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Una contaminazione di epoche nelle immagini scattate da Toni Thorimbert.

Un ambientazione neoclassica disegna l’autunno-inverno 2019-2020 di Cividini, nuovo step della lunga collaborazione tra Piero Cividini e Toni Thorimbert. La campagna è stata scattata nel foyer del Teatro Manzoni di Milano con lo sfondo dell’imponente affresco di Ghino Baragatti.

 

Qual è il ruolo della haute couture? Quello della rappresentazione sociale del momento attuale? Se ogni epoca è stata caratterizzata dalle proprie abitudini in fatto di abbigliamento, John Galliano chiarisce subito che per la collezione Artisanal di Maison Margiela per l’autunno-inverno 2019-2020 le sue “intenzioni sono impulsive e anarchiche”. Potrebbero sembrare scontate se non si considerasse che, ormai, nella moda l’istinto non è più purtroppo uno dei parametri da cui prioritariamente cominciare e che, nella libertà di un atelier, al contrario, andrebbe sicuramente ritrovato. Decide, dunque, di fare un passo in avanti rispetto alla descrizione della decadenza digitale delle precedenti stagioni adottando due differenti metodologie, il “projective filtrage” e il “nomadic cutting”, partendo dalle immagini di nudi dell’artista Katerina Jebb, proiettate sulle pareti della sala di rue Saint-Maur, per riscoprire una gestualità sartoriale fatta di tagli che possano creativamente condurre a nuove ricomposizioni. I tessuti tecnici diventano, allora, una tela traslucida sulla quale proiettare virtualmente stampe di eleganti tweed, di pelli esotiche o di sensuali corpi che richiamano i filtri di Instagram che, allo stesso tempo, combinano un’azione metamorfica e protettiva, ma anche con la quale costruire nuove emozioni e suggestioni. I caban, allora, si convertono in bustier, i cappotti si trasformano in abiti con lo strascico fermati in vita da cinture verniciate dall’effetto craquelé, le giacche perdono la forma e, attraverso una serie di cuciture strategiche a vista, diventano oversize, i gilet si sdrusciscono, le camicie sono chiuse da lucchetti, i pantaloni maschili si aprono maliziosamente sulle cosce e gli shorts sono mini evidenziando stivali in pitone al ginocchio. E, non essendoci regole, le proposte sono indifferentemente indossate da lui e da lei in modo da favorire la perfetta fluidità di genere di una sfilata co-ed. Un rinnovamento del linguaggio per la griffe del gruppo Otb-Only the brave di Renzo Rosso che fa emergere una maggiore essenzialità, tratto insolito per lo stilista di Gibilterra, sinonimo, probabilmente, di una necessità di tornare a un’imperfetta visione primordiale: quella, secondo la quale, la fantasia costituisce ancora un valore aggiunto.

 

