Un avviso di accertamento firmato dalla Guardia di Finanza accusa il duo stilistico di elusione fiscale e abuso di diritto. I due imprenditori dovranno pagare al fisco una multa di 800 milioni di euro.

Una multa da ottocento milioni di euro, di cui quattrocento milioni a Domenico Dolce e quattrocento a Stefano Gabbana. Questo il conto che i due designer dovranno pagare al fisco italiano accusati di elusione fiscale e abuso di diritto. Si tratta di illeciti tributari che non rivestono di per sé rilevanza penale.
Il rapporto conclusivo del Nucleo di polizia tributaria di Milano è stato inviato nei giorni scorsi alla Agenzia delle entrate, che si occuperà materialmente di attivare la procedura per ottenere dai due stilisti il pagamento della colossale sanzione.
“È un paradosso. Da quando in qua si devono pagare le tasse per denari che non sono mai stati incassati? Nei giorni scorsi – affermano – ci è stata comunicata una nota della Guardia di Finanza che, per il 2004, propone il recupero a tassazione di 800 milioni. È una pretesa assurda basata su un calcolo fatto a tavolino: questo maggior imponibile, secondo la stessa Guardia di Finanza, sarebbe una somma virtuale da noi mai incassata, il risultato di un astratto esercizio contabile. Tutto avrebbe origine dalla cessione dei marchi che abbiamo effettuato nel 2004. La stessa Guardia di Finanza ha dovuto ammettere la nostra correttezza assoluta: ha infatti accertato che abbiamo realmente incassato 360 milioni, li abbiamo fedelmente dichiarati e su quelli abbiamo pagato tutto il dovuto. Ma ora viene ipotizzato che avremmo macchinato un disegno di elusione fiscale per occultare il vero valore del marchio”.

Secondo il fisco, infatti, il brand fondato da Dolce e Gabbana dovrebbe valere 1,1 miliardi. “Magari. Si pensi che due settimane fa – ribattono – il marchio Fiat è stato valutato solo 880 milioni. Ci difenderemo con tutte le nostre forze per non essere ingiustamente costretti a pagare per qualcosa che non è mai esistito. L’attacco dell’Amministrazione finanziaria non riuscirà a distruggere il Gruppo Dolce & Gabbana: una realtà industriale che l’anno scorso ha fatturato oltre 1,2 miliardi, che conta 3.800 dipendenti, collabora con 15 mila persone e che rappresenta l’eccellenza del made in Italy nel mondo”.
La contestazione, come precisano dalla maison, si basa sull’errata interpretazione di una norma che consente al fisco di sostituire al prezzo effettivamente pagato un ipotetico “valore di mercato” in determinate operazioni, nel caso specifico, la vendita di un marchio posseduto da persone fisiche a una società del gruppo.
“Quindi – dicono – non costituisce una fotografia di un fatto effettivamente avvenuto. Al momento è soltanto un invito all’Agenzia delle entrate a verificare la fondatezza giuridica di una tesi e solo se la stessa Agenzia la condividerà, si tradurrà in una richiesta a carico dei due designer”.
Fondato nel 1985, Dolce & Gabbana è oggi un gruppo internazionale nel settore dei beni di lusso. Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono da sempre la fonte creativa e stilistica dei due marchi dell’azienda, Dolce & Gabbana e D&G. La capofila industriale è la Dolce & Gabbana Industria SpA, dalla quale dipendono i due poli produttivi di Legnano e di Incisa in Val D’Arno. A livello distributivo, le linee guida di sviluppo arrivano dagli head office di Milano: quello di via Goldoni, sede del marchio Dolce & Gabbana e quartier generale del gruppo e quello di via Broggi, sede principale del marchio D&G.
Nel 2004 il gruppo della moda aveva cambiato struttura societaria: la holding italiana Dolce & Gabbana, controllata a sua volta al 90% dalla D&G Srl dei due stilisti e al 10% dalla famiglia Dolce, era stata trasformata da SpA in Srl. Successivamente, il 90% della Srl era stato conferito a una newco, la Dolce & Gabbana Luxembourg mentre il restante 10% era stato girato alla Generosa Srl, che vedeva come azionisti di maggioranza i fratelli di Domenico Dolce. La società lussemburghese controllerebbe il 100% della Ga.Do. a cui la Dolce & Gabbana italiana avrebbe ceduto, nel marzo 2004, il diritto di sfruttamento dei marchi creati dai due stilisti per 360 milioni di euro. Da allora le royalties non sono più soggette al trattamento fiscale italiano ma a quello del Granducato. Tuttavia, come avrebbero accertato le fiamme gialle che ipotizzano l’illecito di elusione fiscale, il cuore e il cervello della holding restano saldamente in Italia.
 

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