Fronte comune da parte degli stilisti italiani e della Camera Nazionale della Moda Italiana contro le accuse di Suzy Menkes, la più nota fashion editor a livello mondiale, partita alla carica sul made in Italy in crisi alle sfilate di Milano, che ha definito da veline la moda italiana sulle pagine dell’International Herald Tribune.

“Blame it on Berlusconi” titola il reportage di Suzy Menkes, inviata dell’International Herald Tribune alle passerelle milanesi appena concluse: “there are enough saucy, sassy and sexy dresses in this city” da animare, scrive senza mezzi termini, uno degli “infamous” party del premier italiano. Insomma, anche la moda rivela il suo intreccio con la politica e i capi che hanno sfilato in questi giorni, secondo la più che autorevole esperta, sarebbero perfetti per le serate berlusconiane, i cui resoconti hanno riempito le pagine dei quotidiani di tutto il mondo durante l’estate.
A leggerlo tutto, il pezzo non è poi così critico come appare dalle prime righe, sebbene, subito dopo, la giornalista scriva che “Viva la Bimbo” sembrerebbe essere il “grido di guerra”, l’idea aggregante della stagione. La stessa opinionista chiarisce alla riga successiva cosa intenda con “Bimbo” parlando chiaramente di veline, “termine usato dagli italiani per descrivere presentatrici TV formose, esibizioniste e succintamente vestite inventate da Berlusconi come magnate della televisione”.

In particolare, fa riferimento ad alcuni pezzi delle collezioni di Emporio Armani, Pucci e Bottega Veneta, colpevoli di aver abbandonato la loro usuale sobria eleganza.
Secondo lei, Giorgio Armani avrebbe aggiunto alla sua rispettabile linea Emporio un gruppo di vestiti dai colori sgargianti con reggiseno a vista e shorts che definisce capi chiassosi per divertirsi a feste che le ragazze per bene non frequentano, implicitamente continuando la linea d’attacco con cui si apre l’articolo: “Berlusconi – aggiunge lanciando un invito al Presidente del Consiglio – dovrebbe insignire Armani di un’altra onorificenza di Stato per il suo nobile tentativo di adeguarsi alla tendenza festaiola del presidente”.
“In questo mondo all’incontrario che è la moda italiana di oggi – scrive ancora la columnistmaison che una volta ancheggiavano a ritmo sensuale, oggi danzano su un accordo diverso” e porta come esempio un Gucci insolitamente sportivo e un Roberto Cavalli che ha giocato col maschile-femminile, mescolando romantici abiti a fiori e pantaloni gessati. Ne deriverebbe, secondo la critica di moda, un senso di confusione, per cui anche case con una lunga storia alle spalle sembrerebbero perdere identità. “E nella cupa realtà della recessione, la moda italiana sembra in un mood di evasione, dandosi a feste come fosse il 1929”.
In difesa della moda italiana sono subito scesi in campo Laura Biagiotti, Donatella Versace, Kristina Ti, Angelo Marani e Mario Boselli. Gli stilisti difendono “la cultura, la base, la ricchezza della moda di tutto il pianeta” ovvero quella italiana.
Il presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana ha commentato dicendo che criticare il nostro paese a titolo e a sproposito è un po’ uno sport della stampa estera e, inoltre, l’invidia fa brutti scherzi: “Un attacco incomprensibile quello a opera dell’International Herald Tribune se non interpretandolo come frutto di invidia perché l’Italia, malgrado il periodo generale di crisi, è ancora al primo posto della moda nel mondo e questo dà fastidio a piazze come New York e Londra, andate molto meno bene nonostante le previsioni. L’invidia non è mai morta mi risulta che a New York le cose siano andate malissimo”.
In effetti, durante questa edizione di Milano Moda Donna, non si è vista alcuna volgarità e la stessa Suzy Menkes accomuna le collezioni disegnate da Frida Giannini, Roberto Cavalli e Dolce & Gabbana nella definizione di “saving graces” di questo week-end per i loro vestiti belli e ben fatti, i tessuti innovativi e l’ottima realizzazione sartoriale. Per ragioni simili loda anche Brioni che sarebbe stato l’unico con i suoi modelli ad aver dimostrato che in Italia esiste ancora un angolo dove non sia sempre ora di fare un party.
Anche per Laura Biagiotti ci sarebbe l’irritazione per il successo del made in Italy alla base di queste critiche: “È un attacco all’Italia, colpire la moda significa colpire tutto il made in Italy. Non ci risparmieranno nulla perché siamo bravi, siamo belli e facciamo anche business” ha affermato la signora del cashmere che poi ha preso anche le difese di Armani che ha preferito trincerarsi dietro a un prudente e diplomatico no comment. “Se c’è una persona rigorosa ed elegante nella moda italiana è senza dubbio lui, viene colpito perché rappresenta la massima espressione del nostro successo nel mondo”.
Donatella Versace, invece, le ha respinte al mittente sottolineando che Berlusconi non arriva a influenzare anche la moda: “In ogni caso sulle passerelle di questi giorni non ho visto nulla di volgare” ha aggiunto la stilista.
Angelo Marani, infine, ha tuonato: “Agli inglesi ci vorrebbero 100 anni per riuscire a fare quello che facciamo noi. E poi basta con questa storia, le donne italiane non hanno niente in comune con le escort, hanno classe, fascino, cervello e per questo c’invidiano tutti”.
La risonanza internazionale delle rivelazioni di Patrizia D’Addario rischia di far guardare a tutto ciò che è italiano attraverso una lente deformante? O è stata, semplicemente, la voglia della Menkes di tornare alla luce della ribalta poiché ultimamente la sua fama come voce molto autorevole nel mondo della moda era decisamente offuscata?
A dirla tutta, però, anche a Vanessa Friedman, fashion editor del Financial Times dal 2002 e Cathy Horyn, giornalista americana del New York Times, non si sono dimostrate troppo entusiaste degli abiti visti durante la fashion week di Milano. Secondo la prima, l’estate di sesso del primo ministro italiano ha fatto breccia “nell’immaginazione degli stilisti ed è arrivata sulle passerelle” e parla di “influenza nefasta del premier sulle collezioni”. La seconda rimarca che “la supremazia italiana nel design e nel settore manifatturiero è stata messa gravemente alla prova. Le collezioni primavera-estate hanno messo in luce tutto: gli stress economici sulla creatività e la perdita di energia quando gli stilisti lasciano che siano altri a dettare cosa produrre”.
 

