Come ridisegnare l’identità di una griffe storica? Dipende, probabilmente, dal marchio da rilanciare. Nel caso di Lanvin, la più antica maison francese, potrebbe essere la continuità di una visione d’impronta lifestyle, già avviata con la scorsa collezione da Bruno Sialelli, che ha portato all’unificazione di menswear e womenswear nello stile. E la discontinuità con quella di Alber Elbaz, direttore artistico per 14 anni, secondo la quale le linee erano profondamente distinte (la parte maschile era curata da Lucas Ossendrijver, anche lui recentemente uscito) e con le successive esperienze, transitorie e inefficaci, di Bouchra Jarrar e Olivier Lapidus. Concetto ribadito, adesso, con la seconda prova, per la primavera-estate 2020 che ha sfilato sui tre livelli della Piscine Pailleron, realizzata dall’architetto Lucien Pollet nel 1933 in stile Art Déco. Un’estate al mare immaginata partendo dal lavoro dall’animo bohémien di Patrick Lavoix, direttore creativo uomo di Lanvin negli anni ’70: ancora una volta, lui e lei si alternano indossando completi ampi profilati da motivi a onde a contrasto, con fantasie effetto maiolica o plissettati, pullover in cashmere con il cappuccio, maxi cardigan di lana con le pecore a rilievo, canotte abbottonate con perline o con scritte “Plein Soleil” che richiama quella sull’invito, pantaloni rilassati con tasconi o asimmetrici, nella costruzione a pannelli, come le gonne in maglia e bermuda al ginocchio. Interessanti i coordinati effetto spugna che sembrano asciugamani annodati intorno alla vita. In più, una serie di ritorni: le stampe Babar sono riproposte sui twinset, i colli alla marinara in cotone, presenti un po’ ovunque, con il monogramma JL (o è una doppia L?) sotto forma di bandiera dialogano con quelle che decorano i montgomery dal taglio sartoriale con alamari, i copricostume lunghi fino ai piedi o le borse in piumino come le sneakers. Non manca il logo, quello iconico di Jeanne e Marguerite Lanvin, presente su felpe sdrucite, pigiami e caftani di paillette abbinati a tricorni di paglia. Il devoto rispetto della storia da parte dello stilista marsigliese si ritrova anche nelle sirene dei gioielli ispirate ai rubinetti della stanza da bagno di madame Lanvin disegnati nel 1924 dall’arredatore e architetto Armand-Albert Rateau che ha seguito tutte le sue case. Tra gli accessori, spiccano, inoltre, stivaletti dalla punta metallica e sandali di gomma annodati alla caviglia grazie a delle funi. Un’eleganza surrealista e spensierata che, con la sua ampia offerta, potrebbe soddisfare un giramondo, come la fondatrice, più giovane, ma altrettanto raffinato e sensuale, animato dalla joie de vivre francese. Sta riemergendo lo spirito avanguardista di Lanvin? Il gruppo cinese Fosun International, l’attuale proprietario, non potrebbe che rallegrarsene.

 

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