Gli abiti sono rappresentazioni dell’identità? Rei Kawakubo per l’autunno-inverno 2018-2019 di Comme des Garçons fa riferimento a Notes on Camp, il saggio scritto da Susan Sontag nel 1964, per cercare di dare una risposta: “Mi identifico molto con questa visione. Il camp non è qualcosa di orribilmente esagerato, fuori dall’ordinario o di cattivo gusto. Questa collezione è nata dall’idea che, al contrario, il camp è davvero qualcosa di profondo e nuovo e rappresenta un valore di cui abbiamo bisogno. Per esempio, ci sono molti cosiddetti stili come il punk che hanno perso il loro spirito ribelle originale. Penso che il camp possa esprimere qualcosa di più profondo e dare origine al progresso”, fa sapere la designer, in un modo insolitamente dettagliato, a proposito delle 16 creazioni in passerella. La rielaborazione delle convenzioni può portare alla formulazione di nuove visioni? Ovviamente, dipende dal modello di riferimento: in questo senso, la moda ha sempre cercato di dare il proprio contributo in termini sociali e culturali. O, almeno, dovrebbe! Sovrastrutture della femminilità, allora, si ritrovano nella sovrapposizione di pizzi, tulle e paillette recuperati, tagliati e riassemblati a formare corazze di immagini, idee e stereotipi. Solo attraverso l’unione (libera) di frammenti, anche di abiti, si può andare a (ri)costruire la personalità? Ma quanto l’immaginario collettivo soffoca la donna attuale? Il passato, purtroppo, contribuisce alla definizione del presente, ancora troppo incerto per competere con tradizioni consolidate nonostante Kawakubo, a ogni stagione, provi a introdurre elementi di riflessione sempre nuovi che possano spingere in avanti il discorso. E se qualcuno ha letto in questa sfilata che, ovviamente, produrrà le proposte che andranno a riempire tra qualche mese i negozi del marchio giapponese, un’esigenza di frenare l’induzione allo spreco, caratteristico della contemporaneità, il messaggio più importante (se di messaggio si vuole parlare) è l’ambivalenza della sensibilità camp: quando non è un veicolo di rafforzamento del pensiero culturale dominante lo diventa di un processo di trasgressione. Forse, l’unico modo rimasto per innovare.

Foto/photos: Kim Weston Arnold / Indigital.tv

 

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