“La vita che conduciamo è poca cosa, la vita che sogniamo è invece la grande esistenza, perché la continueremo oltre la morte”, diceva Mademoiselle Coco, grande lettrice come dimostrano i volumi preziosi presenti nel suo appartamento al numero 31 di rue Cambon. Quelli che hanno modellato la sua personalità e costruito la propria identità e quella della maison della doppia C. Virginie Viard, allora, per la sua prima prova nella haute couture dopo la scomparsa di Karl Lagerfeld il 19 febbraio scorso, ricrea, all’interno della consueta cornice del Grand Palais, una grande biblioteca che s’immagina custode della storia, gli archivi dai quali (ri)partire per costruire la collezione per l’autunno-inverno 2019-2020. I codici ci sono tutti, sebbene, allo stesso tempo, emerga il tentativo di reinterpretarli e di rinnovarli seppur nel segno della continuità. L’intellettuale pensata dalla stilista, allora, elegante e riservata, a tratti quasi timida, sfila indossando occhiali da vista e lunghi e severi robe manteau nei tipici tessuti bouclé, chiusi da lunghe file di bottoni, a monopetto o a doppiopetto, che svelano fodere di satin a contrasto, ma coordinati ai colletti di organza, tailleur che, spesso, sostituiscono la giacca con un bomber strategicamente scollato e pantaloni morbidi sui fianchi e sfrangiati in fondo. Preziosissimi i decori come quelli effetto tweed o dei top che disegnano rose tridimensionali fatte di piume da indossare con gonne incrostate di paillette. Scarpe rigorosamente basse con mocassini bicolori fermati da fiocchi come gli abiti per la sera, in chiffon aereo o velluto solido monocromatico. Il bianco e nero iconico si alterna a colori decisi, dettaglio, ormai, inconfondibile della nuova cifra stilistica insieme alla perdita della geometria tipica del couturier tedesco che lascia spazio a silhouette più fluide. Lo charme tipicamente francese, algido e discreto, immaginato dalla fondatrice ritorna antologicamente e ontologicamente in tutto il suo splendore accompagnato, in questo caso, da una sensualità tutta moderna. Per una donna fiera e indipendente. Se il valore della memoria resta la linea guida da seguire, rispettando la tradizione e rifuggendo dal cambiamento sostanziale, rimane un’altra verità autentica e incontrovertibile (o, nel caso, da ribadire): la bellezza non è l’unica arma di seduzione.

 

Are clothes modern? Maria Grazia Chiuri, per la haute couture dell’autunno-inverno 2019-2020 di Christian Dior usa questo interrogativo che riprende dal titolo di un saggio che Bernard Rudofsky ha pubblicato nel 1947: partendo dall’omonima mostra allestita al MoMA di New York nel 1944, indagava il rapporto tra moda e design, tra forma e funzione. Sulle modalità attraverso le quali il corpo è ricostruito artificialmente per abitare l’abito, al fine di sottolineare la sottomissione all’omologazione della tendenza generata dall’industrializzazione. Un dualismo di grande attualità nel mondo contemporaneo, tuttora non pienamente risolto, che, per fortuna, consente ancora molteplici interpretazioni. E stimola la creatività individuale. Allora la stilista, la prima donna alla guida della storica maison francese e la prima ad aver introdotto in essa il linguaggio del femminismo, per rispondere compiutamente a questa riflessione concettuale decide di puntare su abiti che diventano progetti sul corpo. Pochissime sono le cuciture a favore del drappeggio che predilige una più plasticamente naturale piega che asseconda maggiormente l’anatomia umana. Torna il peplo che, nell’ultima sfilata del 1957, monsieur Dior chiamò Cariatide, come quelle che reggono le architetture di Parigi, questa volta, reso senza struttura in cady di seta su cui è riportata la domanda, sviluppato su corpetti costruiti su fili in pelle intrecciati che, poi, si sfrangiano o si arricchiscono di passamanerie per ricamarli, ma perfino, doppiato con le velette dei cappelli di Stephen Jones. Non mancano, però, cappotti in chevron di lana, giacche Bar con il cappuccio, le maniche a campana e cintura coordinata insieme a gonne a pieghe, realizzate, spesso, con un unico pezzo di tessuto. Prevale il nero, considerato, dal fondatore, il colore dell’eleganza che evidenza ancora di più la ricerca sui capi. Altrettanto comode le calzature con sandali allacciati sulla caviglia che richiamano quelli studiati dall’architetto e designer austriaco naturalizzato americano su collant a rete di piume. Un punto di svolta, sia per Chiuri, insignita della Légion d’honneur dal segretario di Stato per le Pari Opportunità del governo francese, Marlène Schiappa, che per i saloni dell’atelier, la sede storica al numero 30 di avenue Montaigne, presente in passerella con la creazione-scultura, che viene chiusa per tre anni per lavori di ristrutturazione. Per l’occasione, quindi, sono stati trasformati dall’artista londinese che vive in America Penny Slinger in una foresta incantata popolata dalle donne che saranno le consumatrici del futuro: quelle appassionate ancora di perfezione e personalizzazione. Due caratteristiche che hanno reso grande la moda francese nel mondo. E, forse, da riscoprire.

