Posts by author:

Realtà o fantasia? Se, nella saturazione attuale di proposte, è diventato sempre più difficile immaginare qualcosa che possa risultare, al momento stesso, attraente e vendibile, Francesco Risso per la primavera-estate 2020 di Marni si spinge ancora più in là. Nello spazio di viale Umbria, allestito con un tetto di bottiglie di plastica trattenute da una rete a simboleggiare un’invasione di spazzatura che, recuperata da mari e boschi e artisticamente modificata da Judith Hopf, farà da sfondo alla sfilata donna di settembre, gli ospiti, in piedi, prendono parte “a una cerimonia per celebrare l’unione tra due anime: quella di Truman Capote e quella di Ernesto Che Guevara”. Impossibile? Se la contemporaneità è costituita da opposti destinati a lottare dicotomicamente, l’unica strada rimasta da percorrere è quella della sintesi. La quale non può che seguire un processo di trasformazione. Allora, rigore e ribellione, ordine e disordine, cifre stilistiche del designer, pervadono una collezione che assembla tessuti apparentemente inconciliabili tra loro, talvolta sullo stesso capo, monocromatici, finestrati o, addirittura, mimetici. Completi formali composti da giacche a due o tre bottoni e pantaloni movimentati dalla presenza di tasconi o field jacket militari s’indossano con polo a disegno jacquard e camicie, con il collo rialzato, sporcate per sembrare camouflage o stampate ancora con bottiglie. Il messaggio di sostenibilità, presente, ormai, su tutte le passerelle perché è diventato un imperativo per un pianeta bisognoso di una crescente salvaguardia, è rappresentato, in questo caso, anche dai cappelli creati con pezzi di recupero da Shalva Nikvashvili che, però, rubano la scena agli abiti i quali, sebbene, da una parte, rafforzino, di stagione in stagione, la visione dello stilista, dall’altra, si allontanano dall’estetica del marchio. Il suo animo concettuale resiste, solamente, per allinearsi alle esigenze del presente attraverso una legittimazione, almeno, sul piano strettamente ideologico. Sarà una strategia efficace? Una delle ultime missioni rimaste alla moda è quella d’incidere su un mondo diventato impermeabile al fatto che “la ribellione è bella e la bellezza è ribelle”. Cosa resta da fare? Illudersi che la speranza riesca, comunque, a brillare e non sia estinta come gli animali delle spille d’argento di Kazuma Nagai.

 

Tailoring o sportswear? Per festeggiare i primi dieci anni di MSGM, Massimo Giorgetti torna a Firenze durante la 96esima edizione di Pitti Immagine Uomo e sceglie il Nelson Mandela Forum, mai usato prima per una passerella. “Never look back, it’s all ahead”, però, lascia immaginare che non ci sarà alcuna retrospettiva dei capi che hanno segnato il successo del brand, fondato nel 2009 e, adesso, partecipato per il 49% da Manifattura Paoloni, per il 32% da Style Capital, il fondo di private equity guidato da Roberta Benaglia e per il 19% dallo stesso stilista. Non dimenticando, naturalmente, la propria identità, l’obiettivo è quello di disegnare, piuttosto, il futuro partendo dal menswear che, attualmente, pesa per il 20% sui ricavi pari a 51 milioni di euro: allineato cromaticamente con le tribune dalle sedute colorate della location dove, generalmente, vengono ospitate manifestazioni sportive e musicali, mondi affini a MSGM, l’immancabile fluo percorre trasversalmente le proposte che spaziano tra giacche mono e doppiopetto e pantaloni dal taglio sartoriale sdrammatizzate attraverso camicie e canotte con stampe a fiori o paisley, che evocano l’acqua di mari vacanzieri o rappresentano volti e corpi maschili dell’artista berlinese Norbert Bisky, giubbotti e bermuda animalier che sembrano slavarsi gradualmente o si sporcano con effetti tie-dye e pantaloni a righe che scoprono l’underwear. Tutto da esplorare il segmento degli accessori che, in questa occasione, punta sulle collaborazioni con Sebago per le calzature e con Fila per marsupi, borse, costumi e per la nuova interpretazione del modello di sneakers Fila Adrenaline. Nonostante l’apparente spensieratezza, la collezione risulta più matura quasi come se volesse avvicinare il target di riferimento dell’uomo, anagraficamente più giovane, a quello della donna. Un bel cambiamento dal lontano 2013 quando Giorgetti, mentre rifletteva sulla possibile chiusura della linea maschile, fu chiamato a Pitti per sfilare negli spazi della Stazione Leopolda. Le celebrazioni proseguiranno a luglio con il lancio dell’activewear e a settembre, a Milano, con il fashion show dedicato al womenswear e con l’apertura del flagship store, sempre in Brera, in via Broletto, al posto di un’agenzia di Unicredit Banca con 400 metri quadri in cui verrà svelato il nuovo concept retail. Una crescita continua e costante senza l’ossessione della velocità, come per le “Estati d’animo” della primavera-estate 2020. “Gioia di vivere” per vestirsi in libertà. L’unico imperativo del lifestyle contemporaneo.

