Costruzione o rappresentazione? Di un brand o di un’estetica? Se Gucci ha archiviato il 2018 passando da 6,2 miliardi di euro del 2017 a 8,3, +33,4%, un motivo ci sarà. La domanda più scontata, quindi, sarebbe: di cosa ha bisogno il consumatore? E la risposta non potrebbe non orientarsi verso una doverosa riflessione sull’abito e la sua funzione. Riconoscimento? Di se stessi o di quello che si vorrebbe essere? Alessandro Michele cita Hannah Arendt che, nelle note della sfilata per l’autunno-inverno 2019-2020, “ci ricorda che siamo persone nel momento in cui scegliamo la maschera attraverso cui ci mostriamo sul palcoscenico del mondo”. E cosa accade con un capo d’abbigliamento? Può essere un “mezzo attraverso cui dare diritto di cittadinanza al nostro divenire molteplice”? Non c’è che l’imbarazzo della scelta nelle proposte di un guardaroba che, come sempre, esaltano l’annullamento delle differenze di genere. Del resto, la maschera (non in vendita!), che ricopre parzialmente o totalmente i volti in lacrime, è fatta anche per questo. O, al contrario, per definire il proprio ruolo. Considerando, infatti, che in latino la parola “maschera” si traduce con “persona”, si può dire che sia più rivelatrice di quanto si creda. Allora, sulla passerella a specchio illuminata da oltre 120 mila lampadine a led all’interno del quartier generale di via Mecenate, le identità si confondono e si contaminano tra cappotti incompiuti con imbastiture bianche a vista, completi sartoriali composti da giacche strutturate e pantaloni ampi, anche in raso matelassé, dalla vita altissima, stretti sulla caviglia con dei lacci per lui o dal punto vita segnato per lei da indossare su camicie di pizzo con jabot o fiocchi. Abiti e gonne plissettati in tessuti luminescenti o animalier si abbinano a cavigliere gioiello che richiamano il teatro greco antico, ginocchiere logate dall’animo sporty, collari, bretelle e scarpe borchiate il cui cambio si porta a mano. Una collezione più diretta e reale del solito che, paradossalmente, nella molteplicità di riferimenti evocativi, non ha bisogno di ulteriori sovrastrutture. Come il messaggio dello stilista che, paventando un pericolo concreto che per la cultura nella società attuale, ribadisce l’importanza dell’individualità. E se la maschera, usando le parole di Arendt, “non a caso si compone di due superfici fatte della stessa materia, l’una concava e l’altra convessa, adagiate l’una sull’altra”, lo stesso deve avvenire nella ricerca dell’abbinamento con i vestiti. L’unica sintesi perfetta che conta.

 

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