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Foto/photos: Yannis Vlamos / Indigital.tv

 

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

Foto/photos: Monica Feudi / Indigital.tv

 

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

“La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo” amava dire Mademoiselle Coco per definire il gusto di un’epoca nonostante lei, è noto, andasse sempre controcorrente per delineare il proprio. Quanto si preoccupò del mondo che la circondava? Probabilmente, quel poco che le consentisse di vedere ciò che non le piaceva. Karl Lagerfeld, per l’autunno-inverno 2018-2019 di Chanel, ha intrapreso lo stesso percorso in verso opposto: giunti all’ultimo giorno di sfilate, è emersa chiaramente la perenne ossessione a cercare qualcosa di nuovo. Cosa c’è di più sorprendente, però, di qualcosa che sia aderente alla realtà? La vera modernità è camminare in un bosco autunnale, ricostruito fedelmente all’interno del Grand Palais, che fa da sfondo a una delle sue migliori collezioni degli ultimi tempi. Malinconicamente poetica, com’è Parigi, e solidamente concreta, come richiede il consumatore del lusso, prevede l’ennesima rivisitazione dei tailleur bouclé, questa volta con colletti e polsini a contrasto, che puntano su toni caldi e naturali, forme comode e motivi foliage che ricoprono anche cappotti e piumini, riscoperti dalla maison di rue Cambon. Le uniche concessioni a colori più accesi sono riservate alle tute tagliate come gli abiti, indossate sotto le giacche iconiche, quasi a rimarcare il fatto che lo streetwear, ormai, è diventato un classico e, come tale, può essere nobilitato. Bagliori metallici illuminano i pantaloni di pelle che si alternano a quelli ampi matelassé o gli stivali al ginocchio che sostituiscono le stringate basse e a punta in vernice mono o bicolore. Non mancano gli accessori tra i quali, questa stagione, spiccano i guanti per tutte le ore, realizzati da Causse Gantier, tagliati sulle dita come piacciono allo stilista, le shopping in montone rovesciato o gli orecchini rigorosamente spaiati. In un mercato saturo di proposte che, a causa della velocità del mondo moderno, vengono dimenticate pochi giorni dopo, la durata nel tempo sta diventando nuovamente una necessità. E se il denominatore comune delle passerelle è stato quello d’interrogarsi sul valore dell’identità che, alla fine, si basa quasi esclusivamente su una riconoscibilità omologata, la formula vincente, probabilmente, non è quella di cercare una legittimazione rassicurante nell’abito, ma cogliere l’opportunità di poter scegliere. Di essere, prima di tutto, se stessi.

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Gli abiti sono rappresentazioni dell’identità? Rei Kawakubo per l’autunno-inverno 2018-2019 di Comme des Garçons fa riferimento a Notes on Camp, il saggio scritto da Susan Sontag nel 1964, per cercare di dare una risposta: “Mi identifico molto con questa visione. Il camp non è qualcosa di orribilmente esagerato, fuori dall’ordinario o di cattivo gusto. Questa collezione è nata dall’idea che, al contrario, il camp è davvero qualcosa di profondo e nuovo e rappresenta un valore di cui abbiamo bisogno. Per esempio, ci sono molti cosiddetti stili come il punk che hanno perso il loro spirito ribelle originale. Penso che il camp possa esprimere qualcosa di più profondo e dare origine al progresso”, fa sapere la designer, in un modo insolitamente dettagliato, a proposito delle 16 creazioni in passerella. La rielaborazione delle convenzioni può portare alla formulazione di nuove visioni? Ovviamente, dipende dal modello di riferimento: in questo senso, la moda ha sempre cercato di dare il proprio contributo in termini sociali e culturali. O, almeno, dovrebbe! Sovrastrutture della femminilità, allora, si ritrovano nella sovrapposizione di pizzi, tulle e paillette recuperati, tagliati e riassemblati a formare corazze di immagini, idee e stereotipi. Solo attraverso l’unione (libera) di frammenti, anche di abiti, si può andare a (ri)costruire la personalità? Ma quanto l’immaginario collettivo soffoca la donna attuale? Il passato, purtroppo, contribuisce alla definizione del presente, ancora troppo incerto per competere con tradizioni consolidate nonostante Kawakubo, a ogni stagione, provi a introdurre elementi di riflessione sempre nuovi che possano spingere in avanti il discorso. E se qualcuno ha letto in questa sfilata che, ovviamente, produrrà le proposte che andranno a riempire tra qualche mese i negozi del marchio giapponese, un’esigenza di frenare l’induzione allo spreco, caratteristico della contemporaneità, il messaggio più importante (se di messaggio si vuole parlare) è l’ambivalenza della sensibilità camp: quando non è un veicolo di rafforzamento del pensiero culturale dominante lo diventa di un processo di trasgressione. Forse, l’unico modo rimasto per innovare.

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