 

Come vestirà l’uomo la prossima estate? Nel tentativo di superare, come stanno provando a fare in molti, il binomio che oppone tailoring e streetwear, il contributo di Hedi Slimane potrebbe anche rivelarsi significativo. Soprattutto, dopo l’ultima ben accolta sfilata del womenswear di Celine, in passerella lo scorso marzo, durante la quale si è visto un ritorno agli anni ’70, quelli in cui fu lanciato il prêt-à-porter della griffe fondata nel 1945 da Céline Vipiana e da suo marito Richard, dapprima, come laboratorio di calzature su misura per bambini e, in seguito, di scarpe da donna e accessori. Come tradurre, adesso, questa visione per il menswear? È decisamente più difficile. Alla sua quarta prova, per la primavera-estate 2020, in scena, ancora una volta, in una struttura creata a place Vauban, dietro Les Invalides, punta su trench ampi, giubbini in denim scolorito e borchiato, completi doppiopetto sartoriali, ma dalla gessatura luminescente, giacche militari, varsity jacket in velluto, dalla stampa animalier, ricamate o decorate a effetto broccato, cardigan paillettati, camicie a righe, alcune traforate, bordate di cristalli, a pois o a fiori ton sur ton, canotte a rete, pantaloni check o di pelle e jeans dalla silhouette sottile e allungata. E se spicca, verso il finale, una cappa con i bordi brodé, gettonatissimi saranno gli accessori, le mini cinture in alligatore, le maxi borse di paglia con la scritta “I have nostalgia for things I probably have never known” (provocazione?!) o “My own worst enemy”, gli occhiali aviator, le sciarpe strette, talvolta sfrangiate, da annodare al collo, i mocassini in pitone e le allacciate in lurex appuntite. Abolite le barriere tra giorno e sera a favore di una quotidianità senza tempo, come quella della vita contemporanea. Cosa andrà, dunque, a comporre il guardaroba per lui? Riassumendo, emerge sempre più prepotente l’imperativo di tornare a rileggere e rielaborare la tradizione liberandola, però, dalle imposizioni. Solo attraverso questa destrutturazione che non deve cedere alle lusinghe di didascaliche nostalgie o inutili citazionismi, si potrà immaginare di delineare significati inediti che, perché no, determinino anche nuove regole da seguire. Sfidando sia le maglie dell’estetica consolidata del passato che le demagogiche semplificazioni del presente, ripartendo dall’essenza si potrebbe anche arrivare a credere, senza illusioni, che il futuro riservi ancora nuove possibilità espressive ed emozionali. Una sorpresa decisamente allettante!

 

