Chanel haute couture primavera-estate 2020

“M’immaginavo vestita d’un abito di panno bianco”, ricorda nel 1946 Coco Chanel mi(s)tificando d’essere stata cresciuta da due zie arcigne, cugine della madre morta, Jeanne, invece che dalle madri severe che l’accolsero per spirito di carità ad Aubazine, monastero romanico del XII secolo fondato da Saint-Étienne d’Obazine nei pressi di Brive sulla soglia del quale, nel febbraio del 1895, fu abbandonata ferocemente e traumaticamente, a 12 anni, dal padre Albert, venditore ambulante dall’animo molto libertino. Non lo rivedrà mai più arrivando a inventare, per giustificarlo, che una sua presunta fortuna fatta negli Stati Uniti gl’impedisse il ritorno e mantenendo come unico ricordo un abito bianco di organza, pizzi, rouche e un velo lungo fino a terra che le inviò per la prima comunione. Virginie Viard, per la haute couture primavera-estate 2020, rispolvera l’infanzia povera, solitaria e infelice di Mademoiselle, che, con vergogna, mai dimenticò e, con frustrazione, negò fino alla vecchiaia. Suo malgrado, d’altra parte, modellò segretamente la sua personalità e la sua estetica. Quando la più terribile delle perdite si trasformerà nel più auspicato successo, ancora, però, lontano da venire. L’austero splendore di quello che nel 1860 diventò l’orfanotrofio femminile diretto dalla Congrégation du Saint-Cœur-de-Marie rivive adesso nella riproduzione, all’interno del Grand Palais, dei suoi giardini pieni di fiori profumati, della sua fontana centrale in pallida pietra e delle lenzuola, lavate con sapone da bucato e stese all’aria, odoranti di pulito. In passerella, l’uniforme diventa identitaria nei cappotti in tweed con i colletti che richiamano i grezzi e irregolari mosaici, costituiti di antiche pietre di fiume disposte in geometrici segni simbolici, dei pavimenti ben noti alle bambine che sostavano, quotidianamente, nella galleria che collegava il dormitorio alla cattedrale, nei tailleur iconici dai volumi morbidi sui quali spiccano i cerchi ondulati delle vetrate incolori, dove le armature di piombo assumevano strane forme, alcune somiglianti addirittura a due C intrecciate, da abbinare a bluse candide di cotone o, infine, nei grembiuli plissé con coprispalle o sopragonne di tulle decorato a fiori di paillette. Ai piedi allacciate bicolor o mocassini dalla punta in vernice con il calzino in seta risvoltato adatte a un educanda o una comunanda che, come la fondatrice al tempo, si nutre di romanzi d’amore scadenti. Un elogio solenne alla semplicità di linee esageratamente pulite per una collezione che Karl Lagerfeld, sicuramente, non avrebbe mai disegnato. Sarà abbastanza per conquistare le clienti milionarie che amano follemente la maison di rue Cambon?

Daniele S.

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