Rick Owens primavera-estate 2020

Quali sono gli elementi che definiscono la creatività? Archiviate le sfilate tributo a Larry LeGaspi, Rick Owens ha bisogno di nuovo materiale da plasmare per dare forma alle nuove proposte. Come l’argilla, presa dallo studio di Los Angeles di Thomas Houseago e portata nel cortile del Palais de Tokyo, al centro del quale campeggia una scultura dell’artista britannico in occasione della mostra “Almost Human” al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris fino al 14 luglio. Per la primavera-estate 2020, dunque, il punto di partenza lo trova nelle radici mixteche della sua famiglia, la cui terra natale ha rivisto dopo 30 anni, che rielabora per esplorare nuovi territori. Tecuatl, il nome da nubile della nonna materna dello stilista americano, diventa il titolo del fashion show e il richiamo alla cultura messicana che, nel caso specifico, perde ogni connotazione didascalica per astrarsi tra le linee di una collezione estremamente portabile: le giacche corte e strutturate in pitone o piene di paillette, con riferimenti ai Festival de la China Poblana, sono da indossare sulle t-shirt in cotone dallo scollo a V vertiginoso a prova di fisico scultoreo o sui top audaci in jersey, realizzati in collaborazione con Champion, che ricordano quelli dei Kiss, ripresi dal womenswear della scorsa stagione, come le maxi tasche applicate che sembrano degli zaini sugli spolverini dall’effetto olografico. Le canotte che recano il logo dell’aquila azteca della United Farm Workers’ Association, per la quale il padre di Owens lavorava come interprete in California, a tutela dei diritti degli agricoltori messicani (disponibili sulla piattaforma e-commerce del marchio, i ricavi della vendita delle quali andranno all’associazione stessa, insieme ai gioielli visti in passerella), si portano su jeans bicolori, tute zippate in pelle da motociclista, stivaletti con platform e tacco in perspex e sneakers piene di lacci, presenti anche su tanti pantaloni sportivi in lana, che proseguono la collaborazione con Veja. La moda sente la necessità di tornare alle origini? Se si esclude una velata reazione allo scenario politico americano che vede un presidente con l’obiettivo di costruire una barriera tra Stati Uniti e Messico, emerge sempre più il desiderio di dare ai capi significati che contribuiscano alla personalizzazione di ciò che s’indossa da parte dell’utente finale. Non c’è niente di esotico, ma solo un ritorno a forme archetipiche di un passato di grande fascino con cui, costantemente e ossessivamente, confrontarsi per la formulazione di nuovi linguaggi. Un po’ come fece Josef Albers: la mostra Josef Albers in Messico, lo scorso anno dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, ricordata dal creativo, ne è stata, nell’arte, un esempio significativo.

Daniele S.

Back to top