3 Responses to La stampa internazionale spara sulla moda italiana

  1. fendissima says:

    Non sono d'accordo con la Menkes in particolare su Bottega Veneta anche se si può senza dubbio affermare che in generale le sfilate di questa fashion week milanese siano state meno entusiasmanti del solito lasciando da parte le lamentele di alcuni buyer sulla vendibilità soprattutto in un periodo di crisi come questo.

  2. Edward Phelan says:

    Concordo che Milano sia stata un sottotono e, personalmente, non ho amato nemmeno Bottega Veneta (si sono però viste anche delle cose ottime, vedi Missoni!)… però non sono assolutamente d'accordo con le letture di Menkes e Friedman, banali e banalizzanti e forse in malafede (il tentativo di ridimensionare Milano per dar spazio a New York è in atto da tempo). La questione veline, poi… potremmo ribattezzare le due signore "our ladies of clichés"(magari mentre mangiamo una pizza e un piatto di spaghetti, suonando il mandolino con una coppola da mafiosi – rigorosamente Dolce e Gabbana – in testa)?Resta comunque che parte della colpa va anche agli stilisti italiani, non solo perché hanno disegnato collezioni brutte (a volte capita), ma anche perché hanno dimostrato ancora una volta di non avere alcuna autorevolezza agli occhi del mondo, in quanto tutti divisi e intenti a pensare al loro orticello. Per non parlare della Camera Nazionale della Moda, decisamente priva di polso e incapace di gestire adeguatamente anche le più piccole scaramucce tra prime donne.