Christian Dior autunno-inverno 2019-2020

Cos’è un direttore creativo? Una figura che sta subendo una mutazione più profonda di quanto non siano, ormai, i cambiamenti della moda. Tra i sei stilisti che, nella loro individualità, hanno disegnato per Christian Dior, Maria Grazia Chiuri, l’unica donna finora, ha sempre affermato di essere, sostanzialmente, una curatrice degli archivi con il compito d’interpretare e trasporre i codici storici secondo un’estetica contemporanea. Per l’autunno-inverno 2019-2020, ritorna agli anni ’50 e, più precisamente, alla sottocultura inglese dei fermenti giovanili nel decennio che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale. Una coincidenza che, al momento, sia in corso la mostra “Christian Dior: Designer of dreams”, fino al 14 luglio 2019, all’interno della Sainsbury Gallery del Victoria&Albert Museum di Londra, con il supporto di Swarovski, dov’è presente una sezione dedicata al legame che il couturier ha avuto con il Regno Unito? La designer italiana, però, sceglie moderne Teddy Girl per raccontare il suo approccio alla femminilità che, nell’insistente rivendicazione femministica delle proprie istanze, talvolta, potrebbe risultare artificiosamente corporativistico o pregiudiziale se accompagnato da un già visto rimaneggiamento dello sportswear e delle linee da principessa. A rappresentarle è l’artista concettuale Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli Menna che, negli anni ’70, ha assunto un nome maschile per protestare contro un sistema di privilegi riservato solo agli uomini: a lei, a cui sarà dedicata la mostra “The Unexpected Subject” dal 4 aprile ai Frigoriferi Milanesi, sponsorizzata dalla griffe francese, è stato chiesto di realizzare, con il suo alfabeto, la location della sfilata fuori dal Musée Rodin. Ma non è tutto: parla di fratellanza come condivisione d’intenti attraverso la stampa sulle t-shirt dei titoli dei libri della poetessa femminista americana Robin Morgan (Sisterhood is global, Sisterhood is Forever e Sisterhood is Powerful) da abbinare a giacche spalmate che ricordano quelle in pelle nera create da Yves Saint Laurent per Dior, la versione femminile del giubbotto dei Teddy Boy, completi dalle forme edoardiane che sembrano il tailleur Bar sopra camicie con il fiocco e gonne a pieghe strette in vita da cinture alte in cuoio come piccoli corsetti, tute matelassé, plaid check sfrangiati che diventano cappotti, abiti in toile de jouy, anche di jeans, costellati di palme. Giovani donne libere che urlano la propria necessità di liberarsi dagli stereotipi. Ma è ancora necessario? Apparentemente sì!

Daniele S.

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