Chanel haute couture autunno-inverno 2020-2021

“Occorrerà andare altrove. Occorrerà fare altro. Sono pronta a ricominciare”, diceva Coco Chanel a proposito della sua vita interconnessa, senza soluzione di continuità, con il suo stile. Un proposito che si è avverato numerose volte durante tutta la sua esistenza costellata di rinascite. Ora, anche la moda è di fronte a una svolta. Dopo la resort 2021, Chanel si trova a presentare virtualmente la haute couture per l’autunno-inverno 2020-2021 che Virginie Viard, al contrario delle prove precedenti, dedica più a Karl Lagerfeld, di cui è stata assistente dal 1987, che alla fondatrice. Una principessa romantica ed eccentrica che frequenta Le Palace indossando creazioni che esaltano, in modo lussuosamente e raffinatamente misurato, le preziosissime lavorazioni artigianali dei Métiers d’Art: i bijoux di Goossens la cui alleanza tra Gabrielle Chanel e Robert Goossens risale al 1953, i ricami di Montex e Lesage o le piume di Lemarié a cui, adesso, si aggiungono i filati di Vimar 1991, azienda piemontese di Carisio (Vercelli) della quale la maison di rue Cambon è cliente storica. I completi in tweed, allora, s’impreziosiscono di paillette, strass, pietre e perline mentre gli abiti, di tutte le lunghezze, in taffeta, velluto o pizzo si stringono in vita per aprirsi su gonne a corolla, arricchiti dalle croci cabochon e oro d’ispirazione bizantina che ritornano dalle stagioni scorse. Ad affiancarle, i gioielli delle collezioni Chanel Haute Joaillerie, alcuni dei quali rappresentano il leone in diamanti gialli, un riferimento al segno zodiacale di Mademoiselle. Tra gli accessori, solo décolleté bicolore strette sulla caviglia da nastri. Tradizione e modernità sono veicolate attraverso un brevissimo (forse, troppo!) video di Mikael Jansson dove Adut Akech e Rianne Van Rompaey svelano una selezione delle 30 proposte che vengono più ampiamente dettagliate negli scatti del lookbook inviato successivamente alle clienti nei vari continenti. L’identità, nuovamente, costituisce l’elemento paradigmatico e rassicurante malgrado la stilista, forse a causa del momento attuale, sembri voler rinunciare alla sua visione che reinterpreta il passato pur distaccandosene, almeno da quello più recente. Sogno o mercato? Se è chiaro che il secondo stava quasi inesorabilmente distruggendo il primo, consolante rimane il fatto che, nonostante la mancanza d’idee visionarie, non si possa affermare che la narrazione digitale lo stia uccidendo.

Daniele S.

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