Futuro incerto per i negozi del lusso a Dubai dopo la richiesta di congelamento del debito della società Dubai World. Rassicurazione arrivano dall’amministratore delegato di Versace, Gian Giacomo Ferraris.

The future is uncertain for luxury stores in Dubai after the request for a debt standstill presented by the company Dubai World. Reassurances come from Versace’s ceo, Gian Giacomo Ferraris.

Dopo l’annuncio della richiesta di congelamento, per sei mesi, dei debiti di Dubai World (la potente holding di stato, che ha guidato l’espansione dell’emirato) e di Nakheel (la società che ha costruito l’isola a forma di foglie di palma a largo di Dubai) e dopo il tonfo delle borse internazionali, vi è grande incertezza sul futuro dei numerosi negozi del lusso e del fashion aperti nell’emirato arabo e, di conseguenza, di molti marchi del mondo della moda.
C’è chi, come Versace, si affretta a rilasciare dichiarazioni rassicuranti.
“Siamo da tempo presenti in Medio Oriente – ha dichiarato Gian Giacomo Ferraris, amministratore delegato della maison – e già all’inizio della crisi avevamo rivisto il nostro piano di investimenti nell’area, coscienti della situazione internazionale. Le nostre recenti aperture nel Dubai Mall seguono il nostro coerente piano di sviluppo”.
La realtà è, però, che ancora nessuno sa esattamente quale sarà la portata della crisi e quali le possibili conseguenze sul turismo.
Quella che era diventata una nuova meta d’eccellenza dei viaggi e dello shopping di lusso sembra, dunque, essere precipitata dalle stelle alle stalle: i cantieri sono fermi, i prezzi degli immobili sono crollati e, addirittura, è stata presentata una richiesta ai creditori di Dubai World, la società più grande del paese, controllata dallo sceicco Al Makthoum, di accettare un congelamento per 6 mesi dei 59 miliardi di debito (pari a più del 70% dell’intera esposizione finanziaria dell’emirato) come primo passo verso una ristrutturazione.
C’è chi si interroga sui motivi che hanno portato alla richiesta choc. A questo proposito un’analisi di Ubs spiega che da tempo era nota la vulnerabilità dell’economia di Dubai, priva dei ricchi introiti garantiti dal petrolio e, probabilmente, messa spalle al muro da Abu Dhabi che “ha forse costretto Dubai ad affrontare i problemi dell’eccessivo debito in casa prima di estendere il proprio appoggio finanziario”. Gli analisti si aspettano, ora, che a muoversi per fornire una copertura finanziaria sia proprio Abu Dhabi, il più grande degli emirati che compongono lo stato del Golfo nonché produttore della maggior quantità di petrolio. Ma Dubai potrebbe essere costretta ad abbandonare un modello economico che si è basato sullo sviluppo di strisce desertiche grazie a denaro e forza lavoro provenienti dall’estero. Intanto, dai mercati finanziari, giungono segnali diversi: dopo il segno meno di giovedì, le borse di Londra, Francoforte, Parigi e Milano hanno chiuso la seduta di ieri in positivo, mentre Tokyo e le piazze asiatiche si sono attestate su livelli vistosamente sotto lo zero. Più contenuto il calo di Wall Street. Anche il prezzo del petrolio è sceso. Gli osservatori valutano la situazione con chiavi di lettura diverse, che fanno emergere segnali di fiducia e di sfiducia. Tutti però concordano sul danno di immagine patito dal ricco emirato, che si era guadagnato lo status di vetrina mondiale del lusso, con l’incessante susseguirsi di aperture di boutiques all’interno del grandioso Dubai Mall. Una condizione che, oggi come oggi, sembra tutt’altro che solida.

 

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