Balenciaga primavera-estate 2020

La moda vuole entrare nelle stanze del potere? Demna Gvasalia, infatti, per la primavera-estate 2020 di Balenciaga, ricrea all’interno de La Cité du cinéma un immaginario parlamento colorato di un blu che somiglia a quello della bandiera dell’Unione Europea. Il tentativo quello di formulare un inedito power-dressing partendo da immagini archetipiche dell’umanità contemporanea (quella la cui conoscenza del gusto, probabilmente, ha decretato il successo della griffe francese) che sembrano strappate da un qualunque paesaggio metropolitano. Una quotidianità stereotipata, come di consueto, di cui si diverte a sovvertire le regole cercando, in questo caso, di nobilitarla per fornire un’interpretazione inaspettata. O, perché no, suggerire un possibile sviluppo di un presente più o meno piacevole, costruito su una spirale di ossessioni, sul quale gli stilisti hanno il dovere di ragionare. In passerella, in versione co-ed, s’alternano cappotti o giacche boxy e pantaloni over all’inizio e smilzi come leggings verso il finale, abbinati entrambi a camicie botton-down, abiti ampi e plissettati dalle spalle strutturate e dal collo infiocchettato riempiti di stampe che sembrano manifesti pubblicitari, copertine di riviste di gossip o pois bon ton e tutine animalier in paillette, spolverini dall’effetto stropicciato, giubbotti sportivi dalle geometrie tridimensionali ancora più esagerate delle scorse stagioni, completi tipo jeans, tute da ginnastica che scoprono il pied-de-poule della tradizione o da motociclista con il logo che, nell’epoca di internet, diventa iterattivo, indossate sulle sneakers Tyrex. Una fiera dei contrasti che disegna quella che, secondo il creativo georgiano, potrebbe diventare la nuova uniforme di “dottori, avvocati, galleristi, ingegneri e anche modelli professionisti”, i cui nomi si leggono nelle note. Cosa rimane, però, di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e dell’essenziale costruzione volumetrica? Forse, le proposte finali dalle forme a campana le quali, una volta rimossa la crinolina, possono essere, almeno così viene assicurato, perfettamente portabili. Ma anche lo stimolo avant-garde, già modellato nella street-couture da Nicolas Ghesquière, al timone stilistico dal 1997 al 2012. Dopo l’uscita di Demna Gvasalia dal collettivo Vetements, fondato nel 2014 con il fratello Guram, però, questa collezione sembra essere di riflessione: riprende i bestseller di cui è come se volesse testare la longevità. Il nuovo lusso partirà dalla rilettura dello Zeitgeist? O, più pragmaticamente, dalla costruzione di nuove identità?

Daniele S.

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