Chanel Paris-31 rue Cambon Métiers d’Art 2019/20

“Ecco perché la rue Cambon è stata per trent’anni il centro del gusto. Avevo ritrovato l’onestà e, a mia immagine, avevo reso onesta la moda”, diceva Gabrielle Chanel riferendosi alla famosa strada parigina in cui è nato, si è consolidato ed è stato perpetuato il suo stile. Quella che fa da sfondo al suo santuario, situato al numero 31, dove si trasferì quando nel 1919 abbandonò il 21 avendo bisogno di locali più ampi. Successivamente, nel 1927, li rinnovò riempiendoli di specchi che nel suo gioco moltiplicano le immagini all’infinito. Anche sul tanto celebrato scalone, semplicemente ornato da una rampa in ferro battuto dal disegno geometrico e da una moquette beige, colore tanto amato da Mademoiselle Coco. Lo stesso ricostruito all’interno del Grand Palais, che ha fatto da cornice alla collezione Paris-31 rue Cambon Métiers d’Art 2019/20 di Chanel, anticipata di un giorno per il preannunciarsi dello sciopero generale che coinvolge dai ferrovieri agl’insegnanti, dagli avvocati ai poliziotti per protestare contro i progetti di riforma del sistema pensionistico francese. E lo stesso che conduceva all’appartamento della fondatrice (malgrado lei vivesse al Ritz), riprodotto altrettanto fedelmente, con i suoi chandelier di cristallo, i libri rilegati, i paraventi di Coromandel, il divano di pelle di daino naturale, le poltrone basse in legno dorato, il tavolo laccato su cui sono adagiate delle scatole di vermeil con lo stemma dei Westminster, i mazzi di spighe di grano dorate e gli animali, disposti in coppia, come la scimmia raggomitolata perché provocata da un leone. D’altra parte, Virginie Viard, alla prima prova nella pre-fall creata da Karl Lagerfeld per celebrare il savoir-faire francese, raccolto nella divisione Paraffection e formato da realtà artigianali con le quali collaborava già la stilista, ripropone tutti i codici emblematici della storica maison. Così, i bottoni gioiello impreziosiscono i cappotti boxy, il bianco e nero rendono essenziali i completi, le catene bordano le giacche di tweed in colorazioni elettriche dégradé abbinate a pantaloni à la garçonne o diventano cinture, le camelie ricamano i bomber, il matelassé definisce i blouson metallizzati, le perle arricchiscono i bolero di tulle, gli abiti in chiffon si riempiono di piume e disegnano la doppia C iconica, le costellazioni di diamanti che Chanel e Iribe decisero di esporre nel 1932 al 29 di rue du Faubourg Saint-Honoré o il mitico profumo N°5. Proposte democratiche che possono essere apprezzate trasversalmente da generazioni diverse di donne. Facilmente indossabili. Del resto, non è questo il fine più autentico della moda?

Daniele S.

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