Come ridisegnare l’identità di una griffe storica? Dipende, probabilmente, dal marchio da rilanciare. Nel caso di Lanvin, la più antica maison francese, potrebbe essere la continuità di una visione d’impronta lifestyle, già avviata con la scorsa collezione da Bruno Sialelli, che ha portato all’unificazione di menswear e womenswear nello stile. E la discontinuità con quella di Alber Elbaz, direttore artistico per 14 anni, secondo la quale le linee erano profondamente distinte (la parte maschile era curata da Lucas Ossendrijver, anche lui recentemente uscito) e con le successive esperienze, transitorie e inefficaci, di Bouchra Jarrar e Olivier Lapidus. Concetto ribadito, adesso, con la seconda prova, per la primavera-estate 2020 che ha sfilato sui tre livelli della Piscine Pailleron, realizzata dall’architetto Lucien Pollet nel 1933 in stile Art Déco. Un’estate al mare immaginata partendo dal lavoro dall’animo bohémien di Patrick Lavoix, direttore creativo uomo di Lanvin negli anni ’70: ancora una volta, lui e lei si alternano indossando completi ampi profilati da motivi a onde a contrasto, con fantasie effetto maiolica o plissettati, pullover in cashmere con il cappuccio, maxi cardigan di lana con le pecore a rilievo, canotte abbottonate con perline o con scritte “Plein Soleil” che richiama quella sull’invito, pantaloni rilassati con tasconi o asimmetrici, nella costruzione a pannelli, come le gonne in maglia e bermuda al ginocchio. Interessanti i coordinati effetto spugna che sembrano asciugamani annodati intorno alla vita. In più, una serie di ritorni: le stampe Babar sono riproposte sui twinset, i colli alla marinara in cotone, presenti un po’ ovunque, con il monogramma JL (o è una doppia L?) sotto forma di bandiera dialogano con quelle che decorano i montgomery dal taglio sartoriale con alamari, i copricostume lunghi fino ai piedi o le borse in piumino come le sneakers. Non manca il logo, quello iconico di Jeanne e Marguerite Lanvin, presente su felpe sdrucite, pigiami e caftani di paillette abbinati a tricorni di paglia. Il devoto rispetto della storia da parte dello stilista marsigliese si ritrova anche nelle sirene dei gioielli ispirate ai rubinetti della stanza da bagno di madame Lanvin disegnati nel 1924 dall’arredatore e architetto Armand-Albert Rateau che ha seguito tutte le sue case. Tra gli accessori, spiccano, inoltre, stivaletti dalla punta metallica e sandali di gomma annodati alla caviglia grazie a delle funi. Un’eleganza surrealista e spensierata che, con la sua ampia offerta, potrebbe soddisfare un giramondo, come la fondatrice, più giovane, ma altrettanto raffinato e sensuale, animato dalla joie de vivre francese. Sta riemergendo lo spirito avanguardista di Lanvin? Il gruppo cinese Fosun International, l’attuale proprietario, non potrebbe che rallegrarsene.

 

Comme des Garçons Femme Plus? Verrebbe da crederlo guardando la primavera-estate 2020 di Comme des Garçons Homme Plus che Rei Kawakubo ha intitolato, questa volta, “Orlando. Transformation and liberation through time by Comme des Garçons”, Atto I di una storia che proseguirà con l’Atto II, la sfilata donna a settembre, per concludersi con l’Atto III, la prima della rappresentazione di Orlando, il prossimo dicembre a Vienna, di Olga Neuwirth, l’unica compositrice donna in 150 anni di storia del Wiener Staatoper. In scena, ovviamente, saliranno i costumi disegnati dalla stilista giapponese. Parentesi: sarà una nuova tendenza, come già visto da Marni, quella di non limitare a una sola occasione l’effervescenza estetica di creativi provati da calendari serrati che prevedono, ormai, prove sempre più numerose durante l’anno? Magari, potrebbe diventare una strategia interessante nella definizione dell’identità di un brand. Comunque, nel caso specifico, sebbene non siano una novità per l’etichetta gli uomini con le gonne, nessuno come Virginia Woolf poteva essere ispirazione migliore per normalizzare una situazione che, ultimamente, non rappresenta più una trasgressione, ma una naturale evoluzione. Un viaggio alla ricerca di un punto d’incontro tra maschile e femminile che può trovare solamente nella sublimazione del genere la corretta prospettiva di una metamorfosi necessaria. Una maturazione che, esplorando e mescolando le differenze, ne elimina i tratti d’inconciliabilità. Così, sulla passerella-arena, si alternano, insieme alle luci colorate, redingote, talvolta senza collo, di broccato matelassé, decorate con scene istoriate sfilacciate come un vecchio arazzo, maxi logate o, tagliate, unite da frammenti di giacche e con le maniche a sbuffo che sembrano prese in prestito da camicie vittoriane, bluse con cascate di ruche, t-shirt ricoperte di gioielli stampati, panta-gonne a balze in pizzo e perle al collo. Tra le co-lab di stagione, quelle con George Cox, Safety Shoes e, come di consueto, con Nike per le Air Max 95, per l’occasione, completamente trasformate. Un guardaroba che cavalca le epoche, come il/la protagonista del romanzo della scrittrice inglese, ma anche i conformismi. Attirerà, indifferentemente, uomini e donne alla ricerca di proposte che li aiuti a esprimere ciò che vogliono essere e non ciò che devono apparire.

