Gucci autunno-inverno 2020-2021

Il fashion system è alla ricerca di nuovi format rappresentativi? Non è una novità, malgrado la sfilata sia ancora il veicolo privilegiato (e ambito). Un evento liturgico che, per l’autunno-inverno 2020-2021 di Gucci, diventa, però, esso stesso il protagonista. Dall’invito che, per l’occasione, è un messaggio vocale del direttore creativo Alessandro Michele inviato su WhatsApp, alla foto-indizio fino allo svelamento del backstage, che fa parte di una performance molto più ampia. “Il cinema che era proprio questo, era suggestione ipnotica, ritualistica, c’era qualche cosa di religioso, si usciva di casa, si parcheggiava la macchina in qualche posto, poi ci si incolonnava in un corteo, tutto il rituale: il biglietto, la tenda che si apriva, la mascherina, guardar la platea mezza illuminata, riconoscere degli amici, poi questa luce che si attenua, lo schermo che si accende e comincia la rivelazione, il messaggio. Un rituale antichissimo di sempre, insomma, che ha cambiato forma e modi, ma era sempre quello. Sei lì per ascoltare”. La voce di Federico Fellini, inconsapevolmente, spiega ciò che va in scena all’interno del Gucci Hub di via Mecenate: non è più importante l’abito (le proposte sono realmente visibili solo durante il finale), quanto il pensiero che lo ha generato. Diventando pubblica, la preparazione si espone alla traduzione quando non al giudizio. E sarebbe già una conquista se, almeno, fosse in grado di stimolare interrogativi. S’intravedono, comunque, sotto un metronomo luminoso, cappotti grembiule bordati di pelo, giacche check, maglioni girocollo striminziti, cardigan oversize sdruciti, camicie piene di ruche, pantaloni di velluto, jeans strappati, gonne a pieghe, sottovesti di pizzo fermate da harness (di McQueen-esca memoria), calzini e guanti centrino logati, sandali due occhi con platform, sneakers dalle borchie spuntate, la nuova Gucci 1955 Horsebit e maxi croci di cristalli. “Una processione di epifanie”, si legge nelle note, sospese sull’improbabile un po’ cinematografico tipico della poetica senza tempo dello stilista. “Una macchina da presa, degli amici attorno disposti ad aiutarmi, una troupe, una troupe straordinaria, una troupe proprio di circensi, di quelli che mentre montano il circo fanno spettacolo, ugualmente lo fanno mentre lo smontano e già stanno partendo e anche la partenza diventa spettacolo è, dicevo, forse una dichiarazione d’amore al cinema, forse un pochino troppo privata, forse narcisistica, ripeto, spudorata, senza limiti, ma comunque è quello che ho fatto”, continua Fellini quando la celebrazione volge al termine. Un elogio alla creatività? Magari, come mi ha fatto notare un amico (riconoscersi nelle interpretazioni è confortante!), somiglia a una metafora più o meno esplicita della moda. Che gira come la pedana, tra ciclicità e caducità. Arriverà il momento del rinnovamento?

Daniele S.

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