L’elemento fondamentale sono i pezzi in seta bianca e in twill di cotone, principalmente vestiti, oppure camicie e gonne. Accanto a questi c’è tutta la serie in damasco nero: metà giacca può essere combinata con l’altra metà per formarne una intera, la silhouette può essere completata oppure no da polsini e colletti. E poi ci sono una moltitudine di micro-short e di boleri. È un insieme di infinite combinazioni. Un processo creativo si appropria dell’aspetto, del corpo, la sua bellezza è analoga a quella del suo oggetto, una donna appassionata che si prende la libertà di creare quel che indossa.
Ma la quarta collezione parigina di Aganovich ha qualcosa di nuovo: una stampa di papaveri nell’atto di avvizzire, come sono stati fotografati da Irving Penn, hanno dato la luce a qualcosa dalla stranezza inquietante. Dettagli dalla serie dei papaveri di Penn sono stati rielaborati graficamente e stampati su seta bianca che sembrano quasi delle macchie d’olio, magari perfino del sangue in un incidente stradale. Riproducendo un particolare enormemente ingrandito del fiore, rivela la propria parte di desiderio e di piacere: toni vivaci con esplosioni di colore. Il risultato, in contrasto con la monocromia bianca e nera della collezione fino a questo punto, è un’armonia consonante-dissonante. La fiamma di quella duplicazione sovversiva, persa nel mezzo di nebulose grafiche, cromatiche, ha acceso il fuoco della collezione.
Penn, uno dei fotografi più formalisti del Novecento, ha creato scatti crudi, che esprimono tutto il loro significato in un gesto deciso e senza tentennamenti. Spezzati, condensati e scintillanti, semplicemente magnifici, assumono un aspetto delicato, intimo, privato e per lo spettatore risultano rinvigorenti, familiari, il riconoscimento di un’emozione collettiva.
A partire dalle prove fotografiche, Aganovich ha preferito la sintesi per unificare il capo, gingillandosi con i dettagli dell’immagine e stampando una sorta di astratta fusione grafica. Piuttosto che fare a pezzi una fotografia, un altro stilista avrebbe potuto osare prenderla per intero e stampare il significato originale, univoco. Ma questo va contro il flusso creativo di Aganovich, dove la creazione è un fiore del male.

 

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