La moda ha bisogno di normalità? Se è una domanda che gli osservatori attenti si sono già posti durante la fashion week di Londra, adesso, è tornata prepotentemente anche al termine della sfilata di Jil Sander per la primavera-estate 2019 disegnata, per la terza volta, da Lucie e Luke Meier. Inedita la location scelta dal duo stilistico (non saranno i soli in queste giornate milanesi!) che hanno puntato sugli spazi industriali della ex fabbrica di panettoni Cova, già utilizzati per gli eventi dell’ultimo Salone del Mobile, ma non ancora per le passerelle, situati nella periferia nord di Milano, recentemente ribattezzata Nolo (North of Loreto). Sperimentazione che, in un gioco di contrasti, bilancia l’inclinazione conservatrice che sta contagiando il fashion system dopo quella reazionaria dello street style secondo il quale, ultimamente, sembrava essere messa al bando qualunque forma di eleganza. Quanto, però, questa lotta contro l’entropia contemporanea non condurrà verso una nuova forma di omologazione? Per ora, non è dato saperlo anche se, in un momento in cui anche l’interesse del consumatore sembra anestetizzato, la necessità di trovare un nuovo equilibrio è diventata sempre più pressante. In questo caso, i Meier riprendono le variazioni dell’uniforme, perfettamente amalgamate con il menswear , presentato lo scorso giugno (pare che abbiano abbandonato la formula co-ed), lavorando sui capisaldi del brand tedesco fondato nel 1973: la camicia sportiva maschile, allora, si trasforma in abito o ne costruisce parte di esso, nei colli alla coreana o i maxi polsini, mentre quelli in maglia osano uscire dalla monocromaticità delle tuniche coordinate ai pantaloni o alla gonna a pieghe che s’indossano su infradito dalle zeppe altissime e con borse rigorose di tutte le forme e grandezze. Una divisa urbana, che sembra una corazza difensiva, nonostante la concessione al rigore militare di una libertà sportiva riecheggiata negli anorak tecnici. Un neoconformismo che, paradossalmente, regala alle proposte la possibilità di essere diluite, a seconda delle esigenze, nel guardaroba personale. Rimane una perplessità, quella legata al fatto che in un mondo caratterizzato da un dualismo generale in qualunque visione, ormai, l’imperativo è quello di fornire un punto di vista forte. Quello che all’etichetta, purtroppo, ancora manca.

 

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