Celine primavera-estate 2020

Come vestirà l’uomo la prossima estate? Nel tentativo di superare, come stanno provando a fare in molti, il binomio che oppone tailoring e streetwear, il contributo di Hedi Slimane potrebbe anche rivelarsi significativo. Soprattutto, dopo l’ultima ben accolta sfilata del womenswear di Celine, in passerella lo scorso marzo, durante la quale si è visto un ritorno agli anni ’70, quelli in cui fu lanciato il prêt-à-porter della griffe fondata nel 1945 da Céline Vipiana e da suo marito Richard, dapprima, come laboratorio di calzature su misura per bambini e, in seguito, di scarpe da donna e accessori. Come tradurre, adesso, questa visione per il menswear? È decisamente più difficile. Alla sua quarta prova, per la primavera-estate 2020, in scena, ancora una volta, in una struttura creata a place Vauban, dietro Les Invalides, punta su trench ampi, giubbini in denim scolorito e borchiato, completi doppiopetto sartoriali, ma dalla gessatura luminescente, giacche militari, varsity jacket in velluto, dalla stampa animalier, ricamate o decorate a effetto broccato, cardigan paillettati, camicie a righe, alcune traforate, bordate di cristalli, a pois o a fiori ton sur ton, canotte a rete, pantaloni check o di pelle e jeans dalla silhouette sottile e allungata. E se spicca, verso il finale, una cappa con i bordi brodé, gettonatissimi saranno gli accessori, le mini cinture in alligatore, le maxi borse di paglia con la scritta “I have nostalgia for things I probably have never known” (provocazione?!) o “My own worst enemy”, gli occhiali aviator, le sciarpe strette, talvolta sfrangiate, da annodare al collo, i mocassini in pitone e le allacciate in lurex appuntite. Abolite le barriere tra giorno e sera a favore di una quotidianità senza tempo, come quella della vita contemporanea. Cosa andrà, dunque, a comporre il guardaroba per lui? Riassumendo, emerge sempre più prepotente l’imperativo di tornare a rileggere e rielaborare la tradizione liberandola, però, dalle imposizioni. Solo attraverso questa destrutturazione che non deve cedere alle lusinghe di didascaliche nostalgie o inutili citazionismi, si potrà immaginare di delineare significati inediti che, perché no, determinino anche nuove regole da seguire. Sfidando sia le maglie dell’estetica consolidata del passato che le demagogiche semplificazioni del presente, ripartendo dall’essenza si potrebbe anche arrivare a credere, senza illusioni, che il futuro riservi ancora nuove possibilità espressive ed emozionali. Una sorpresa decisamente allettante!

Daniele S.

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