesso, diventa un esperimento sociale che non può non essere comunitario, che deve fondamentalmente prevedere una condivisione di valori: “L’io tradizionalmente associato alla narrativa della moda si trasforma in un noi. Lo esigono le necessità, l’unità, la disuguaglianza, la bellezza, l’isolamento, l’intimità, il ridimensionamento, il cambiamento e la lotta che stanno segnando questo momento”, scrive Francesco Risso nelle note al video della presentazione digitale della primavera-estate 2021 – Vol.2 di Marni. Un lavoro collettivo che ha condotto al “Marnifesto” in cui gli abiti devono essere intesi “come veicoli di libertà e di espressione personale”. Unità nella diversità. Un processo progressivo, in fieri: un noi che passa dal team stilistico alla comunità del marchio che ha indossato la collezione prima che fosse effettivamente svelata che è stata completata attraverso un’interpretazione individuale che ha reso, nella sua imprevedibilità, incontrollabile il risultato finale. Quello che ha mostrato, nei frammenti girati a Milano, Parigi, Londra, New York, Los Angeles, Detroit, Philadelphia, Asheville, Dakar, Shanghai e Tokyo, pezzi iconici tratti dagli archivi scomposti e ricomposti per caricarli, sostenibilmente, di nuovi significati. Come le parole che appaiono sui graffiti spennellati e scarabocchiati su soprabiti e abiti asimmetrici in canvas tagliati a vivo, riassemblati e, spesso, tenuti insieme da lacci di fortuna accompagnati da top ricavati da maglioni a righe sdruciti, canotte che non sono altro che costumi da bagno sforbiciati, bermuda sotto al ginocchio riempiti di tasconi, gonne gonfiate sartorialmente a corolla con volumi di Junya Watanabe-esca memoria e pantaloni dritti di pelle mixata al jeans sbiancato. Il non finito contamina anche gli accessori tra cui spiccano scarpe incollate su una suola spessa o borse percorse da zip extra lunghe. Cosa rimane? Un messaggio più diretto del solito: “Scoprire la fragilità come forza”, conclude il designer che le indiscrezioni vogliono in uscita dopo la chiusura della campagna vendita (e, magari, in entrata Carolina Castiglioni?). Anche Lawrence Steel, dallo scorso luglio, non è più associate creative director. Alla fine, rimane un interrogativo: questo esperimento non convenzionale riuscirà ad accendere il desiderio? Se favorisse il ricordo, non sempre facile virtualmente, sarebbe già una conquista.

Daniele S.

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