 

Kate Moss è la protagonista della campagna firmata da Mert Alas e Marcus Piggott.

Giorgio Armani ha scelto Kate Moss, per la prima volta, come protagonista della sua campagna per l’autunno-inverno 2019-2020 scattata in bianco e nero e a colori, all’interno di uno spazio essenziale, da Mert Alas e Marcus Piggott, con i quali lo stilista italiano aveva già collaborato in passato.
“Per la prima volta interprete dello stile Armani, cui regala la propria sensualità volitiva e presente, Kate Moss è una donna dalla bellezza singolare, scelta per la sua personalità ed energia, fuori dalle mode del momento”, si legge in una nota.
Daisuke Ueda e Thijs Stenneberg, invece, interpretano le proposte maschili che, eccezionalmente, hanno sfilato in versione co-ed lo scorso febbraio presso l’Armani/Silos.

 

Quanta bellezza è rimasta nella moda? Dalla necropoli di Alyscamps, i Campi Elisi di Arles ai Musei Capitolini di Roma: Alessandro Michele per la resort 2020 di Gucci continua il suo dialogo con l’antico rendendo omaggio alla città in cui è nato e dove, attualmente, si trovano gli uffici creativi. Delle sue mille anime, sceglie quella pagana di cui recupera, anarchicamente e quasi archeologicamente, lo spirito di libertà, quella che, ormai, spaventa così tanto e che il presente fa di tutto per soffocare. “Car seule l’antiquité païenne éveillait mon désir, parce que c’était le monde d’avant, parce que c’était un monde aboli”, scriveva Paul Veyne. Nel buio del mondo contemporaneo, neanche, poi, tanto metaforico, illuminato, nel caso della passerella, solo dalle piccole torce distribuite agli ospiti, sfila la Gucci Band, come si legge sui portachitarre, che indossa vestiti, alcuni nati nelle ultime 48 ore. Tra toghe drappeggiate, perfino sui completi indifferentemente maschili o femminili, camicie con i fiocchi, tipiche del repertorio dello stilista, o con Topolino, spolverini vestaglia, abiti smanicati a vivo, bermuda di jeans, tute con il logo, corone dorate, guanti e calzini di pizzo sui mocassini, lancia anche dei messaggi espliciti, l’obiettivo più importante della moda: il rispetto della donna e del suo diritto di scegliere. Per questo, sulle lunghe tuniche è ricamato un utero, sul retro delle giacche appaiono slogan femministi degli anni ’70 come “My body My choice” o sulle sciarpe striscione viene riportata la data 22.05.1978, giornata storica in cui in Italia è entrata in vigore la Legge 194 che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza. Un invito a togliersi, più o meno simbolicamente, quei bavagli disegnati sulla bocca sostituendoli con le espressioni verbali Amore, Roma e Gucci. Per non rimanere indifferenti. Nel caso della maison fiorentina che appartiene al gruppo Kering si traduce, d’altra parte, nel sostegno, nel corso dei prossimi due anni, al progetto di recupero della Rupe Tarpea, la parete rocciosa situata in uno spazio naturale sul lato meridionale del Campidoglio, dalla quale, fino al I secolo d.C., venivano gettati i traditori della Patria condannati a morte nel Foro Romano sottostante. Perché il passato non va mai dimenticato. Soprattutto, per il prezzo del progresso. Quello che non dovrebbe consentire ulteriori ridiscussioni sui livelli di civiltà già raggiunti.

 

