Marni autunno-inverno 2020-2021

Il riciclo è davvero il nuovo orizzonte della sostenibilità? Considerando la quantità di pezzi prodotti ogni stagione che, nella peggiore (o migliore, a seconda dei punti di vista!) delle ipotesi, rimangono invenduti diventa difficile crederlo. E la risposta attuale, nonostante gl’innumerevoli tentativi e il sostegno al recupero che anche gli stilisti, ultimamente, sembrano accordare, è ancora ben lontana da un ideale azzeramento degli sprechi. Cosa rimane da fare, allora? Scardinare un sistema che, ormai, non risulta più sufficientemente rappresentativo di un mondo che corre troppo veloce, dove le proposte, dopo essere state svelate, diventano subito istantaneamente e inesorabilmente sorpassate. Francesco Risso, quindi, per l’autunno-inverno 2020-2021 di Marni, prova ad allontanarsi ulteriormente dai datati rituali della moda e immagina una formula di presentazione diversa optando per una performance rallentata, coreografata da Michele Rizzo, artista italiano multidisciplinare, nato nel 1984, che ha studiato presso il SNDO (School for New Dance Development) di Amsterdam. Uno spazio ideale ispirato al racconto La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe in cui il principe Prospero e i suoi amici si isolano in un palazzo per sfuggire al morbo (della modernità!). Non sono solamente i tessuti a dover essere preservati e riutilizzati, bensì i capi stessi o parti di essi che, unendosi, possono generare, in una metamorfosi di forme diverse, combinazioni nuove e inaspettate: “ibridi spiazzanti”, come vengono definiti nelle note della sfilata, composti, quasi magicamente, da “un repertorio di archetipi vestimentari, oggetti trattati come persistenze della memoria, assemblati tra loro come avanzi”. Così, tutto è troppo largo o troppo stretto, in un abbinamento, apparentemente casuale e distratto, di cappotti che sembrano essere consumati se non tagliati e modificati attraverso inserti a contrasto, completi scoloriti da abrasioni, perfecto usurati, maglioni e camicie talmente lunghi da diventare abiti, canotte, polo e t-shirt, al contrario, smilze dalle stampe ipnotiche e pantaloni visibilmente oversize. Il tempo, in questo caso, diventa una variabile importante, non soltanto in riferimento all’obsolescenza stagionale, ma altresì come spunto di riflessione. Passato e futuro sono correlati al presente in un sillogismo di causale responsabilità sul quale, adesso, imperativamente e inderogabilmente bisogna rivolgere l’attenzione. Non ci si può più limitare a una derubricazione degli effetti. Frammenti di un’eleganza non convenzionale che, però, richiamano paradossalmente, più di altre volte, l’identità concettuale del marchio che fa capo a Otb-Only the brave. La trasformazione sarà l’unica possibilità di rinnovamento rimasta?

Daniele S.

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