I fatturati di molte delle più grandi maison del lusso internazionale dipendono in misura sempre maggiore dal consumo degli accessori. E gli abiti dove sono finiti?

Ha destato scalpore nel mondo patinato della moda l’affermazione dello stilista di Wunderkind, Wolfgang Joop, secondo cui la creatività nella moda non conta più, contano i profitti facili e gli accessori che “riempiono i duty free degli aeroporti”.

Ma com’è cambiata la moda? Cosa rappresenta oggi? Quale dovrebbe essere il giusto compromesso (se è giusto parlare di compromesso) tra creatività e vendibilità? Quanto la vendibilità incide sulle proposte? Quanto i consumatori incidono sui prodotti? Quanto la moda rappresenta la contemporaneità?

Senza dubbio il terremoto che ha investito i mercati oggigiorno ha contribuito a sconvolgere gli equilibri che avevano proposto per il mondo della moda uno scenario diverso rispetto al periodo precedente gli anni Ottanta.

Il diffondersi del fenomeno dei fashion victim, dei must have e di quei “dettagli” particolari divenuti status symbol andava ben oltre l’essere una mera regola di stile, ma contribuiva a definire e catalogare gli individui nella società. La moda si allontanava dal ruolo di semplice consigliera e si riappropriava, da una parte, di quella connotazione artistica che le consentiva di essere una fucina di creatività e di espressione del talento individuale, com’era già avvenuto, del resto, nel passato: una manifestazione di espressività capace di emozionare alla stessa stregua di un’opera d’arte. Dall’altra parte diveniva fenomeno di costume, rappresentazione della contemporaneità, di cui riproduceva le esigenze: quelle lavorative, ad esempio, come nel caso della donna che assumeva ruoli di rilievo in ambito professionale, di comfort e di praticità. I segmenti del mercato, così, venivano riempiti partendo dall’alto, dalla haute couture, destinata alle pochissime donne che potevano collezionare abiti che, in base all’etichetta, dovrebbero essere indossati una sola volta, nonostante le cifre da capogiro spese per acquistarli. Tali abiti potevano essere considerati né più né meno che dei pezzi d’arte di una collezione privata fruibile. Si scendeva giù giù fino ad arrivare al settore della moda per i giovani – i quali, per sano esibizionismo, andavano alla ricerca del capo all’ultima moda di qualche seconda linea degli stilisti più conosciuti.–, passando per il professionista dell’establishment, che necessitava di qualcosa che sapesse coniugare autorevolezza, affidabilità, capacità e stile.

Gli atelier sono stati progressivamente soppiantati da boutique sempre più sfarzose, situate strategicamente nei luoghi più eleganti delle città più rinomate; le aziende si sono tramutate in multinazionali del lusso, che spesso e volentieri comprendono un pacchetto di brand, e la coniugazione dell’esercizio di stile e della praticità è diventata sinonimo di interpretazione della richiesta del mercato, talvolta perfino sovvertendo l’assioma principale della moda e cioè che debba essere quest’ultima a suggerire ai consumatori come vestirsi e non, viceversa, i consumatori a indicare come creare la moda. La strada è diventata sempre più un luogo di ricerca dell’ispirazione, a scapito di quella spinta artistica che prima fungeva da propulsore al raggiungimento di traguardi sempre nuovi. Si è così sacrificato lo stile dei designer sull’altare della riconoscibilità del marchio (anche attraverso il logo, il cui uso è stato portato all’estremo nell’epoca della “logomania”). Inizialmente la riconoscibilità del brand doveva rappresentare un plusvalore nella scelta di un capo di qualità, ma poi è passata, emblematicamente a determinare l’affezione del consumatore a quella tipologia di prodotto e non ad un’altra.

Tuttavia, alla lunga, il mercato ha contribuito a rivoluzionare lo status quo, ridefinendo, in primis, il ruolo della haute couture. I calendari si sono assottigliati e molte griffe ne sono rimaste fuori, perché solo grandi gruppi consolidati possono permettersi di restare presenti in questa fascia di mercato. Successivamente il prodotto industriale, a uso e consumo delle masse, dovendo fare i conti col cambiamento dell’utenza, ha rimodellato la politica relativa ai diversi poli del fashion system, con un occhio particolarmente attento ai fatturati. E questa politica parla sempre più il linguaggio degli accessori e sempre meno quello degli abiti. Del resto, come potrebbe essere altrimenti quando il fatturato delle maison più importanti dipende ormai per la maggior parte da quegli oggetti di complemento che, in realtà, sono diventati il loro core business? Il mondo dei consumi risulta così sempre più polarizzato: da un lato i pochi fortunati che possono permettersi un intero guardaroba griffato; dall’altro la gente comune, costretta ad accontentarsi di una scarpa, di una borsa o di una cintura firmata.

