Quando è giunta la notizia che Pierpaolo Piccioli avrebbe continuato da solo a disegnare Valentino, in seguito alla nomina di Maria Grazia Chiuri alla direzione creativa di Christian Dior, della quale la prima prova è andata in scena a Parigi qualche giorno fa, tutti hanno iniziato a chiedersi quale fosse il contributo dell’uno e dell’altra nel delineare l’estetica vincente della maison romana. E, dopo aver visto in passerella un naturale riflesso di quella soprattutto nella parte finale della sfilata della griffe di avenue Montaigne, gli insider si interrogavano ancora più insistentemente su cosa sarebbe accaduto nelle lussuose stanze del Hôtel Salomon de Rothschild, occupate, questa volta, addirittura su due livelli. Ma, in un clima di attesa come quello che circondava l’ultimo debutto di questa stagione nella capitale francese, alimentato anche dallo storytelling, usato ultimamente dai brand per generare desiderio, cosa c’è di più spiazzante di qualcosa di rassicurante? Proprio come il café parigino dove sto bevendo il thé in questo momento, come sono solito fare durante tanti pomeriggi domenicali. Pierpaolo Piccioli, en solitaire, torna alla bellezza, al romanticismo delicato, nelle fantasie come nel soundtrack, all’eleganza senza ostentazioni, temi tanto cari al fondatore presente, come di consueto, insieme al socio/partner Giancarlo Giammetti. Abiti e tuniche da giorno o da sera che disegnano una femminilità rilassata, all’insegna del colore e della sofisticata seduzione, nelle scollature misurate, nei plissé a contrasto, nell’uso della pelle, sui top ma anche sui capispalla, delle trasparenze velate, dei broccati rinascimentali o dei velluti vissuti. Da notare (in pochi lo hanno fatto anche per Dior) l’accento sugli accessori, nuovi e contemporanei: sulla passerella di Valentino, le micro-bag con la catena si trasformano da accessorio a ornamento. A questo punto, si può trarre qualche conclusione, quelle che piacciono tanto agli attenti osservatori: se Maria Grazia era meno incline al cambiamento, Pierpaolo ha dimostrato coraggio nel proporre una collezione consistente e vibrante. Se l’identità del marchio, in un periodo come questo, è un parametro assiomaticamente accettato, una dose (calcolata) di rischio può rappresentare una variabile essenziale per (ri)mettersi in gioco con un nuovo inizio e fare davvero la differenza.

Foto/photos: Umberto Fratini / Indigital.tv

 

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