“Trovi tutti i capolavori in formato tascabile nelle stazioni”, s’entusiasmava Mademoiselle Coco che, indubbiamente, amava le stazioni. Ma non solo. Durante gli Anni Folli, erano popolate da viaggiatori che aspettavano di partire alla ricerca d’evasione, aristocratici, artisti e uomini d’affari che s’incontravano nei Café-Restaurant anonimi o sontuosi come Le Riviera, ricreato dalla griffe francese, o amanti come, probabilmente, Gabrielle Chanel e Boy Capel che si ritrovavano sulle banchine. Proprio una di quelle fa da cornice, all’interno del Grand Palais, alla Cruise 2019/20, dalla quale potrebbe essere partito il Train bleu, soprannome del treno di lusso della Compagnie des wagons-lits, chiamato ufficialmente Calais-Méditerranée-Express, a causa del colore dell’acciaio delle carrozze. Questo mezzo di trasporto permetteva di lasciare Parigi la sera e d’arrivare in Costa Azzurra la mattina seguente. La fondatrice lo prendeva, prima, almeno una volta al mese per controllare l’avanzamento dei lavori della sua dimora La Pausa a Roquebrune-Cap-Martin (diventata, lo scorso anno, una nave attraccata al molo ricostruito per la Cruise 2018/19, sebbene somigliasse più al Flying Cloud del Duca di Westminster) e, poi, quando andava a soggiornarvi insieme a Paul Morand o Jean Cocteau. Curioso, tra l’altro, che fu proprio lui a scrivere il soggetto del balletto Le Train bleu, composto su commissione di Sergej Djagilev per i Balletti Russi, presentato per la prima volta il 20 giugno 1924 al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi, con musica di Darius Milhaud, scene di Pablo Picasso e costumi della stessa Chanel. Poiché il viaggio è sinonimo di libertà, anche dell’immaginazione, Virginie Viard, diventata direttore artistico dopo la scomparsa di Karl Lagerfeld, per il suo debutto (semplificato!) punta sulla voglia di modernità seppur in continuità con la tradizione segnata dai codici forti della maison di rue Cambon. L’ombra delle precedenti collezioni riappare nelle destinazioni segnalate lungo la passerella, Venise, Saint-Tropez, Antibes, Byzance, Édimbourg, Bombay e Rome, così come negli emblemi iconici: le camelie che fermano i fiocchi di bluse con il collo a cratere, le catene quelli che stringono le giacche multitasca, talvolta asimmetriche, dal taglio morbido e spalle accentuate, da indossare su leggings logati, pantaloni ampi tagliati alla caviglia o pieni di bottoni come quelli dei marinai, bermuda a vita alta e tute matelassé. Il tweed diventato, spesso, monocromatico, segno di riconoscimento della stilista, è presente in ordine sparso e non più separato nella sezione iniziale, meno sperimentale. Tra gli accessori, spiccano ballerine o stivaletti bicolori, rispettivamente, con la punta o con la cavigliera in vernice, gioielli pieni di perle e doppie C e guantini che sono un omaggio al predecessore, al pari dell’ultimo abito. Pressoché scomparsa, invece, la geometria formale a favore di una femminilità rilassata. Sarà il preludio di una svolta? Se “l’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo”, l’offerta di proposte facilmente vendibili, in questo caso, è certamente molto ampia.

 

Difesa o attacco? Giunti all’ultimo giorno del fashion month, si può dire che è un po’ l’interrogativo che ha contraddistinto le passerelle che si sono susseguite nelle diverse capitali: un’interpretazione conflittuale del presente, alla ricerca di una sintesi di elementi contrastanti. Miuccia Prada, come ha fatto a Milano per Prada, ripropone l’argomento, sebbene rivisto e corretto, anche per l’autunno-inverno 2019-2020 di Miu Miu. Un’esortazione alla protesta nei confronti di un mondo che è diverso da quello che si vorrebbe. Anche nel caso della moda? Probabilmente! All’interno del Palais d’Iena, nell’allestimento dello studio AMO, le foto e i video dell’artista inglese di origini australiane Sharna Osborne definiscono la donna del marchio, intrappolata, com’è noto, tra innocenza e perversione. In scena, allora, compaiono cappotti in tweed, montoni rovesciati e lucidati, montgomery in panno, maglie in lana lavorati a crochet, bomber di peluche e parka tecnici che diventano cappe protettive, indubbiamente, uno dei capi più gettonati della prossima stagione, abiti in tulle stretti sul collo e sulle gambe decorati con microfantasie floreali, come quelle degli zaini, o strutturati che si aprono in gonne a palloncino ingigantite dai drappeggi da indossare su cardigan camouflage coordinate alle sciarpe, completi che alle giacche abbinano short o knickerbocker con tasconi. Al collo splendono colletti di maglia di metallo perimetrati da cristalli, ai piedi, sulle parigine, si alternano anfibi o sandali con platform, analogamente visti da Prada. Una ribellione intimista che fa dell’abbigliamento un manifesto socioculturale. Una donna che non ha bisogno di nulla sceglierà sempre più qualcosa che abbia un significato, che stimoli una riflessione, dalla quotidianità alla globalità come l’attenzione verso l’ambiente, sottotesto non marginale di molte sfilate. Perché la consapevolezza, anche di scegliere come vestirsi, diventi un parametro di primaria importanza. Quello che fa la differenza perché invita a reagire e a non subire. L’unico modo affinché la propria voce, tra tante, venga ascoltata.