Adesso, gli interrogativi da porsi sono: ha ancora un senso continuare a produrre serialmente quelli che dovrebbero essere oggetti di culto, seguitando nel processo di democratizzazione della moda, ma restringendo tale democratizzazione solo a una parte delle categorie di prodotto? O sarebbe più auspicabile focalizzare l’attenzione sulla presentazione delle collezioni nella loro interezza? Quale sarebbe l’approccio più vincente: il cosmopolitismo di Parigi disposto a mettersi sempre in gioco per esprimere al massimo fantasia e creatività o l’attenzione alle leggi del mercato di Milano, dove la vendibilità dei capi diventa la componente prioritaria? Quale deve essere il messaggio della moda attuale? Chi deve arrogarsi il diritto di decretare il successo di una collezione: la stampa o i consumatori e, dunque, le riviste patinate del settore o quanto un accessorio si vede indossato dalla gente? Come inciderà tutto questo sui fatturati aziendali? I cambiamenti frequenti dei direttori creativi riusciranno a preservare quella continuità di stile e quel riconoscimento che tanto ossessivamente si va cercando nei brand? Quanto i fondi d’investimento hanno contribuito a snaturare il settore rispetto alle aziende rimaste a conduzione familiare e la cui continua evoluzione non ha pregiudicato il successo, ma lo ha rafforzato (Hermès o Chanel per fare degli esempi)? Quanto la concorrenza straniera fa leva sulla mancanza di corporativismo tipicamente italiana? Citando Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”.

 

4 Responses to La moda degli accessori

  1. gabriele says:

    Ormai è l’accessorio che fa la differenza in un look. Molte firme prestano ancora particolare cura nella prsentazione di questi piccoli oggetti del desiderio, cinture, portafogli, borse, occhiali, scarpe.I giovani che vogliono distinguersi scegliendo qualcosa di stravagante o apparire scegliendo qualcosa di identificativo senza spendere un capitale puntano sull’accessorio, autentico o fasullo che sia.Tanto si sa, anche il taroccato fa pubblicità e alza le vendite di quelli veri.La camicia, il pantalone o la giacca che non permettono a prima vista l’esibizione del capo come status symbol non è così interessante per il grande pubblico, se non per gli intenditori o coloro i quali hanno un portafoglio che glielo consenta.

  2. Edward Phelan says:

    Sì, in effetti hai ragione, Gabriele. Un ragazzetto che si compra ad esempio un accessorio continuativo, quale può essere una scarpa o una cintura Gucci o Fendi, oppure la ragazza che si compra una classica LV (anche se le LV sono così imitate che oramai anche quelle vere hanno perso un po’ di appeal a parer mio), se ne ha cura sa di poter usare quell’accessorio per un certo numero di anni. In un certo senso, quindi, a fronte di un investimento anche cospicuo (nel caso di una borsa LV vera, meno nel caso di cinture e scarpe) potrà fruire di uno status symbol per un periodo abbastanza lungo. Diverso è il discorso per i capi di abbigliamento, dove l’esibizione del logo è meno facile (salvo il rischio di cadere nel cattivo gusto) e dove la “durata” è inferiore perché i capi durano una stagione. Certo, una persona poi è sempre libera di tenere un capo “passato di moda” e continuare a usarlo, reinventando il proprio look anche con capi che non vengono dalle ultime sfilate. Io penso che quello sia molto più creativo che replicare i look proposti dalle passerelle. Una delle ultime tendenze, anche tra i VIP (vedi le dichiarazioni di Eva Riccobono) sembra essere quella di andare a scovare capi interessanti ai mercatini etnici o dell’usato e abbinarli ai capi griffati.

  3. gabriele says:

    Dovrebbe essere la qualità il fattore trainante e non il fatto di essere trendy o all’ultima moda.Secondo me più un oggetto assume l’identità del padrone fino a divenire parte di esso più diventa prezioso.Alla moda passeggera preferisco i classici che cavalcano il tempo.Hermès di questo ha fatto un imperativo pur sapendosi sempre aggiornare per stare al passo coi mutamenti del gusto.

  4. giacomo says:

    Lo stile si ottiene mediante la combinazione di piccoli pezzi assemblati seguendo il gusto individuale. Una mediazione delle proposte degli stilisti filtrata coi parametri dell’eleganza e della portabilità. Altrimenti con una scelta acritica emergerebbe il gusto dello stilista e non quello soggettivo di ciascuno di noi.Non come un ragazzo che conosco che qualsiasi cosa è giustificata basta che sia Gucci. Ahahah