Lanvin primavera-estate 2021

La moda è ancora sogno? Parrebbe pensarla così Bruno Sialelli che ambienta la primavera-estate 2021 di Lanvin nel Palais Idéal du facteur Cheval, un’architettura naïf costruita alla fine dell’Ottocento da Ferdinand Cheval, un postino francese, situato nel paese di Hauterives, nel dipartimento della Drôme. Da una pierre d’achoppement in cui inciampò iniziò a immaginare un edificio, non abitabile, che, senza possedere nozioni d’architettura e di materiali, creò con le sua mani in 33 anni utilizzando circa 100000 pietre unite da malta e cemento con decorazioni che richiamano elementi antropomorfi, zoomorfi, fitomorfi e allegorici di 26 metri di lunghezza, 14 di larghezza e 11 di altezza per una superficie estesa su circa 350 metri quadrati. Un omaggio all’artigianalità e alla fantasia che anima anche le proposte del direttore creativo della maison controllata da Fosun, in un gioco di realtà e finzione, maschile e femminile che si alternano e si confondono. Il cortometraggio proposto sembra formato da scatti tratti da qualche editoriale che si susseguono cineticamente per svelare poncho geometrici, completi morbidi, polo di maglia e bermuda dai colori neutri uniti a turbanti, foulard e camicie in seta stampata con motivi di Erté, il pittore, scultore, disegnatore, illustratore, costumista e scenografo teatrale russo naturalizzato francese Romain de Tirtoff, uno dei massimi rappresentanti dell’Art Déco. L’eleganza couture degli anni ’20, epoca di massimo splendore dell’etichetta di rue du Faubourg Saint-Honoré, si ritrova nei dettagli di un guardaroba composto da guanti e bauletti, alternati a shopping bag più sbarazzine, che ripropongono il logo iconico di Jeanne e Marguerite Lanvin secondo una traduzione che, sui bottoni e sugli orecchini, richiama chiaramente il flacone di Arpège, la celebre fragranza che la madre fece creare nel 1927 per il trentesimo compleanno della figlia, ormai nota come Marie-Blanche de Polignac. Un ritorno alla longevità di un glamour senza tempo? Sicuramente, rivelano una visione identitaria più organica e strutturata rispetto alle prove precedenti. Ma, d’altra parte, se fosse possibile fare una correlazione tra passato e futuro, tra il primo dopoguerra e il post pandemia, ammettendo di arrivarci in tempi brevi, probabilmente, sarebbe un obiettivo a cui aspirare.

Daniele S.

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