 

“La moda non è né morale né immorale, però è fatta per tirare su il morale”, diceva Karl Lagerfeld, scomparso due settimane fa a 85 anni, con la sua ironia tagliente. Probabilmente, avrebbe voluto che fosse così anche con l’ultima collezione da lui creata per Chanel, quella per l’autunno-inverno 2019-2020. Grande commozione, invece, si respirava al Grand Palais, all’interno del quale è stato allestito lo Chalet Gardenia di un’immaginaria località di montagna, una di quelle che tanto amava Gabrielle Chanel. Un minuto di silenzio, per una commemorazione discreta. Non è stato cambiato neanche un dettaglio della sfilata rispetto a come l’avrebbe voluta il couturier in cui, come sempre, sono presenti tutti gli emblemi della maison di rue Cambon, allineati con una leggerezza nuova: dal tweed dei cappotti e dei tailleur da abbinare alle camicie in voile mosse da ruche e fiocchi o delle tute sfrangiate, talvolta, con piccole stampe di sciatori da portare sotto ai giubbotti imbottiti e ai maglioni jacquard, alle immancabili catene che diventano cinture o collane da affiancare alle perle. Le cappe lunghe fino ai piedi, anche foderate in ermellino, si abbinano ai top in paillette e alle gonne in pelliccia a palloncino. Come quella indossata da Penélope Cruz, a sorpresa, in passerella con un ranuncolo in mano. Tra gli accessori, foulard con il logo da annodare al collo, scarponcini après-ski e borse, coordinate agli abiti, che diventano pratici marsupi o riproducono i mezzi di risalita. E adesso? La leggenda continua. “The beat goes on” è la scritta, dal tratto inconfondibile, che appare sull’autoritratto di Kaiser Karl insieme a Mademoiselle Coco, nel segno della continuità, ha assicurato Virginie Viard, nata a Digione e da oltre 30 anni al fianco dello stilista tedesco al timone creativo, che ha preso il suo posto. Sicuramente, però, questo momento, uno dei più emozionanti della fashion week parigina, è destinato a essere ricordato: un finale in bianco candido e incantato, come la neve e come la luce. “We can be heroes, just for one day”, canta David Bowie. Ma c’è chi lo sarà per sempre. Un lungo e sentito applauso.

 

La moda è la poesia contemporanea? Dovrebbe esserlo secondo Pierpaolo Piccioli che, per l’autunno-inverno 2019-2020 di Valentino, pensa a una community di valori come quella del MeP, Movimento per l’emancipazione della Poesia, nato nel 2010, che mette questa forma d’arte, prepotentemente attuale, nelle strade e mira ad avvicinare il pubblico desideroso ancora di emozionarsi. Come dovrebbe fare la couture. E sceglie Robert Montgomery, la cui installazione “The people you love become ghosts inside of you and like this you keep them alive” campeggia sullo sfondo della passerella, insieme a Greta Bellamacina, Mustafa The Poet e Yrsa Daley-Ward per dar vita a Valentino on Love, il racconto che lega la collezione. Se i singoli poeti del collettivo rinunciano alla propria identità per dar forza alla parola, ben chiara è quella della griffe romana che fa sfilare cappotti di lana con doppio colletto o che si aprono sulle maniche per diventare cappe tridimensionali, caban in cashmere con piume, completi maschili in double da abbinare a bluse chiuse da un fiocco, felpe con il cappuccio, maglioni corti lavorati a jacquard, tute di pizzo, abiti tunica che sembrano nascere da una t-shirt, con inserti plissé a contrasto o sottoveste in chiffon percorso da ruche. Sulla superficie o discretamente all’interno, come un ricordo personale, sono ricamati piccoli componimenti creati ad hoc. Torna, inoltre, la collaborazione, già vista per il menswear, con Jun Takahashi di Undercover per grafiche firmate VU – Valentino Undercover che riproducono “Gli amanti” dello scultore norvegese Stephan Sinding all’interno di una cornice di rose che, altrove, si ritrovano, invece, incatenate. Un ritorno al glamour con capi che si trasformano in parole, talmente in armonia tra loro, da diventare un elemento unificante. E se, da una parte, come sempre, celebrano l’artigianato del made in Italy, dall’altra, regalano un momento di romanticismo fatto di seduzione sussurrata che non ha bisogno d’immagini forti per stimolare il pensiero. Uno sguardo sulla contemporaneità con quella semplicità che fa sognare.

