Maison Margiela haute couture autunno-inverno 2020-2021

Cos’è la haute couture moderna? Secondo John Galliano è un laboratorio sperimentale d’idee da sviluppare successivamente nel prêt-à-porter. E si percepisce chiaramente nel quarto e ultimo drop svelato a una settimana dalla chiusura della haute couture online in cui Maison Margiela racconta il processo creativo che ha condotto alla realizzazione dell’autunno-inverno 2020-2021 dell’Artisanal in versione co-ed. Per il video, intitolato acronimicamente S.W.A.L.K. (Sealed With A Loving Kiss) e girato dal fotografo britannico Nick Knight dopo la riapertura della sede in rue Saint-Maur, sono state impiegate telecamere di sorveglianza, videocamere termiche, droni, messaggi WhatsApp, chiamate Zoom, ricerche Google per seguire lo stilista di Gibilterra e il suo team in tutte le fasi di lavoro all’interno dell’atelier. Partendo dalle radici della maison, l’ispirazione, questa volta, è tratta dai ritratti di Giovanni Boldini di Gladys Deacon, nata a Parigi nel 1881 da genitori americani che divenne la seconda moglie del nono Duca di Marlborough dopo Consuelo Vanderbilt, declinati con il drappeggio bagnato delle sculture in marmo neoclassiche per creare abiti, usando la tecnica del circular cutting, dalla costruzione voilage che autocita dalla sua terza e quarta collezione, rispettivamente, Fallen Angels della primavera-estate 1986 e Forgotten Innocents dell’autunno-inverno 1986-1987. Ma non è tutto: in un’ottica di contaminazione, riprende l’etichetta bianca della linea Recicla, la versione moderna e sostenibile lanciata con l’autunno-inverno 2020-2021 di Replica usata dal fondatore per definire la riproduzione di pezzi vintage, che restaura e trasforma autentici capi sartoriali del guardaroba maschile ai quali conferisce l’energia dei Blitz-kids, i New Romantics della Londra anni ’80, come Kim Bowen, Steve Strange, Stephen Linard, Stephen Jones e Princess Julia che crearono look eccentrici dalle svendite di Charles Fox. Evasione nella limitazione rappresentata anche dall’Apache, la danza drammatica nata all’inizio del secolo scorso nella cultura di strada di Parigi, di cui snatura la severità delle uniformi, ma anche dai balletti di Nijinsky dai quali nasce la rivisitazione della scarpa Tabi. Sul finale, diventa protagonista un abito che, attraverso la rifrazione della luce, proietta lettere sul tessuto: una stampa virtuale da una frase di James Baldwin: “Not everything that is faced can be changed, but nothing can be changed until is faced”. Un messaggio molto attuale. Peraltro, in tempi d’incertezza si manifesta più che mai un desiderio di trasparenza e, come si legge nelle note, “una nuova coscienza chiarita dall’illuminazione del processo creativo e dai valori umani che rappresenta”.

Daniele S.

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