 

Addizione o sottrazione? Un quesito interessante se legato alla moda per lui, intrappolata tra l’iperdecorativismo proposto da alcune passerelle e il minimal da altre. Per un consumatore, come quello maschile, spesso, poco incline al cambiamento. Quello, invece, proposto da Lucie e Luke Meier, alla loro seconda prova nel menswear di Jil Sander, procede come se fosse rallentato, l’unico modo possibile, secondo loro, perché possa arrivare a modificare davvero abitudini vestimentarie radicate. Per la primavera-estate 2020, dunque, che ha sfilato in uno spazio diviso da una parete di vetro bianco che lasciava intravedere forme floreali indefinite, proseguono, con chiara continuità, il loro percorso nella definizione della nuova visione per il brand nell’orbita del giapponese Onward Luxury Group: capispalla dai volumi ampi, a manica corta o, addirittura, smanicati anche se arricchiti da singolari martingale che scendono dalle spalle, talvolta eco perché realizzati in fibra di banana, si accostano a giacche senza revers, camicie con gli scolli a V o allungate fino al ginocchio come se fossero caftani, maglieria in lino e viscosa floreale, accoppiati al cotone dei gilet con intricati jacquard i cui disegni diventano visibili solo a distanza, con una lavorazione che s’interrompe lasciando che le cuciture scendano poeticamente fino ai piedi come se fossero lunghe frange. Basic anche la gamma dei colori: poche, infatti, sono le concessioni al bianco e nero, presenti a contrasto, nell’accostamento interno/esterno degli spolverini dall’allacciatura nascosta, nelle impunture delle camicie o nei i profili dei pantaloni. Una collezione rigorosa, ma rilassata, accompagnata da accessori degni, indubbiamente, di nota tra mocassini in pelle e nappa dalla punta arrotondata, sandali e stivali dalla suola robusta, borse a forma di parallelepipedo con una chiusura che ricorda le confezioni del latte. Destinata a un uomo attento al dettaglio e all’integrità del design, valori sui quali è stata fondata l’identità di una griffe che, con coerenza, il duo stilistico sta cercando di far rinascere. La chiusura, infatti, di Jil Sander Navy, dopo otto anni, con la primavera-estate 2019 s’inserisce in una strategia che punta ancora di più al rafforzamento di un’estetica destinata, si spera, al successo.

 

Cos’è più trasgressivo della normalità? La moda, troppo impegnata ad azzardare spericolate iperboli creative o a immaginare un futuro possibile, spesso, tanto più auspicabile quanto meno realizzabile perché destinato a scontrarsi, inevitabilmente, con la realtà del momento, non trova il tempo per la rappresentazione dell’uomo, quello quotidiano, possibile e, soprattutto, credibile che si autodefinisce attraverso ciò che indossa. Quanti stilisti fanno riferimento a quello che sarebbe il loro target naturale? Con le parole tanti, con i fatti pochi! Non ha un’età definita o una professione precisa. Vive in un luogo non specificato del mondo, accomunato ai suoi simili dagli stessi desideri. Magari, si concede di essere un intellettuale dai gusti raffinati. A lui pensa Junya Watanabe Man, il marchio di Comme des Garçons, che per la primavera-estate 2020 parte, come sempre, da pezzi immancabili in qualunque guardaroba maschile che vengono riassemblati, senza essere funambolicamente snaturati, a comporre le proposte in passerella: le giacche sartoriali e i blouson sportivi, allora, diventano spolverini, i gilet camouflage o i giubbotti di jeans camicie, field jacket e soprabiti leggeri trench. Risultato delle consuete collaborazioni con Levi’s, Canada Goose, Gieves & Hawkes e Carhartt. Si abbinano a t-shirt basic, bermuda in cotone al ginocchio, pantaloni morbidi a righe accessoriati da comodi tasconi, jeans risvoltati sul fondo o sapientemente sdruciti e ricuciti. Ai piedi, i nuovi modelli di New Balance. Sono, però, le shopping bag ecologiche, da portare a mano o a tracolla, che rubano la scena agli abiti e tracciano il profilo del potenziale utente finale: mangia carni pregiate da St. John a Londra o pesci freschi da Fiskerikajen a Copenhagen, beve vini selezionati di Noble Fine Liquor a Londra o birre artigianali di Dobri Grasshopper, si nutre di cultura all’Amsterdam Tulip Museum o compra, sempre nella capitale inglese, da magCulture Shop, dove si trova una selezione unica di 500 giornali, Civilization di New York o The Real Review di Londra, il trimestrale di architettura dedicato a “what it means to live today”, tagline molto emblematico per il mondo contemporaneo. Oppure riporta solo la scritta Man, logo dell’etichetta del designer giapponese, ma anche un messaggio per tutti gli uomini che vogliono riappropriarsi della loro identità. Per piacere a se stessi e agli altri.