 

Realtà o normalità? Ormai, è quasi scontato dire che molti stilisti, con il loro lavoro, provano a riflettere sul presente, anche se da un punto d’osservazione decisamente privilegiato, convinti che sia un loro dovere fornire un’interpretazione e, perché no, suggerire un possibile sviluppo. C’è, invece, chi preferisce rappresentare il mondo esattamente com’è. Perché? Postoriginalità? Per ribadire ciò che si conosce e, magari, con l’occhio dell’abitudine si tende a non analizzare più? O per capire a che punto è arrivata la società e da dove riparte? Rispondere o meno non è fondamentale di fronte all’autunno-inverno 2019-2020 di Balenciaga in cui Demna Gvasalia rende omaggio al consumatore, quello che, peraltro, decreta il successo (soprattutto, commerciale) di un marchio. Una passerella senza elementi di distrazione (a eccezione dei lampi di luce che sembrano ricreare un cielo in tempesta e, nella loro intermittenza, illuminano un po’ fastidiosamente le prime uscite), asfaltata come una comune strada consente, infatti, di concentrarsi sulle proposte co-ed che alternano cappotti e completi dalle spalle rigorosamente strutturate con bottoni a scomparsa che possono indossare entrambi, t-shirt e felpe logate, camicie con la doppia manica, corte e lunga, pantaloni della tuta e jeans a scacchi per lui e giacche senza revers che diventano abiti, overall di maglia, bluse con il fiocco e gonne a pieghe stampate con la Tour Eiffel per lei. L’approccio high-tech alla sartorialità ispirato alla tradizione di Cristóbal Balenciaga, maestro nella precisione rigorosa del taglio e nell’essenziale costruzione volumetrica delle sue creazioni, si ritrova nei bomber, nei piumini e nei trench unisex le cui spalle sono state sollevate e ripiegate su se stesse per creare tridimensionalità, ma anche nei dolcevita maschili o negli abiti a trapezio e nei mini dress in lurex femminili con il collo a barca che diventa tubolare. Onnipresente la lettera B o doppia B, sulle stringate e sugli stivali, sui gioielli e sulle borse souvenir che faranno la gioia di tanti turisti della capitale francese da accostare a shopping bag di tutte le grandezze che si portano a tracolla o a mano e a clutch con le piume. Se la collezione punta, almeno nelle intenzioni, a modernizzare lo stile parigino, la notizia che attira maggiormente l’attenzione è quella che lo stilista non presenterà più precollezioni. I capi per i prossimi sei mesi sono stati tutti svelati in questa occasione. Viene, quindi, da chiedersi se nella moda a vincere sia la creatività o la strategia.

 

Può la moda interpretare le tendenze autodistruttive dell’essere umano? Sembrerebbe pensarlo Rei Kawakubo con l’autunno-inverno 2019-2020 di Comme des Garçons, la sfilata più enigmatica di Parigi considerati i pochi indizi per aiutarne la decodifica: “A gathering of the shadows. Many small shadows come together to make one powerful thing”. Il pensiero della stilista giapponese ritorna a farsi manifesto attraverso creazioni scultoree che riflettono il malessere attuale: le luci evidenziano la complessità delle straordinarie costruzioni di corazze di neoprene chiuse da cinghie dall’aspetto quasi medievale che, talvolta, comprendono cappucci monacali borchiati a incapsulare abiti di pizzo o di ruche di taffeta molto sensuali e delicati, coprispalle sfrangiati che ricordano alghe imbrattate di petrolio, top che sovrappongono reti somiglianti a una gabbia, giacche sartoriali decostruite e gonne a palloncino come bombe inesplose o formate da strisce di eco pelle volumetricamente strutturate. Bretelle che diventano gilet sono decorate con appendiabiti, cherubini o fermaporte d’ottone, come se fossero medaglie al valore. Di cosa? Di quale guerra? Ormai, non è più un mistero per nessuno il fatto di vivere in una società in cui la crescita esponenziale della violenza si accompagna a una necessità legata alla corsa agli armamenti che non è minimamente interessata al conseguente disastro ambientale. E sono pericoli concreti in qualunque parte del mondo. Chi vince di fronte a tutto ciò? La scelta di uomini o, in questo caso, di donne che reagiscono. Perché quelli in passerella non sono solamente capi da indossare, peraltro, più portabili del solito, ma un impegno da assumere. Un segno di speranza? Forse, come quello del finale in cui le donne, disposte in cerchio, sembrano quasi voler esorcizzare le paure. Magari, quelle ombre, secondo una riflessione femminista, sono figure femminili che la società tende a spersonalizzare e che, invece, unendosi possono creare veramente qualcosa di potente. Come questo messaggio.