Può la moda interpretare le tendenze autodistruttive dell’essere umano? Sembrerebbe pensarlo Rei Kawakubo con l’autunno-inverno 2019-2020 di Comme des Garçons, la sfilata più enigmatica di Parigi considerati i pochi indizi per aiutarne la decodifica: “A gathering of the shadows. Many small shadows come together to make one powerful thing”. Il pensiero della stilista giapponese ritorna a farsi manifesto attraverso creazioni scultoree che riflettono il malessere attuale: le luci evidenziano la complessità delle straordinarie costruzioni di corazze di neoprene chiuse da cinghie dall’aspetto quasi medievale che, talvolta, comprendono cappucci monacali borchiati a incapsulare abiti di pizzo o di ruche di taffeta molto sensuali e delicati, coprispalle sfrangiati che ricordano alghe imbrattate di petrolio, top che sovrappongono reti somiglianti a una gabbia, giacche sartoriali decostruite e gonne a palloncino come bombe inesplose o formate da strisce di eco pelle volumetricamente strutturate. Bretelle che diventano gilet sono decorate con appendiabiti, cherubini o fermaporte d’ottone, come se fossero medaglie al valore. Di cosa? Di quale guerra? Ormai, non è più un mistero per nessuno il fatto di vivere in una società in cui la crescita esponenziale della violenza si accompagna a una necessità legata alla corsa agli armamenti che non è minimamente interessata al conseguente disastro ambientale. E sono pericoli concreti in qualunque parte del mondo. Chi vince di fronte a tutto ciò? La scelta di uomini o, in questo caso, di donne che reagiscono. Perché quelli in passerella non sono solamente capi da indossare, peraltro, più portabili del solito, ma un impegno da assumere. Un segno di speranza? Forse, come quello del finale in cui le donne, disposte in cerchio, sembrano quasi voler esorcizzare le paure. Magari, quelle ombre, secondo una riflessione femminista, sono figure femminili che la società tende a spersonalizzare e che, invece, unendosi possono creare veramente qualcosa di potente. Come questo messaggio.

 

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