 

Quali sono gli elementi che definiscono la creatività? Archiviate le sfilate tributo a Larry LeGaspi, Rick Owens ha bisogno di nuovo materiale da plasmare per dare forma alle nuove proposte. Come l’argilla, presa dallo studio di Los Angeles di Thomas Houseago e portata nel cortile del Palais de Tokyo, al centro del quale campeggia una scultura dell’artista britannico in occasione della mostra “Almost Human” al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris fino al 14 luglio. Per la primavera-estate 2020, dunque, il punto di partenza lo trova nelle radici mixteche della sua famiglia, la cui terra natale ha rivisto dopo 30 anni, che rielabora per esplorare nuovi territori. Tecuatl, il nome da nubile della nonna materna dello stilista americano, diventa il titolo del fashion show e il richiamo alla cultura messicana che, nel caso specifico, perde ogni connotazione didascalica per astrarsi tra le linee di una collezione estremamente portabile: le giacche corte e strutturate in pitone o piene di paillette, con riferimenti ai Festival de la China Poblana, sono da indossare sulle t-shirt in cotone dallo scollo a V vertiginoso a prova di fisico scultoreo o sui top audaci in jersey, realizzati in collaborazione con Champion, che ricordano quelli dei Kiss, ripresi dal womenswear della scorsa stagione, come le maxi tasche applicate che sembrano degli zaini sugli spolverini dall’effetto olografico. Le canotte che recano il logo dell’aquila azteca della United Farm Workers’ Association, per la quale il padre di Owens lavorava come interprete in California, a tutela dei diritti degli agricoltori messicani (disponibili sulla piattaforma e-commerce del marchio, i ricavi della vendita delle quali andranno all’associazione stessa, insieme ai gioielli visti in passerella), si portano su jeans bicolori, tute zippate in pelle da motociclista, stivaletti con platform e tacco in perspex e sneakers piene di lacci, presenti anche su tanti pantaloni sportivi in lana, che proseguono la collaborazione con Veja. La moda sente la necessità di tornare alle origini? Se si esclude una velata reazione allo scenario politico americano che vede un presidente con l’obiettivo di costruire una barriera tra Stati Uniti e Messico, emerge sempre più il desiderio di dare ai capi significati che contribuiscano alla personalizzazione di ciò che s’indossa da parte dell’utente finale. Non c’è niente di esotico, ma solo un ritorno a forme archetipiche di un passato di grande fascino con cui, costantemente e ossessivamente, confrontarsi per la formulazione di nuovi linguaggi. Un po’ come fece Josef Albers: la mostra Josef Albers in Messico, lo scorso anno dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ricordata dal creativo, ne è stata, nell’arte, un esempio significativo.