Non c’è niente di più contemporaneo della rielaborazione del workwear e non ci sono più molti marchi in circolazione che non abbiano all’attivo almeno una collaborazione. Ci si potrebbe chiedere: dov’era tutto questo ieri? Pensare di proporlo sarebbe stato considerato avanguardia? Junya Watanabe, invece, potrebbe rivendicarne la paternità insieme al suo contributo all’introduzione del concetto di normalità, sottolineato, ancora una volta, nella collezione Man per la primavera-estate 2018 svelata al Lycée Jacques Decour: 48 sono i pezzi nati insieme a Carhartt, alcuni creati dal designer giapponese e sottoposti a trattamenti speciali e altri originali del marchio di abbigliamento statunitense fondato nel 1889 di cui Watanabe ha scelto i tessuti. Ma non solo: il guardaroba prevede anche camicie realizzate con Turnbull & Asser e due parka che assemblano giacche e zaini con Karrimor. Non mancano le consuete collaborazioni con Levi’s, The North Face, Heinrich Dinkelacker, Schott N.Y.C., Regent, Merz b. Schwanen, Seil Marschall e Southwick per outerwear, t-shirt e pantaloni cinque tasche. Unica concessione a questo normcore, i capi artisticamente macchiati, studiati con l’artista inglese Alan Kitching, come a voler dimostrare, probabilmente, che, dopotutto, a indossarli sarà una comunità che lavora davvero. Semplicità e quotidianità di cui, mai come ora, il consumatore sente l’esigenza, ribadita anche dai modelli in passerella che devono rappresentare, il più verosimilmente possibile, questo desiderio. Del resto, cosa c’è di più allettante di rispecchiarsi in quello che si vede? Ma, anche questa, non è, poi, una novità considerando che sempre più stilisti puntano alla diversificazione: etnica, anagrafica, fisica. Non è differenza, ma unione: un’ulteriore descrizione del mondo reale, il vero obiettivo della moda. Perché fare vestiti è una cosa seria.

Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Comments are closed.