Gucci primavera-estate 2020

Qual è il potere della moda? Sicuramente, si spera, quello d’influenzare il gusto alla luce delle metamorfosi sociali del momento. Con il rischio, però, d’imporre nuove divise che finiscono per diventare un’altra normatività. L’auspicio, al contrario, sarebbe che proponesse uno spazio di autodeterminazione che, abolendo lo stereotipo e preservando la diversità, suggerisse un sistema di possibilità e alternative per opporsi, usando le parole di Michel Foucault, all’omologazione della biopolitica. In chiusura della fashion week milanese, allora, Alessandro Michele punta su forme di soggettivazione, espressioni della personalità individuale, in grado di resistere a quella “microfisica di poteri” che plasma e controlla molecolarmente il presente. All’interno del Gucci Hub di via Mecenate, convertito in un non luogo asettico con file di sedute in plastica bianca e un nastro trasportatore simile a quello degli aeroporti, per la primavera-estate 2020 di Gucci, ai detenuti psichiatrici che scorrono come automi in uniformi costrittive (non in vendita!) di Margiela-esca memoria che rappresentano le interdizioni di una società disciplinare sostituisce, seguendo un ardito e sottile gioco cortocircuitato di opposti, individui i quali, liberatisi da tutti i dispositivi incatenanti, vogliano autoaffermarsi creativamente. Sulla passerella, sempre in versione co-ed, i capi spaziano, nella consueta fluidità dimorfica, tra maxi cappotti, trench, completi sartoriali con pantaloni asciutti o gonne a matita con lo spacco, abiti sottoveste, talvolta logati, bordati in pizzo e tuniche plissé scollate che, quando non sono trasparenti, brillano di paillette o cristalli. Diventeranno must-have gli occhiali da sole arricchiti da una catena che diventa una collana, le cartucciere portarossetto, i guanti di lattice e il perverso frustino che ammicca alla tradizione equestre della maison della doppia G. Un approccio intenso alla sessualità quasi orgasmica, più per lei e, purtroppo, meno per lui che richiama, maggiormente rispetto al passato, l’era di Tom Ford e bilancia la minore presenza di stampe con le onnipresenti scritte Gucci Orgasmique, Gucci Eterotopia e Kitten. Pur mantenendo il metodo di raccogliere ispirazioni da culture ed epoche diverse, in questo caso, gli anni ’70 e ’90, lo stilista sceglie la semplificazione scoprendo invece che coprendo, rendendo, con la sottrazione e senza la stratificazione, il significato facilmente comprensibile. Capacità trasformativa o calcolata discontinuità? La reazione a un futuro distopico o soltanto un catalizzatore per fatturati che non potevano crescere all’infinito?

Daniele S.

Back to top