La desemantizzazione dell’abito può essere la nuova frontiera della moda? In altre parole, si può costruire un guardaroba nuovo utilizzando capi basici, quelli che un uomo riterrebbe assolutamente necessari? Si direbbe di sì guardando l’autunno-inverno 2018-2019 di N°21, disegnato da Alessandro Dell’Acqua, che ha sfilato nell’headquarter di via Archimede: ai bomber di nylon e ai cappotti in panno leggero, infatti, viene abbinata maglieria jacquard composta da un mix di lane diverse, spesso abbottonata in maniera sbagliata, camicie in patchwork di tartan e pantaloni di velluto. A rompere il classicismo, anche dei materiali, il lavoro sui volumi, sulle maglie accorciate che presentano stampe souvenir di motel di un immaginario viaggio americano, che campeggiano anche sulle camicie stropicciate, pantaloni comodi e stretti da una coulisse che ridefiniscono la silhouette e i boots che spaziano dalla pelle al cavallino con la suola running, coordinati ai marsupi logati da portare in vita o a tracolla. Alle proposte, coerentemente accomunate da un nastro sottile che stringe i colli delle camicie, fa eccezione un total look di denim bleached che sottolinea, se ce ne fosse bisogno, l’aspetto rilassato che caratterizza l’estetica maschile dell’etichetta. L’uomo sta cambiando? Probabilmente, per il consumatore, non è più necessario affidare agli abiti un messaggio preciso quando, attraverso un cambiamento di prospettiva, si può agire sulla contemporaneità in modo più diretto. Soprattutto, quando ci si avventura alla scoperta di una società multiculturale. Ci sarà riuscito lo stilista napoletano? La strada è tracciata, come quella della sua cifra creativa che si arricchisce di stagione in stagione: essere street, dopo tutto, non dev’essere letto solo come un modo di vestire, ma come spirito. Sicuramente, attraverso l’imperfezione, il pensiero potrebbe risultare meno filtrato e più emozionale.

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

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