La moda è morta? Probabilmente, quella che doveva rinnovarsi ogni stagione (Memento Mori?), che attribuiva i ruoli e definiva le occasioni o che allineava il consumatore attraverso il gioco sleale delle tendenze. Alessandro Michele sradica impietosamente ogni certezza rimasta nella cruise 2019 di Gucci che ha sfilato nello scenario gotico della necropoli romana di Alyscamps, i Campi Elisi di Arles, menzionati nel canto nono dell’Inferno ne La Divina Commedia e diventati, poi, una Promenade e un museo a cielo aperto: tutto è annullato, il tempo, il dettaglio e il sesso, è confuso, la vita e la morte, il vero e il falso, il giusto e lo sbagliato. Tutto sfugge a qualunque possibilità di catalogazione in un’orgia di libertà che disorienta moltiplicandosi negli specchi, sfumando nelle nuvole di fumo dei candelabri di ferro pieni di ceri e bruciando nelle fiamme a margine della passerella che cancellano l’omologazione, ma non la memoria. Ogni esigenza di un’affermazione identitaria lascia spazio alla creazione di un pluralismo che accosta vedove vittoriane che vanno al cimitero e adolescenti rock’n’roll che citano Billy Idol, sovrappone, in un dualismo Francia-Italia, fantasie tappezzeria di Antoinette Poisson o disegni ripresi dalle porcellane di Richard Ginori a scritte in latino o versi di Dante Alighieri, stratifica vestaglie da camera a quadri che rimandano all’eleganza dell’aristocrazia British o tailleur bordati di gros-grain con jeans animalier o pantaloni in vinile accessoriati con superflue fibbie metalliche, unisce sacro e profano nelle cattolicissime croci gioiello e cappe da sacerdotesse insieme a grandi occhiali bicolori che potrebbero essere indossati da Elton John (guest star per l’occasione) e corsetti da zombie che riproducono gabbie toraciche. Abiti da sera sembrano costumi di scena, convivono con sneakers usate dall’animo street e borse a palla in pelle borchiate che diventano armi offensive e anticipano la sposa fantasma del finale. Come spiegare questa funambolica collezione che, secondo i detrattori, non proporrebbe esteticamente nulla di nuovo? O il successo nelle vendite? Attraverso la capacità da parte dello stilista di formulare un racconto d’immagini (il veicolo post-moderno più efficace) dal fascino contagioso che non hanno bisogno di giustificazioni in cui l’oggetto del desiderio, attraverso una consapevole operazione di appropriazione culturale, è in grado di decontestualizzarsi e contaminarsi in un mondo sempre più trasversale. Una riflessione sul fatto che il valore non risiede più nella novità, ma nello sviluppo di ciò che diventa iconico: come lo Chateau Marmont di Hollywood. Quando l’immaginario supera la fantasia.

 

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