Se ogni rottura è sempre accompagnata necessariamente da un’evoluzione, quanto è conveniente distaccarsi, comunque, dal passato? Rimarrà sempre qualche frammento che opportunamente riassemblato consentirà la sperimentazione di nuove possibilità, magari, mai pensate precedentemente, o, se non altro, che possano essere aderenti al mondo circostante. E se la svolta di Burberry è coincisa con il passaggio alla formula see now-buy now (quella da cui Tom Ford ha, invece, preso le distanze) che ha iniziato a dare risultati positivi, considerando la crescita del 13% relativa al primo trimestre dell’anno, chiuso il 30 giugno scorso, con ricavi che ammontano a 478 milioni, il cambiamento non si ferma qui. Come dimenticare, ad esempio, la collaborazione della griffe britannica con Gosha Rubchinskiy, designer e fotografo russo il cui marchio, in ascesa, orbita nell’universo Comme des Garçons? La reinterpretazione, in chiave urban, del motivo check sembra quasi essere il punto di partenza anche di Christopher Bailey. In un mondo in cui le linee di confine sono sempre più sfumate, dove high e low, formalwear e sportswear si confondono, lo stilista cerca, però, di non dimenticare l’identità nazionale rappresentata, all’interno della mostra “Here We Are”, in scena su tre piani alla Old Session House, nelle foto di Dafydd Jones, Bill Brandt, Brian Griffin, Shirley Baker, Jane Brown, Martin Parr, Jo Spence, Ken Russell, Charlie Phillips, Karen Knorr, Janette Beckman e Andy Sewell: un ritratto sociale senza barriere del Regno Unito. E, identicamente, nello show co-ed della September collection, divise diventano abiti o camicie anti-pioggia vengono accostate a maglioni patchwork, pantaloni della tuta, calzini argyle, maxi borse, gioielli spaiati e cappellini da baseball. Probabilmente, nulla di nuovo, ma per scrivere il futuro bisogna aver ben chiaro il presente. In attesa del prossimo passo.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Comments are closed.