Passato? Futuro? O presente? È, sicuramente, la contemporaneità a interessare Paul Surridge e diventa la chiave per il rilancio di Roberto Cavalli, attualmente nell’orbita di Clessidra che, nonostante i 152,4 milioni di euro di fatturato nel 2017 (-1,8%), potrebbe riportare i conti in nero nel 2018 dopo anni di decrescita a doppia cifra. In quello che era uno degli eventi più attesi della 94esima edizione di Pitti Immagine Uomo, Firenze, con la splendida cornice del monastero della Certosa, torna a essere centrale nella narrazione. Del resto, è la città dov’è nato il marchio nel 1970. Ma si riparte anche dal menswear, segmento sul quale si fonda il passato lavorativo dello stilista, ex direttore creativo di ZZegna e, prima ancora, design director dell’uomo di Jil Sander quando Raf Simons era alla guida. Tra l’altro, in un’epoca di ridefinizione dell’immagine maschile (più di quella femminile. Singolarmente!), di tentativo di annullare gli stereotipi, di rivendicazione della libertà estetica e, perché no, di desiderio di sorprendere, la collezione per la primavera-estate 2019 non può trovare migliore ispirazione se non nel dna dell’etichetta. Nei 35 outfit, tornano sotto ai riflettori le stampe, presenti ovunque, su spolverini, blouson, t-shirt e jeans: animali della giungla, a cui si uniscono loghi rivisitati e orologi, tutti vivacemente colorati, s’intervallano con la severa monocromaticità dei bianchi e dei blu presenti sui giubbotti di pitone e sui completi. Degna di nota anche la maglieria che, grazie ai suoi ricami a punto croce, pone l’accento sulla manualità artigiana e le sneakers, ormai immancabili in qualunque guardaroba dell’uomo moderno secondo il quale praticità e velocità sono imperativi irrinunciabili. Come il successo commerciale per un brand che si trova a scontrarsi con una concorrenza sempre più agguerrita. La strada scelta, con abilità e pragmatismo, da Surridge è quella che ha già segnato il womenswear, in passerella a Milano: l’eccesso diluito nell’essenzialità, la tradizione nella contemporaneità, la creatività nella funzionalità, lo streetwear nella sartorialità. Essere o apparire? Probabilmente, pensare. La possibilità di poter scegliere costituisce, indubbiamente, un buon compromesso: il punto di partenza di un consumatore che diventa culturalmente sempre più consapevole. Anche di se stesso.

Foto/photos: Luca Tombolini / Indigital.tv

 

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