Bottega Veneta primavera-estate 2020

L’immediatezza è diventata un imperativo? Dopo la scomparsa del concetto di tendenza, adesso è il momento anche dell’abolizione delle categorie in favore di un interesse della moda verso l’individualità, maschile o femminile che sia. È questo il percorso intrapreso da Bottega Veneta che, da una stagione, ha affidato a Daniel Lee il difficile compito di risollevare il marchio del gruppo Kering che, pur avendo evidenziato un secondo trimestre positivo, ha registrato nella prima metà dell’anno una flessione del 3,8% attestandosi a 549 milioni di euro. Per la primavera-estate 2020, andata in scena su una passerella in cui una lastra di plexiglass proteggeva la riproduzione sottostante del macro intrecciato, diventato iconico, all’interno di una tensostruttura situata nella cornice del Palazzo del Senato, prosegue nel tentativo di definire sempre più compiutamente l’identità del nuovo corso, iniziato con l’autunno-inverno 2019-2020, attraverso l’introduzione di codici di riferimento, attitudine che si era persa negli ultimi anni della direzione creativa di Tomas Maier, durata 17 anni. Una visione coerente quella dello stilista inglese che alla sperimentazione preferisce il recupero delle proposte che hanno riscosso successo e, magari, ammorbidendole per renderle meno estreme. Sfilano, allora, co-ed completi sartoriali formati da giacche dalle spalle importanti con il taschino chiuso da una ormai riconoscibilissima pattina a triangolo (come le fibbie delle cinture) e bermuda da boxeur, comodi e stretti in vita da una coulisse, indossati su maglieria ultraleggera decostruita con tagli ergonomici e con maniche extra long per lui che si traduce in tubini aderenti per lei alternati ad abiti illuminati da mosaici di cristalli da portare sotto anorak multitasche in pelle, talvolta, arricciata in vita. Tutto monocromatico a eccezione dei top stampati che si annodano come foulard. Non mancano gli accessori, vera anima della griffe: micro e macro intrecciato per pouch clutch dalla chiusura in legno laccato e hobo bag impreziosite anche da catene gioiello, sandali matelassé e décolleté specchiate. Un lusso disinvolto potenzialmente in grado di attrarre trasversalmente un pubblico eterogeneo. Perché la personalizzazione inclusiva potrebbe, davvero, essere la nuova frontiera ambiziosa da raggiungere.

Daniele S.

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