Marni primavera-estate 2020

La moda sta diventando davvero sostenibile? Se, ogni anno, la produzione dei capi genera il 4% dei rifiuti solidi globali per il settore è giunto il momento di dare un contributo significativo al problema con l’attivazione di nuovi cicli di trasformazione. Marni, con la primavera-estate 2020, secondo atto di quello andato in scena lo scorso giugno, lo fa a modo suo: dalle bottiglie raccolte dal mare è nata una giungla di palme le cui foglie, si legge, “che si piegano nel vento fino a creare un tetto” su griglie di diverso colore sono di plastica riciclata che cresce da steli di cartone fatto di legno, pasta meccanica, fibra di cellulosa e abiti vecchi. Sullo sfondo dell’installazione creata dall’artista Judith Hopf, intitolata A jungle goes through the ceiling, gli ospiti seduti su sgabelli di legno che sembrano tronchi, prendono parte alla celebrazione del “potere delle nuove idee e un’idea di moda che combatte per la coscienza di un tipo di bellezza che possa trascendere i limiti”. Francesco Risso, direttore creativo del marchio, questa volta, punta su parka e giubbotti in pelle di recupero, maglioni in cotone organico, abiti in satin lucido scomposti e ricomposti, tagliati a vivo e assemblati anche attraverso nodi di fortuna, architettonicamente costruiti o sapientemente drappeggiati secondo forme che sono sempre curve, quasi a riprodurre graficamente il riciclo. Spennellati a mano fino a diventare pezzi unici, giocano con le sovrapposizioni quando sono ricoperti da reti che sembrano lavorate a maglia o spuntano sottogonne a corolla che, ricordando molte creazioni di Junya Watanabe, possono gonfiarne sartorialmente i volumi. “È uno studio sulla metamorfosi, in una frenesia di stampe pennellate che avvolge tutto come una giungla che ingoia corpi e silhouette trasformando gli abiti in bozzoli”, scrive ancora lo stilista sulle note. Degni di nota gli accessori, soprattutto, le infradito con il tacco capovolto per sollevare il tallone dalla suola o borse che diventano secchi e ceste da raccolto. Qual è, dunque, il messaggio? Suggerire più o meno velatamente che grazie al riutilizzo sarebbe possibile consumare meno proponendo, comunque, qualcosa d’innovativo? Se fosse così, tra i nuovi cicli di trasformazione possibile ci sarebbe quello della concretizzazione dell’immaginazione. Una coniugazione che, nel caso, risulterebbe quasi perfetta.

Daniele S.

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